Certi giorni alla domanda ''come stai'' rispondo con pezzi interi di canzoni, che ho l'accuratezza di mettere fra virgolette. E chi ha i miei stessi gusti musicali non sa se piangere per me, se dirmi che quella canzone è un capolavoro, se rispondermi ''eh minchia, io mi aspettavo uno dei tuoi papiri depressi, grazie per avermi salvato in un momento di agonia''.
Ascolto così tanta musica che ci sono fin troppe canzoni che mi fanno il cuore in tre parti. E certe volte le parole sono così poche che ho la morbosa necessità di dire ciò che sento attraverso due auricolari o un audio mandato su whatsapp.
E quindi, come sto oggi?
''Tu non sai cosa vuol dire nascere pieni di vuoto già vedendo la tua fine con lo sguardo nell'ignoto. Poi morire per rivivere come in un videogioco per sentire la vertigine per quanto duri poco. E scrivere che vuol dire svenire tra le tue braccia mentre scopo con un'altra e penso ancora alla tua faccia.
Ridico le ragioni per le quali mi rintraccia, per i nostri anni migliori e i regali che mi rinfaccia.
È incredibile, sai che vuol dire cambiare posto per convivere col mostro solo a suon di rime e inchiostro? Poi convincere se stessi che anche oggi è tutto apposto, sopravvivere agli eccessi per pagarne il frutto e il costo?
È un altro compleanno del cazzo e cristo dio quanto rimpiango di non esser nato a marzo, coi fiori che ora sbocciano e s'intonano col quarzo invece del freddo riflesso dentro i miei occhi di ghiaccio.
E al mio fianco, dormire in posti piccoli e abbracciarsi, per convincere i tuoi sogni e i miei incubi a mischiarsi e baciarsi fino quasi a strozzarsi appiccicati nella morte nella quale siamo rinati per catarsi. Ma non ho fiori da darti io ho soltanto resti e scarti e la mia casa invasa e abrasa dai miei mille testi sparsi.
Una saga di vita odiata colmata da teschi marci per l'incontro di una fata che è in data da destinarsi.
Pagine da un calice dalle sorsate amare non fanno piangere quanto le lacrime di un padre che mi saprà ascoltare nonostante ciò che sono, anche se un grande cantante non sempre resta un grande uomo.
Ed è importante, quando crolla la colonna portante, esulta la folla per la colpa di una donna arrogante. Si stupisce del mio sguardo sempre spento vuoto e assente, se capisse che anche quando scopo sento poco e niente.
Quanto aspetto il giorno in cui ritorni, immerso in ogni mio complesso compresso da buchi enormi.
Non ti è chiaro il concetto? Allora lascia che ti informi: odio scrivere sul letto sapendo che adesso dormi.
È uno di quei giorni in cui ricamo teli neri, levitiamo trai pensieri ed evitiamo i più sinceri.
Forse ci meritiamo di sembrare più leggeri ma quando ho detto "Ti amo" tu dov'eri? Eh?
Ho scritto un pezzo dentro una tua foto sopra al tuo sorriso spento e fuori fuoco. Sai che tengo tutto dentro e non mi sfogo e pure al centro io mi sento fuori luogo.
Ma ho scritto un pezzo dentro una tua foto con il tuo sorriso spento e fuori fuoco, sai che tengo tutto dentro e non mi sfogo e pure se ci provo non so dare uno scopo a noi.''
''Odio gli indifferenti. Vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti.''
sabato 26 marzo 2016
venerdì 25 marzo 2016
Siamo piccole persone chiuse in piccole finestre
Alcune volte mi capita di credere di stare perennemente chiusa in una piccola finestra di un piccolo palazzo.
Tutto ciò che vivo lo scrivo semplicemente sui vetri appannati dal mio alitarci sopra, come se fossi una specie di burattinaio che giostra la sua vita. Disegno, scrivo, appunto e manipolo ogni cosa.
Il mio dettare si percuote su un corpo senza vita, un corpo che non ha il tempo di riflettere, analizzare, decifrare ciò che scrivo. Lo fa e basta. Meccanicamente. Istantaneamente. Come un robot.
Scritto in un rosso sangue, così macabro ma così colorato, la mia mente legge come leggono i bambini delle elementari: senza capire un bel niente.
Come le macchine delle poste sotto cui passano le lettere da spedire: capaci di riconoscere il codice del francobollo, ma non di verificare quanto il francobollo sia economico per una lettera che va negli Stati Uniti.
Come il dipendente al comune che timbra di tutto e di più senza nemmeno leggere di che si tratta.
Come chi ti sente, ma non ti ascolta.Come chi capisce, ma poi alla fine non capisce nemmeno il cazzo.
Come il barista che ti dà le caramelle a caffè, quando avevi chiesto le caramelle balsamiche.
Il messaggio c'è, ma non è recepito bene. L'e-mail arriva ma viene letto solo l'oggetto di ciò che si vorrebbe dire.
Accade nella mia mente, ma non sono sicura di percepirlo solo io.
Riflettere
Inadeguata in ogni luogo
in ogni tempo e in ogni modo
inadeguata sempre
fuori luogo ovunque
opportuna mai
opportunista a volte.
Fuori posto spesso
o esattamente sempre.
in ogni tempo e in ogni modo
inadeguata sempre
fuori luogo ovunque
opportuna mai
opportunista a volte.
Fuori posto spesso
o esattamente sempre.
domenica 20 marzo 2016
Abitudini
E non cambio pantofole anche se adesso mi stanno un pochino strette
e i calzini sono gli stessi con cui ho dormito ieri sera
e la canzone che ascolto adesso è la stessa di ieri notte e ieri mattina.
Il rossetto che metto oggi è lo stesso di due giorni fa
anche se questo rosso cremisi un po' inizia a scocciarmi.
Persino ciò che scrivo è la stessa cosa di ieri
e metterei gli stessi vestiti di ieri sera se non fossero in lavatrice.
Chi davvero credeva in me esattamente due anni fa crede in me anche oggi e anche domani
e il corpo che voglio oggi è lo stesso di un mese fa.
E il corpo che desideravo dieci anni fa è lo stesso che non ho adesso.
E ciò che avrei voluto urlare tre anni fa
vorrei urlarlo anche adesso, solo che non ho il megafono, non ho la voce, non ho nessuno che si tappi le orecchie.
e i calzini sono gli stessi con cui ho dormito ieri sera
e la canzone che ascolto adesso è la stessa di ieri notte e ieri mattina.
Il rossetto che metto oggi è lo stesso di due giorni fa
anche se questo rosso cremisi un po' inizia a scocciarmi.
Persino ciò che scrivo è la stessa cosa di ieri
e metterei gli stessi vestiti di ieri sera se non fossero in lavatrice.
Chi davvero credeva in me esattamente due anni fa crede in me anche oggi e anche domani
e il corpo che voglio oggi è lo stesso di un mese fa.
E il corpo che desideravo dieci anni fa è lo stesso che non ho adesso.
E ciò che avrei voluto urlare tre anni fa
vorrei urlarlo anche adesso, solo che non ho il megafono, non ho la voce, non ho nessuno che si tappi le orecchie.
sabato 19 marzo 2016
Whisky, Soda e Rock 'n' Sticazzi
Intorno a me accadono tante e tante cose e non faccio altro che tenermele dentro, ancora.
E' come se avessi l'impressione che nessuno può capirmi, che nessuno mi vuole davvero ascoltare e passo metà del tempo a pensare sempre alle stesse inutili cose (quando l'unica cosa a cui dovrei davvero pensare è filosofia, che mi ha chiamata già due volte e non sapevo neppure quale fosse l'argomento del giorno).
Tutto mi annoia, tutto mi scoccia e mi sento spontaneamente sola.
Non ho nessuno con cui parlare e nessuna cosa, fatta eccezione per le serate in cui si fuma, mi attrae poi così tanto.
O meglio, sì, qualcosa c'è ma non c'è niente che faccia per me. Niente che sia alla mia portata.
In questi giorni ho visto troppo spesso Ezio (sì, lo stronzo ha un nome più stronzo di lui): in cortile, per strada, in macchina, in corridoio e addirittura ieri per il mio primo esame della patente europea ho dovuto starci per più di due minuti nella stessa stanza.
Quando ho raccontato di questi miei ''incontri casuali'' con la mia mamma e i miei amici ho finto. In modo assurdo. Considerando ciò che ho detto loro io sarei stata gelida, non mi sarei neppure girata e non l'avrei minimamente calcolato <<perché non se lo merita>>. In realtà la cosa è andata diversamente: in cortile mi sono semplicemente voltata dall'altro lato sperando di sparire, per strada mi sono necessariamente infilata in un vicolo aspettando che se ne andasse, quando il semaforo era rosso e la sua macchina si è fermata io ho casualmente cambiato rotta e ieri all'esame mi sono solo chiusa in un cesso sperando che tutto finisse al più presto possibile.
Non ce la faccio, è più forte di me. Non credo sia possibile reggere quello sguardo strano e cupo e parlando chiaramente mi fa ansia anche solo sapere che nei dintorni c'è una persona che mi ha fatto davvero male.
Queste cose odio dirle perché poi mi si chiede: ma che può mica farti se ti ha detto che non ti vuole? Ho la costante impressione che qualcuno voglia uccidermi. La costante paura che faccia come i terroristi: arriva, mi da la bomba in mano spacciandola per il regalo del mio compleanno mancato e boom! Ovviamente esplodo sola, come ogni volta, come ha già fatto e come sicuramente rifarà o lui o qualcun altro.
Sento la necessità di stargli lontana come i topi dal veleno in ''caramelle'' blu.
E fotte un cazzo se scappo. E fotte un cazzo se devo inventarmi tutte palle per dimostrare agli altri (e anche un po' a me stessa) che minchia, è tutto passato, che faccia il cazzo che gli pare.
Sento la necessità di resettare il mio cervello eppure no, non posso. E non perché è impossibile (non ci metterei niente a tirare due strisce di coca e mandare tutto a 'fanculo) è proprio che sotto sotto so che non è la cosa giusta dimenticarsene.
Così come Petrarca ha campato per quanti anni ha campato in bilico tra Gloria, Fama, Sesso e Laura e Dio, Teologia e Sant'Agostino così io sono in bilico tra l'appisolarmi e il resettare ogni parte del mio cervello e del mio cuore con quante più scelte d'autodistruzione e tra il rimanere lucida e intatta, perché questa deve essere l'ultima volta, perché devo essere una macchina perfetta, senza segni di vita o peggio ancora di sentimenti.
E' come se avessi l'impressione che nessuno può capirmi, che nessuno mi vuole davvero ascoltare e passo metà del tempo a pensare sempre alle stesse inutili cose (quando l'unica cosa a cui dovrei davvero pensare è filosofia, che mi ha chiamata già due volte e non sapevo neppure quale fosse l'argomento del giorno).
Tutto mi annoia, tutto mi scoccia e mi sento spontaneamente sola.
Non ho nessuno con cui parlare e nessuna cosa, fatta eccezione per le serate in cui si fuma, mi attrae poi così tanto.
O meglio, sì, qualcosa c'è ma non c'è niente che faccia per me. Niente che sia alla mia portata.
In questi giorni ho visto troppo spesso Ezio (sì, lo stronzo ha un nome più stronzo di lui): in cortile, per strada, in macchina, in corridoio e addirittura ieri per il mio primo esame della patente europea ho dovuto starci per più di due minuti nella stessa stanza.
Quando ho raccontato di questi miei ''incontri casuali'' con la mia mamma e i miei amici ho finto. In modo assurdo. Considerando ciò che ho detto loro io sarei stata gelida, non mi sarei neppure girata e non l'avrei minimamente calcolato <<perché non se lo merita>>. In realtà la cosa è andata diversamente: in cortile mi sono semplicemente voltata dall'altro lato sperando di sparire, per strada mi sono necessariamente infilata in un vicolo aspettando che se ne andasse, quando il semaforo era rosso e la sua macchina si è fermata io ho casualmente cambiato rotta e ieri all'esame mi sono solo chiusa in un cesso sperando che tutto finisse al più presto possibile.
Non ce la faccio, è più forte di me. Non credo sia possibile reggere quello sguardo strano e cupo e parlando chiaramente mi fa ansia anche solo sapere che nei dintorni c'è una persona che mi ha fatto davvero male.
Queste cose odio dirle perché poi mi si chiede: ma che può mica farti se ti ha detto che non ti vuole? Ho la costante impressione che qualcuno voglia uccidermi. La costante paura che faccia come i terroristi: arriva, mi da la bomba in mano spacciandola per il regalo del mio compleanno mancato e boom! Ovviamente esplodo sola, come ogni volta, come ha già fatto e come sicuramente rifarà o lui o qualcun altro.
Sento la necessità di stargli lontana come i topi dal veleno in ''caramelle'' blu.
E fotte un cazzo se scappo. E fotte un cazzo se devo inventarmi tutte palle per dimostrare agli altri (e anche un po' a me stessa) che minchia, è tutto passato, che faccia il cazzo che gli pare.
Sento la necessità di resettare il mio cervello eppure no, non posso. E non perché è impossibile (non ci metterei niente a tirare due strisce di coca e mandare tutto a 'fanculo) è proprio che sotto sotto so che non è la cosa giusta dimenticarsene.
Così come Petrarca ha campato per quanti anni ha campato in bilico tra Gloria, Fama, Sesso e Laura e Dio, Teologia e Sant'Agostino così io sono in bilico tra l'appisolarmi e il resettare ogni parte del mio cervello e del mio cuore con quante più scelte d'autodistruzione e tra il rimanere lucida e intatta, perché questa deve essere l'ultima volta, perché devo essere una macchina perfetta, senza segni di vita o peggio ancora di sentimenti.
mercoledì 9 marzo 2016
Digerirmi
E mi danno fastidio le mani di chi vuole consolarmi e mi danno fastidio le parole di chi mi guarda e vorrebbe dire qualcosa anche se non voglio sentirmi dire niente. Apro continuamente la finestra e mangerei il terreno invece di restare a guardare e mi lascerei cadere cento volte invece di restare in bilico mille e mille volte. Non tocco niente che non sia me e voglio che nessuno mi tocchi, che nessuno mi guardi, che non mi diano da parlare. Muoio d'egoismo e morirò ancora e ancora di egocentrismo perché al centro dell'inverno nello tsunami delle mie emozioni non vinco, non perdo e combatto sola senza armi, senza armatura, senza voglia di combattere e senza l'ambizione di vincere il gelo. Mi chiedono di chiudere la finestra e io mi chiudo in me mettendo da qualche parte le chiavi così da potermi accampare al centro dell'inverno nello tsunami delle mie emozioni e non chiedo a me stessa di spiegare le ali o di spiccare il volo. Mi chiudo e mi nascondo nelle mie ali come fa una colomba al coperto di un portico, atterrita dal forte rumore della pioggia che batte sui vetri, sull'asfalto, sui suoi piedi.
domenica 6 marzo 2016
Male e Bene, Gemitaiz
Le unghie rosso fragola, il rossetto rosso cremisi, le guance rosse per il freddo, il filtro sporco sulle labbra, le gambe accavallate, le braccia stese su una panchina quasi bagnata e fisso chi mi sta attorno tenendomi tra le mani i giorni miei, i sogni miei, le mie ambizioni e le mie attitudini.
E non m'importa di chi c'era, di chi non c'è più e di chi ha deciso di esserci solo prima del precipizio. Abbraccio chi c'è.
Chi mi tiene la mano anche se è fredda, anche se per la frenesia di cambiare direzione a volte mi comporto da vera stronza e lascio vincere l'arpia che è in me.
Oggi non lascio che nessuno irrompa nella mia tranquillità. Al diavolo il pessimismo, è proprio adesso che devo mostrare gli incisivi.
E non m'importa di chi mi ha tradito e di chi mi ha illuso e non m'importa proprio di niente.
Piangersi addosso non significa crescere, l'ho sempre saputo ma pare che spesso io me lo dimentichi.
I problemi si risolvono restando positivi.
E non m'importa di chi c'era, di chi non c'è più e di chi ha deciso di esserci solo prima del precipizio. Abbraccio chi c'è.
Chi mi tiene la mano anche se è fredda, anche se per la frenesia di cambiare direzione a volte mi comporto da vera stronza e lascio vincere l'arpia che è in me.
Oggi non lascio che nessuno irrompa nella mia tranquillità. Al diavolo il pessimismo, è proprio adesso che devo mostrare gli incisivi.
E non m'importa di chi mi ha tradito e di chi mi ha illuso e non m'importa proprio di niente.
Piangersi addosso non significa crescere, l'ho sempre saputo ma pare che spesso io me lo dimentichi.
I problemi si risolvono restando positivi.
venerdì 4 marzo 2016
it's okay not to be okay
sbiadisco e m'incupisco
piango senz'occhi da strofinare.
chiudo gli occhi per non sparlare
o forse per chiuderli e basta.
e mi viene da dormire
e mi viene da morire.
piango senz'occhi da strofinare.
chiudo gli occhi per non sparlare
o forse per chiuderli e basta.
e mi viene da dormire
e mi viene da morire.
domenica 28 febbraio 2016
Cima, Mi sveglierò domani
''E tutti quanti corrono per arrivare prima in cima
ma in un mondo di arrivisti io sono quello che cammina.
Dalle vostre frasi fatte io mi sento escluso.
Se il mondo si apre a noi io l'ho trovato chiuso. ''
ma in un mondo di arrivisti io sono quello che cammina.
Se il mondo si apre a noi io l'ho trovato chiuso. ''
Come ci esci se non c'è la porta di emergenza?
E come cammini se la strada è piena di fossi?
Ma come scrivi senza la penna?
E che parli a fare se nessuno lo capisce?
Come l'accendi se non c'hai l'accendino?
E come faccio a guardare lontano se non c'ho gli occhiali?
giovedì 25 febbraio 2016
Ti spintono così che tu cada ed esca dalla mia mente
Arrivederci è nascondere la faccia
senza coprirsi gli occhi
e cercarsi anche se si è detto ciao.
Ed io non ti trovo
e tu non mi cerchi
e se ti spintono con lo sguardo non mi saluti e non apri neppure bocca
ma mi hai detto arrivederci, e mica addio
e ho l'impressione che tu gli occhi non è che li copri
è che non li apri proprio.
senza coprirsi gli occhi
e cercarsi anche se si è detto ciao.
Ed io non ti trovo
e tu non mi cerchi
e se ti spintono con lo sguardo non mi saluti e non apri neppure bocca
ma mi hai detto arrivederci, e mica addio
e ho l'impressione che tu gli occhi non è che li copri
è che non li apri proprio.
lunedì 22 febbraio 2016
Avete mai pensato di essere una macchina del sesso?
Vi siete mai sentiti come se il vostro buco fosse l'unica ragione per cui gli uomini vi si avvicinano?
La domanda che pongo lascia intendere la cosa che più odio: il piangersi addosso.
Sì, mi sto piangendo addosso. E mi piango addosso perché ho l'umore sotto i piedi e mi sento proprio così: una macchina del sesso.
Nessuno vuole stare con me, se non sui sedili posteriori di una macchina qualunque. Come se fossi solo una macchina del sesso.
Vi siete mai sentiti come se il vostro buco fosse l'unica ragione per cui gli uomini vi si avvicinano?
La domanda che pongo lascia intendere la cosa che più odio: il piangersi addosso.
Sì, mi sto piangendo addosso. E mi piango addosso perché ho l'umore sotto i piedi e mi sento proprio così: una macchina del sesso.
Nessuno vuole stare con me, se non sui sedili posteriori di una macchina qualunque. Come se fossi solo una macchina del sesso.
domenica 21 febbraio 2016
May day
Chi non è priorità di se stesso
mette a bruciare il proprio sesto senso
e quando nella testa ha solo fumo
crede che sia nebbia
e quando non crede che sia nebbia
capisce che era fumo.
venerdì 19 febbraio 2016
Sussurrare
E rimpiazzerei il tuo viso con quello di chiunque altro
anche se infondo lo so che i tuoi occhi li hai solo tu
e nessun altro
e nessun altro a parte te mi sa guardare come mi guardi tu
e anche se non dico ciò che penso non vuol dire che non ci sto pensando
che non sto impiccando tutti gli angoli del mio cervello
col pensiero di te con un'altra, di te con una che non è me
che non sono io, che non siamo io e te
e passerei intere ore a dire di quanto sto bene
e di quanto non mi logori dentro il fatto che tu abbia preferito il niente a me
il vuoto a me
e ti prenderei mille volte il viso tra le mani per chiederti di restare
di rischiare con me
e di toglierti l'armatura e di camminare tra gli spari
e di rinunciare alla trincea e di perdere con me
di perdere con me contro il bene che ci vogliamo
e mi tremano le mani se ci penso
e venderei il mio cuore al macello se stanotte mi svegliassi
o se domani camminassi per tornare a casa e non ti sentirei più
accanto.
martedì 16 febbraio 2016
Fisici pluralisti
Empedocle ( uno dei primi fisici pluralisti) ribadì spesso il concetto secondo cui il simile conosce il simile, cioè che si conosce la terra con la terra, l’acqua con l’acqua, l’amore con l’amore e l’odio con l’odio. In pratica, pur se vissuto nel V secolo a.C., Empedocle pensava che la conoscenza avvenisse tramite l’incontro tra ciò che è nell’uomo e lo stesso elemento al di fuori dell’uomo, che è nella natura.
Ho sempre immaginato il processo della conoscenza in Empedocle in modo abbastanza bizzarro: immaginate una bolla di sapone che si avvicina alle vostre dita e che al momento del contatto poi ‘’scoppia’’ e si dissolve in nulla, o forse in gocce piccolissime di sapone, non l’ho mai saputo.
Ecco: quando ho studiato Empedocle quest’anno è stata questa l’idea che mi sono fatta del suo modo di intendere la conoscenza. Una bolla che vola fino a decollare su una nostra mano e poi, puff, scoppia. E non c’è più. Ma cosa ne rimane di tutta questa scena vista a rallentatore? Ovviamente la sensazione. Perché quando il simile tocca il simile le due parti si riconoscono e da questo è generata la sensazione. Voi vi direte: ma che esempio di merda, cazzo c’entra la bolla di sapone con la sensazione? Mi piace immaginare che come la sensazione si dissolvi nel nostro corpo anche la bolla di sapone si faccia in micro particelle
piccolissime e si dissolvi nell’aria. Analogia un pochino complessa, ma è oltretutto il mio modo di associare le due cose.
Anassagora, rispetto Empedocle, pensò bene di vedere le cose in modo un pochino diverso. Di fatti, per Anassagora noi sentiamo il freddo perché sappiamo che cos’è il caldo, riconosciamo l’amaro perché abbiamo provato il dolce. Insomma, conosciamo il simile con il dissimile. Anassagora pensava che fosse impossibile conoscere l’uno senza conoscere l’altro: non è infatti semplice dare una definizione di ‘’calore’’ se non si è sentita mai prima la sensazione di freddo. Anche perché, intuendolo io stessa, per Anassagora la sensazione sta proprio nella differenza tra calore e freddo, tra A e B.
A dipende da B e B dipende da A. A+B= sensazione. Ecco.
Empedocle ed Anassagora percorrono due sentieri perpendicolari tra loro: tutto procede bene fin quando l’uno non c’ha di faccia l’altro. Il simile conosce il simile o il simile conosce il dissimile?
Com’è che è il detto popolare? Gli opposti si attraggono ma i simili si cercano?
Devo ammetterlo: al primo confronto tra i due questa è stata la prima cosa che ho pensato. Saranno anche filosofi che si interessavano di cosmologia e che quindi le sensazioni di cui si parla riguardano solo ed esclusivamente il rapporto uomo/natura, ma non è stato mica facile allontanare questi assurdi pensieri.
Si può dire che abbia dato ragione al primo fin quando non ho studiato l’altro.
E vi è mai capitato di incontrare una persona e sentire come se qualcosa di voi si legasse istintivamente a qualcosa che anche l’altra persona possiede? L’ho sempre immaginato come una matassa di fili magici che riconoscendo la stessa matassa degli stessi fili magici inizia a vibrare e a mano a mano, a poco a poco, inizia a districarsi e a diventare un filo lungo su se stesso. Mi piace pensare che questo filo, poi, si leghi in un nodo ben saldo con il filo dell’altra persona. Un po’ come la leggenda giapponese del filo rosso, per certi versi. Il filo rosso cerca il filo rosso. Gli interessi, volendo farci un esempio, si cercano e si trovano nelle persone che ci stanno attorno ed è il confronto stesso che è il prodotto imballato di tutto questo processo. Quando ho studiato Empedocle pensare tutte ‘ste minchiate mi ha fatto credere che Empedocle era uno veramente forte. Empedocle sì che ne capiva! Mi meravigliavo di come potesse un uomo del V secolo capire tutto ciò. E mi meravigliavo di come il succo dei suoi argomenti fosse lo stesso succo degli argomenti di cui adesso si discute. Pensavo che Empedocle avesse detto ciò che io, in prima persona, non avevo ancora trovato il modo di dire.
Due pagine dopo, però, mi aspettava un altro complesso mentale. Il simile conosce il dissimile? Forse sì, forse no, forse Anassagora si doveva fare i cazzi suoi (e pure io, volendo).
Se con Empedocle le vignette mentali raffiguravano i fili che una volta districati si legano tra loro in un nodo impossibile da sciogliere, con Anassagora la cosa è un pochino diversa.
Immaginate di voler mettere in un ago della lana, che è molto più spessa del cotone e che l’ago d’improvviso dicesse:"Ma perché vuoi entrare se sai che non ci entri?". Forse sarà pure vero che il simile conosce il dissimile, ma sto iniziando a pensare che il simile non possa stare col dissimile. Perché se per caso una matassa di cotone e una matassa di lana si districassero e si allungassero su se stesse per unirsi, la lana tirerebbe forte il nodo. E che succederebbe, allora? Semplice: o si scioglie il nodo o si spezza il cotone.
Ho sempre immaginato il processo della conoscenza in Empedocle in modo abbastanza bizzarro: immaginate una bolla di sapone che si avvicina alle vostre dita e che al momento del contatto poi ‘’scoppia’’ e si dissolve in nulla, o forse in gocce piccolissime di sapone, non l’ho mai saputo.
Ecco: quando ho studiato Empedocle quest’anno è stata questa l’idea che mi sono fatta del suo modo di intendere la conoscenza. Una bolla che vola fino a decollare su una nostra mano e poi, puff, scoppia. E non c’è più. Ma cosa ne rimane di tutta questa scena vista a rallentatore? Ovviamente la sensazione. Perché quando il simile tocca il simile le due parti si riconoscono e da questo è generata la sensazione. Voi vi direte: ma che esempio di merda, cazzo c’entra la bolla di sapone con la sensazione? Mi piace immaginare che come la sensazione si dissolvi nel nostro corpo anche la bolla di sapone si faccia in micro particelle
piccolissime e si dissolvi nell’aria. Analogia un pochino complessa, ma è oltretutto il mio modo di associare le due cose.
Anassagora, rispetto Empedocle, pensò bene di vedere le cose in modo un pochino diverso. Di fatti, per Anassagora noi sentiamo il freddo perché sappiamo che cos’è il caldo, riconosciamo l’amaro perché abbiamo provato il dolce. Insomma, conosciamo il simile con il dissimile. Anassagora pensava che fosse impossibile conoscere l’uno senza conoscere l’altro: non è infatti semplice dare una definizione di ‘’calore’’ se non si è sentita mai prima la sensazione di freddo. Anche perché, intuendolo io stessa, per Anassagora la sensazione sta proprio nella differenza tra calore e freddo, tra A e B.
A dipende da B e B dipende da A. A+B= sensazione. Ecco.
Empedocle ed Anassagora percorrono due sentieri perpendicolari tra loro: tutto procede bene fin quando l’uno non c’ha di faccia l’altro. Il simile conosce il simile o il simile conosce il dissimile?
Com’è che è il detto popolare? Gli opposti si attraggono ma i simili si cercano?
Devo ammetterlo: al primo confronto tra i due questa è stata la prima cosa che ho pensato. Saranno anche filosofi che si interessavano di cosmologia e che quindi le sensazioni di cui si parla riguardano solo ed esclusivamente il rapporto uomo/natura, ma non è stato mica facile allontanare questi assurdi pensieri.
Si può dire che abbia dato ragione al primo fin quando non ho studiato l’altro.
E vi è mai capitato di incontrare una persona e sentire come se qualcosa di voi si legasse istintivamente a qualcosa che anche l’altra persona possiede? L’ho sempre immaginato come una matassa di fili magici che riconoscendo la stessa matassa degli stessi fili magici inizia a vibrare e a mano a mano, a poco a poco, inizia a districarsi e a diventare un filo lungo su se stesso. Mi piace pensare che questo filo, poi, si leghi in un nodo ben saldo con il filo dell’altra persona. Un po’ come la leggenda giapponese del filo rosso, per certi versi. Il filo rosso cerca il filo rosso. Gli interessi, volendo farci un esempio, si cercano e si trovano nelle persone che ci stanno attorno ed è il confronto stesso che è il prodotto imballato di tutto questo processo. Quando ho studiato Empedocle pensare tutte ‘ste minchiate mi ha fatto credere che Empedocle era uno veramente forte. Empedocle sì che ne capiva! Mi meravigliavo di come potesse un uomo del V secolo capire tutto ciò. E mi meravigliavo di come il succo dei suoi argomenti fosse lo stesso succo degli argomenti di cui adesso si discute. Pensavo che Empedocle avesse detto ciò che io, in prima persona, non avevo ancora trovato il modo di dire.
Due pagine dopo, però, mi aspettava un altro complesso mentale. Il simile conosce il dissimile? Forse sì, forse no, forse Anassagora si doveva fare i cazzi suoi (e pure io, volendo).
Se con Empedocle le vignette mentali raffiguravano i fili che una volta districati si legano tra loro in un nodo impossibile da sciogliere, con Anassagora la cosa è un pochino diversa.
Immaginate di voler mettere in un ago della lana, che è molto più spessa del cotone e che l’ago d’improvviso dicesse:"Ma perché vuoi entrare se sai che non ci entri?". Forse sarà pure vero che il simile conosce il dissimile, ma sto iniziando a pensare che il simile non possa stare col dissimile. Perché se per caso una matassa di cotone e una matassa di lana si districassero e si allungassero su se stesse per unirsi, la lana tirerebbe forte il nodo. E che succederebbe, allora? Semplice: o si scioglie il nodo o si spezza il cotone.
domenica 14 febbraio 2016
Beh, uhm ... Buon San Valentino?
Slegherei tutti quei nodi
e farei finta che quei cioccolatini fossero per me
ignorando il fatto di averli regalati solo per te
e li mangerei come a volerne pulire l'esistenza
come a fare finta che io non li abbia mai comprati
né conservati nell'armadio per farti sorridere anche oggi.
Avrei dovuto sapere, prima di annodare la scatola
che quegli stessi nodi
avrebbero annodato la mia gola
oggi e pure domani.
E pure dopodomani.
martedì 19 gennaio 2016
Demoniaco
I due pezzi di me si guardano e si sfidano con gli occhi
giocano al tiro della fune
e il mio demone barcolla
e spesso cade
e spesso si fa male.
Tirano perché forse solo questo sanno fare
o forse è il coro che grida loro di tirare più forte
o forse non so spiegarlo più.
Fanno forza sulla fune
e spesso penso che il dolore sia così forte che mi si è rotto un osso
e vengo sballottata prima nella parte di chi si fa male come nulla fosse
poi nella parte di chi si fa male come se fosse la sua ultima volta
l'ultima volta prima di deteriorare seriamente.
giovedì 24 dicembre 2015
La malattia
Non credo sia tranquillità.
Quindi, chiariamolo: il mare è abbastanza calmo, sta al posto suo. E' la marea che ha lasciato il segno. Allegoricamente, se volessi tuffarmi da uno scoglio o se volessi semplicemente sedermi a riva, non so se ci toccherei.
E' come se, dopo la bufera, io non conoscessi più me stessa. Posso immergermi quanto voglio, ma non riconosco più il mio fondo marino. Non so dove ci sono i sassi, dove la sabbia, dove devo stare attenta agli squali.
Quindi che faccio? Non mi muovo. Non sto neanche a riva.
Sto sui gradini del pendio che porta alla spiaggia e non ho alcuna intenzione di spostarmi.
Mi passano accanto tante opportunità, tante occasioni per potermi muovere ed io ho scelto di restare ferma. Zitta, dando l'impressione di non esistere, di non essere combattuta dal buttarmi in mare ed affogarmici e dal buttarmi dal pendio per il sol gusto di sentire qualcosa.
Parecchie persone fanno finta di non vedermi, qualcuno si ferma e mi chiede perché non mi muovo, altri mi chiedono solo di spostarmi e di togliermi dalle palle.
Sto qua con gli auricolari nelle orecchie, a giocare a candy crush, con la sigaretta accesa. Sto qua così come sto a scuola, per strada, a casa.
Porto con me i miei dubbi ovunque vada. E sono così ostinata nel voler trovare la soluzione da sola che non chiedo nemmeno le vite su candy crush ai miei amici. Capite?
Non che mi interessi più di tanto, ad essere sincera. La decisione è presa.
Questa volta decido io come fare, come uscirne. Senza l'aiuto di nessuno. Testarda? Ostinata? Troppo introversa? Sì, ma problemi miei.
Quindi, chiariamolo: il mare è abbastanza calmo, sta al posto suo. E' la marea che ha lasciato il segno. Allegoricamente, se volessi tuffarmi da uno scoglio o se volessi semplicemente sedermi a riva, non so se ci toccherei.
E' come se, dopo la bufera, io non conoscessi più me stessa. Posso immergermi quanto voglio, ma non riconosco più il mio fondo marino. Non so dove ci sono i sassi, dove la sabbia, dove devo stare attenta agli squali.
Quindi che faccio? Non mi muovo. Non sto neanche a riva.
Sto sui gradini del pendio che porta alla spiaggia e non ho alcuna intenzione di spostarmi.
Mi passano accanto tante opportunità, tante occasioni per potermi muovere ed io ho scelto di restare ferma. Zitta, dando l'impressione di non esistere, di non essere combattuta dal buttarmi in mare ed affogarmici e dal buttarmi dal pendio per il sol gusto di sentire qualcosa.
Parecchie persone fanno finta di non vedermi, qualcuno si ferma e mi chiede perché non mi muovo, altri mi chiedono solo di spostarmi e di togliermi dalle palle.
Sto qua con gli auricolari nelle orecchie, a giocare a candy crush, con la sigaretta accesa. Sto qua così come sto a scuola, per strada, a casa.
Porto con me i miei dubbi ovunque vada. E sono così ostinata nel voler trovare la soluzione da sola che non chiedo nemmeno le vite su candy crush ai miei amici. Capite?
Non che mi interessi più di tanto, ad essere sincera. La decisione è presa.
Questa volta decido io come fare, come uscirne. Senza l'aiuto di nessuno. Testarda? Ostinata? Troppo introversa? Sì, ma problemi miei.
Sta a me decidere se spogliarmi e fare il bagno anche se fa freddo o se stare ferma, incappucciata così tanto da non sembrare me.
Questa volta nessuna battuta, nessuno scherzo, nessuna risata.
Questa volta non contate sulla mia simpatia. Questa volta non chiedetemi che succede, perché non succede proprio niente. E non chiedetemi nemmeno cosa potete fare per me, perché l'unica cosa che gradirei facciate è sparire e lasciarmi sola. E non chiedetemi di nuovo se davvero non mi serve niente, perché non mi serve davvero un cazzo.
Risparmiatevi i consigli, le dimostrazioni di affetto, risparmiatevi qualsiasi cosa. Non voglio farci caso.
Ho deciso e davanti a me c'è solo questo, niente altro.
Questa volta nessuna battuta, nessuno scherzo, nessuna risata.
Questa volta non contate sulla mia simpatia. Questa volta non chiedetemi che succede, perché non succede proprio niente. E non chiedetemi nemmeno cosa potete fare per me, perché l'unica cosa che gradirei facciate è sparire e lasciarmi sola. E non chiedetemi di nuovo se davvero non mi serve niente, perché non mi serve davvero un cazzo.
Risparmiatevi i consigli, le dimostrazioni di affetto, risparmiatevi qualsiasi cosa. Non voglio farci caso.
Ho deciso e davanti a me c'è solo questo, niente altro.
domenica 20 dicembre 2015
Risparmiami gli psicodrammi
''Risparmiami gli psicodrammi su quanto sei evoluto come uomo, capito "Darwin"? Se niente è eterno come dici tu, quando ne parli, i mai e i sempre non dovresti proprio usarli. In ogni caso, tu vai avanti ed io sono fiero di me e certe cose tu prova solo a ripeterle. Le tue promesse camuffate da minacce se sei un amico vero, ora vieni a dirmele in faccia''.
Non mi hai mai lasciato la mano.
E giuro che, pur se sudata, la mia mano era calda
e non ho mai avuto paura del calore che mi hai dato.
La tua stretta era salda
mi tenevi per non perdere te stessa
ed io ti tenevo perché non volevo ti perdessi
e adesso che piano piano il sudore per così tanto calore ti fa scivolare lontano da me
sono io che muoio di freddo
e sento di star perdendo ogni parte di me.
C'è la mano di chi ti ama a non lasciarti mai
e nonostante tu mi voglia bene
devi ammetterlo
il bisogno della mia stretta, che dicevi fosse così importante, non ce l'hai.
E quindi non voltarti indietro.
Non voltarti se mi vedi accovacciata su me stessa con le mani infreddolite per la bufera
e non guardarmi
e non camminare indietro, verso di me
solo perché ti senti in debito per tutte le volte che ti ho messo il cappotto e ti ho accarezzato il viso
con le mani che sanno del mio calore.
Porta con te stessa tutte le volte che per lasciarmi la mano
hai preferito dire una bugia
e portati sulle spalle tutte le volte in cui ti si leggeva negli occhi
l'assenza di necessità nelle tue parole.
Che tu possa camminare, mano nella mano con chi ti ama
su due trampoli di impotenza e insofferenza.
Che tu possa ricordarti di quanto male fai
e di quanto male facciano tutte le cose che mi fai
e che non pensavo fossi capace di fare.
ed io ti tenevo perché non volevo ti perdessi
e adesso che piano piano il sudore per così tanto calore ti fa scivolare lontano da me
sono io che muoio di freddo
e sento di star perdendo ogni parte di me.
C'è la mano di chi ti ama a non lasciarti mai
e nonostante tu mi voglia bene
devi ammetterlo
il bisogno della mia stretta, che dicevi fosse così importante, non ce l'hai.
E quindi non voltarti indietro.
Non voltarti se mi vedi accovacciata su me stessa con le mani infreddolite per la bufera
e non guardarmi
e non camminare indietro, verso di me
solo perché ti senti in debito per tutte le volte che ti ho messo il cappotto e ti ho accarezzato il viso
con le mani che sanno del mio calore.
Porta con te stessa tutte le volte che per lasciarmi la mano
hai preferito dire una bugia
e portati sulle spalle tutte le volte in cui ti si leggeva negli occhi
l'assenza di necessità nelle tue parole.
Che tu possa camminare, mano nella mano con chi ti ama
su due trampoli di impotenza e insofferenza.
Che tu possa ricordarti di quanto male fai
e di quanto male facciano tutte le cose che mi fai
e che non pensavo fossi capace di fare.
martedì 15 dicembre 2015
Martoriarsi
Fuggivo via da te.
Correvo impaurita
imboccando strade che non sapevo avrei mai percorso
conoscendo gente che non pensavo avrei mai incontrato.
Ho sempre corso
anche quando mancava il fiato
anche coi lacci sciolti
anche coi polpacci che piangevano per lo sforzo
ma non mi sono fermata mai.
Rallentavo solo quando mi accorgevo che non c'era nessuno
a rincorrermi e a pressarmi con le mie stesse paure.
Sono stata ferma sul ciglio di una strada vuota
dove riecheggiavano solo i miei lamenti
e subito
quasi per magia
hai saputo trovarmi
mi sei passato davanti quasi non riconoscendomi
e mi hai chiesto ma perché corri
perché scappi via da te stessa
ma non vedi che la strada è sempre la stessa?
Correvo impaurita
imboccando strade che non sapevo avrei mai percorso
conoscendo gente che non pensavo avrei mai incontrato.
Ho sempre corso
anche quando mancava il fiato
anche coi lacci sciolti
anche coi polpacci che piangevano per lo sforzo
ma non mi sono fermata mai.
Rallentavo solo quando mi accorgevo che non c'era nessuno
a rincorrermi e a pressarmi con le mie stesse paure.
Sono stata ferma sul ciglio di una strada vuota
dove riecheggiavano solo i miei lamenti
e subito
quasi per magia
hai saputo trovarmi
mi sei passato davanti quasi non riconoscendomi
e mi hai chiesto ma perché corri
perché scappi via da te stessa
ma non vedi che la strada è sempre la stessa?
domenica 6 dicembre 2015
Genuina insicurezza
Sei consapevole del potere che hai su di me.
E non fai che esercitare il tuo dominio sulla mia mente
che è stanca
affaticata
quasi sul punto di non prendersi in considerazione.
Giochi coi miei pensieri
e li provochi come nessuno ha fatto mai.
E poi mi guardi
e non sorridi
né sei arrabbiato o stanco di guardarmi.
E balli coi miei dubbi e le mie prospettive
anche se non sai ballare, anche se
diciamocelo
è l'ultima cosa nella quale sei capace.
Mi spogli delle mie sicurezze
e sfidi la mia ingenuità sapendo di vincere.
E non fai che esercitare il tuo dominio sulla mia mente
che è stanca
affaticata
quasi sul punto di non prendersi in considerazione.
Giochi coi miei pensieri
e li provochi come nessuno ha fatto mai.
E poi mi guardi
e non sorridi
né sei arrabbiato o stanco di guardarmi.
E balli coi miei dubbi e le mie prospettive
anche se non sai ballare, anche se
diciamocelo
è l'ultima cosa nella quale sei capace.
Mi spogli delle mie sicurezze
e sfidi la mia ingenuità sapendo di vincere.
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