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lunedì 20 luglio 2020

Fuga e delusione

Se proprio devo parlare
allora lasciatemi urlare.
Non mi chiedete di ridere
lasciatemi piangere.
Se proprio devo venire
allora ubriachiamoci.
Non mi chiedete di smettere
piuttosto, lasciatemi andare.

domenica 29 marzo 2020

Coronavirus

A voi amanti dello ingiuriare  
che sparlate senza però parlare:   
zittitevi, dovete ascoltare.   
Mi domando a voce alta voi chi siate  
quale titolo di studio abbiate   
di quali studi e ricerche parliate. 
Quale, l'università della strada che vi ha formati? 
Quale, il titolo d'onore che vi siete comprati? 
Perchè su facebook militate manco foste dei soldati? 
La sapienza antica trapassa alcuni detti 
chiusi nella bocca degli anziani seduti ai caminetti 
e voi li ignoravate, quand'eravate bambinetti. 
Non è un caso che si abbiano due orecchie ed una sola bocca 
parlate tanto da riempire tutta la brocca 
che poi trabocca e sgoccia. 
Che senso ha parlare senza dire niente 
ergersi sul trono e puntare il dito all'incosciente? 
Con la gente che applaude e non capisce niente. 
Mia nonna diceva ''chi si fa i cazzi suoi campa cient'anni''. 
Soli, ingiuriati, criticati, così passerete i vostri anni. 
Vi fingete missionari e francescani 
vendendo odio e rancore 
fate gli inquisitori ma con lo stesso ardore 
di chi trama alle spalle senza far rumore. 
Questo COVID-19 è letale.
Nessuna distinzione e a volte nessun segnale.
Io non mi permetto di parlare.
Domani potrei essere la prossima a contagiare.


Ho sempre odiato la provincia. Sa di angustia. Di piccolezza. Frivolezza, ipocrisia. 
E anche la mia, come ogni provincia che si rispetti, si lancia in interpretazioni complottistiche e considerazioni che neppure i virologi più esperti si azzardano a fare. 
E come odio la provincia così odio facebook, il mondo provinciale più grande che ci sia. Un mondo in cui non importa che dici, basta parlare. Un mondo in cui non importa la portata delle stronzate che scrivi ma solo quanti like ricevi. 
Non ho mai avuto dubbi sul fatto che sia NECESSARIO per ognuno di noi (il povero disgraziato e lo stanco nullatenente, l'agiato signorotto e l'uomo arricchito, il ricco di sangue e il ricco per virtù) dire ciò che si crede, senza alcun timore. Per me la libertà d'espressione è sacra, anche quando a parlare sono gli ignoranti. Ma non accetto che a parlare siano uomini cattivi, violenti, che istigano all'odio e al rancore. Che accusano una compaesana affetta da COVID-19, tornata al Sud dai focolai lombardi, di essere una stupida. Augurandole la morte e non la guarigione, istigandola al suicidio e non alla speranza. Io mi rifiuto di accettare impassibile tutto questo. Io mi rifiuto di credere che tutto questo sia reale.
La compaesana in questione è stata poco attenta, avrebbe dovuto prendere maggiori precauzioni; ma io non vedo utilità nella risposta che la mia gente dà a questa situazione.
Qui la gente muore. È disperata. È rinchiusa in casa o in ospedale. C'è chi non ha fame perché non ha potuto salutare per l'ultima volta un suo caro. E c'è chi ha fame ma non i soldi per la spesa. Questa è una situazione tragica. 
E io non posso credere ai miei occhi. 
Questa è una guerra contro un mostro invisibile... e certa gente pensa a portare avanti la guerra Nord/Sud, contagiati/non contagiati.
L'emergenza nazionale ha mostrato il peggio di noi italiani: l'odio, il rancore, la violenza, la paura, l'incoscienza. 
E questa indignazione non può che portarmi a una domanda: quando tutto questo sarà finito, SU QUALE BASE, CON QUALE CORAGGIO, TORNERETE A CANTARE FRATELLI D'ITALIA?

sabato 7 marzo 2020

Senza titolo

Son passati anni e ne passeranno altri ancora.
In cuor mio so che questo risentimento, questo rancore, questo furore, non mi lasceranno mai.
Li porto sempre con me, che mi scorrano nelle vene o che viaggino nel mio corpo, nascosti e lenti.
Spinte che non posso controllare, che non posso reprimere, che posso solo assecondare.
Assecondandoli so che dò loro potere. Un potere aggiunto, a quello infinito che già detengono.
D'altronde, che potere in più posso dare a un tumore che ha metastasi in ogni parte di me?
Ho creduto di poterlo combattere. Ho creduto di poterlo contrastare.
Gli basta un minuto a possedermi totalmente, interamente.
Lasciandomi cosa? La consapevolezza di non saperlo esprimere. La consapevolezza di dover sballarmi, ubriacarmi, uccidermi, distruggermi, per liberarmi di lui.

venerdì 19 luglio 2019

Il Mostro sono io

Arriva il giorno in cui uno tira le somme. Per cercare di capire, per cercare di farsene una ragione.
Eppure mai nessun conto è perfetto: dimentichiamo sempre qualcosa, qualcuno, anche il più insignificante dettaglio - che sommato a tutti gli altri, non è poi così insignificante -.
E' difficile ricostruire oggettivamente una vicenda, qualunque essa sia. La memoria è amorosa e poetica e l'inconscio spesso modifica delle circostanze per far sì che tutto vada liscio: non è la memoria ad adattarsi alla realtà, è la realtà che prende le sembianze della memoria quasi cancellando la sua verità.
Per lungo tempo mi sono soffermata su me stessa. In silenzio, ad occhi chiusi. Nei meandri della mia mente ho focalizzato - ossessivamente - l'attenzione su di me, senza che nessuno potesse notarlo. Questi mesi sono stati mesi dalla scorza dura. Ho pensato, ripensato, pensato e ripensato e questo mio flusso di coscienza si è riversato in niente. Non c'è carta che testimoni tutto questo mio pensare e sono sicura che tutto questo sia passato inosservato, o quasi.
Ho sempre insistito su cosa gli altri avessero fatto a me. Sulle mie cicatrici, il mio vissuto, la mia follia. Mai ho pensato di interrogarmi su quali fossero le cicatrici che io ho procurato agli altri.
Anche questo significa crescere: riconoscere i propri errori.
Anche questo significa perdonarsi: accettare ciò che è stato e lasciarlo andare.
La mia cicatrice più profonda, quella dalla quale è sgorgato più sangue, quella che per anni mi ha tormentato e quella che solo oggi, a vent'anni, ho accettato e riconosciuto in toto, l'ho inferta con altrettanta cattiveria ad una persona che non se lo meritava. Per niente. Una persona che è a me vicina, vicinissima, e verso la quale sento un rimorso che mi lacera dentro. Segreti di questo tipo hanno pochi testimoni e così come è successo a me, io credo che questa persona non abbia ancora realizzato cosa sia successo. O forse l'ha realizzato e così come son stata furtiva io, lo è stata lei? L'ha accettato? Ne piange la notte? Sente anche lei quel male dentro che dalla bocca dello stomaco sale fino alla gola? Quel male che ti fa desiderare di urlare ma ti toglie le forze per farlo?
Non lo saprò mai. Perché? Perché un conto è addentrarsi in speculazioni di questo genere, un conto è parlare e rendere tutte queste congetture ed ipotesi, nuda e sporca verità.
E' dura la verità. Dura da capirsi e da accettarsi. E nonostante tentiamo in tutti i modi di farcela piacere - modificandola - certi dati di fatto tornano alla mente come le scene di un vecchio film di cui non si ricorda niente se non quelle scene. E' per questo che sono sicura che lei saprà.
Se non è ancora arrivato, arriverà quel giorno in cui accosterà tutti i tasselli del puzzle e mi odierà - come io ho odiato chi mi ha ferito -.
Quando arriverà quel giorno io non sarò impassibile nella mia corazza di rame: racconterò tutto, dalla A alla Z e implorerò il perdono che nel profondo del mio cuore ho voluto che gli altri porgessero a me. Chiederò perdono e non basteranno le lacrime e le scuse a perdonarmi. E anche qualora questa persona mi perdoni, io non perdonerò mai me stessa. E porterò dentro di me questo macigno fino al giorno in cui morirò, rivivendo tutto ciò che è stato proprio come un film di cui si ricordano solo quelle scene.  Neppure a Dio confesserò questo. E per questo mi punirà due volte e io accetto il rischio.
Le cicatrici non rispecchiano solo il chi, il quando e il dove. Hanno anche un perché, pure se non sempre un perché si trova.
Ho sempre pensato che a certi dolori bisogna essere destinati. Ora non la vedo più così: chi sono io, per infliggere un dolore di questo tipo a un altro? Il Padreterno? L'Onnipotente? Chi sono io per scegliere il destino di una persona? Chi sono io per condizionarla per sempre? E allora se non siamo destinati ... questo dolore è un puro caso?
Mi rifiuto di pensare al caso; noi non siamo plastica versata in mare, libera di percorrere tutte le vie dell'oceano e soggette a qualunque tipo di accadimento.
Io credo che il dolore sia come un demonio che con le nostre esalazioni, con il nostro tocco, si diffonde come un morbo dall'uno all'altro.
Perdonami per quello che ti ho fatto. Non è stato Dio, non è stato il caso. Sono stata io. Sono stata io con la mia inconsapevolezza, che ora è consapevolezza, a farti male. Sono stata io.


martedì 5 marzo 2019

''Trascorsi giorni interi senza dire una parola''

Immaginate di fare il viaggio attorno alla terra in solo cinque minuti. Un viaggio così veloce che al termine del vostro girovagare non saprete né dove siete stati né cos'è che avete visto.
E' ciò che succede nel mio viaggio nella fantasia: salto da un'epoca ad un'altra, da un personaggio all'altro e nella mia mente restano modelli. Schemi. Non nomi. Non storie. Non trame.
Lo si chiama blocco dello scrittore. Invece io lo chiamerei stato di fermo nel mondo della fantasia.
Vorrei scrivere di tutto e di niente.
La verità è che quando si scrive bisogna scendere a compromessi: non scrivere di te perché non ne avrai mai il coraggio fino in fondo. Non scrivere di ciò che non ti appartiene perché perderai il filo conduttore. Non mettere troppo di te: i tuoi personaggi devono essere un miscuglio di tre elementi (te stesso, ciò che ti piace in chi ti sta attorno e ciò che non ti piace in chi ti sta attorno, ciò che vorresti essere se avessi un altro nome un'altra vita un'altra storia).
Quando si scrive però non si seguono regole. Quando si scrive l'unica regola da seguire è una: liberati e libera i tuoi pensieri. Sii fluido come un fiume, dissetante come un bicchiere d'acqua, limpido come le sorgenti.
Vorrei davvero scrivere col cuore e la penna in mano. Vorrei che tutta questa mia fantasia scoppiasse e mi uscisse dalle orecchie. Ho bisogno di sentire mia la mia unica passione. Ho bisogno di sentirmi mia.
Ho bisogno di sentire la mente scivolare sul foglio e vorrei che la mia mania di censurarmi non bloccasse ogni tentativo di uscire da questo stato di fermo nel magico mondo della mia fantasia.
Vorrei sublimare la mia carica di negatività. Non riesco più a mettere tre parole in fila.

sabato 24 novembre 2018

I'm covering my ears like a kid

Forse è solo mal di vivere.
Ci siamo incontrati tanto, tanto tempo fa, da che ne ho memoria. E non mi ha mai lasciato andare.
Quello che faccio io è l'esperimento che tutti gli uomini, di tutti i tempi, hanno condotto; parlo della fenomenologia del malessere.
Al diavolo la lirica. La poetica. La sensibilità di quelli che scrivono i libri. Al diavolo tutte queste cose.
L'unica cosa che so dire è che mi sento in piena. Straripo. Sgorga furia da tutti i segni sulla mia pelle.
E vorrei cancellarmi. Vorrei piangere e ammutolirmi, l'unico modo che mi rimane per ribellarmi. E vorrei tirarmi fuori da queste macerie ma tutto crolla così in fretta.
Troppo in fretta.
È il caso di ammettere che da queste macerie nessuno può tirarmi fuori, se non lo voglia io, se non sia io a chiederlo.

domenica 2 luglio 2017

armonia e caos

(non ho le palle di rileggere)

Sono giorni, giorni tremendi. Giorni in cui non tollero la mia voce che si muove dentro di me per parlare con gli altri.Giorni in cui non tollero la presenza di nessuno.
Certe volte, improvvisamente, mi estraneo. Mi tiro fuori dalla realtà. Certe volte, improvvisamente cambio.
Mi trasformo in una persona che ho conosciuto tempo fa, quando credevo che non esistere mi avrebbe aiutato a non soffrire più di tanto. Mi trasformo in una persona con cui ho smesso di avere a che fare da un po'. Non ho più dimestichezza con questo lato di me stessa che odio, odio profondamente, eppure è necessario, per come mi sento adesso.
Non sbuffo, sospiro. Non parlo, ma neppure gesticolo, mi esprimo con gli occhi, mi faccio capire.
Non mi va di parlare. Non mi va di ridere. Non mi va di stare con gli altri, perché non c'è un minuto in cui non mi risulti difficile seguire certi discorsi. Perdo il filo, inciampo sui miei pensieri, e ppuff ... non penso più a niente. Un minuto prima nella mia mente il putiferio, un minuto dopo non c'è nulla che sappia dire. Me le hanno dette di tutti i colori.
Non sai mai che dire, è sempre tutto a posto, non ci dobbiamo mai preoccupare, non c'è nulla che non va. Mi dicono che so dire questo. E io lo odio perché non sono scuse, è solo quello che c'è nella mia mente quando gli altri mi parlano: niente. Vado in crisi. Non so che dire, ma non lo recepisco come un problema, non lo avverto come un qualcosa di ''pericoloso''. Diventa un problema per me quando gli altri mi pongono la questione come un problema, ma non tanto per la cosa in sé, ma perché è un problema che gli altri pensino che io sia un problema. Perciò non si devono preoccupare, perché se si preoccupano per me è solo più difficile, è solo più impegnativo sopportarlo. Non c'è nulla che non va, sì, questa è una bugia.
E' una bugia perché non è vero che non c'è nulla che non va. Mi sento strana, ho l'assillante preoccupazione che questo senso di strano permanga per me molto tempo ancora.
Rido, esco, socializzo, faccio la simpatica, trucco, tacchi, orecchini super giganti, ego pompato e sicurezza che tramuta in sicurezza nei gesti, nei movimenti, negli atteggiamenti. Rimorchio, mi faccio corteggiare, esco, rido, ballo, bevo, sembra che tutto vada come deve andare. Mi svago e sto bene. Poi dopo pochi giorni, dopo poche ore, dopo poche settimane, qualcosa torna a turbarmi.
Senza motivo. Senza causa. Senza accidente che venga a interrompere il mio buonumore. Senza un lampo o tuono che annunci il temporale.
Così, all'improvviso, mi chiudo in casa, ascolto le stesse canzoni, scrivo, disinstallo whatsapp, disattivo la sim, nessuno può parlarmi, nessuno può cercarmi, nessuno può venire a togliermi da questo profondo stato di distacco dalla realtà, dalla comitiva, dalla famiglia, da me.
Tutto il giorno sul letto, esco per una corsa, butto giù qualcosa, e se mi chiedete cosa penso io non lo so. Io non lo so.
Non lo so.

mercoledì 14 giugno 2017

Dentro è come fuori

''Waited on you for so long, too many days since January
I'm still sitting here alone
we should have did this already.''
Il calore.
La furia.
Il sudore.
L'irrequietezza.
Non riesco a stare ferma.
Non riesco a muovermi più di così.
Rimbombano nella mia mente momenti vecchi di anni, indelebili, incancellabili, che vomito fuori dalla mia mente a fatica.
Ti odio, ti odio, ti odio.

domenica 16 aprile 2017

Vaffanculo

Sola.
Mi sento sola come se fossi l'unico essere vivente sulla faccia della terra.
Mi sento tradita, mi sento tradita come se fossi stata io a tradirmi. Ma il peggio è che non posso punirmi per una cosa inflittami da altri.
Il peggio del sentirsi traditi è il non poter dare la colpa a se stessi. Perché se la colpe fosse mia, mi taglierei le vene, mi strapperei gli occhi, mi prenderei a morsi la testa. Quando è un'altra mano a farti male devi stare fermo: fermo perché è intrinseco quel minimo di rispetto per se stessi. Trabocchi, piangi, ti viene da urlare e trattieni non il fare male a te stesso ma il fare male a chi ti ha fatto male.
Mi sento tradita. Infamata. Incompresa. Derisa.
Come se fossi io l'unica persona capace di comprendere il mio punto di vista. E mi farei in mille pezzi, perché voglio solo scomparire. Scomparire e non sentire né chi parla, né chi risponde, né chi sussurra.
Abbandono le imprese disperate, abbandono i casi disperati, abbandono chi non sa sacrificarsi una sola volta per me. Chi non c'è mai quando alzo dito, chi mi scarica addosso tutto quello in cui mi tengo fuori a forza.
In ogni caso, tu vai avanti ed io sono fiero di me. E certe cose tu prova solo a ripeterle.
Le tue promesse camuffate da minacce, se sei un amico vero ora vieni a dirmele in faccia.

martedì 7 marzo 2017

ogni viaggio inizia sempre con un passo

E' passato.
E' solo un attimo.
Un attimo in cui divampi.
E dici:''Io vorrei solo non essere mai esistita, tutto qua. Mi metterei sulla sedia elettrica perché non ce la faccio più''.
Un attimo che passa come passano le nuvole a marzo, un attimo che passa come passa la pioggia, un attimo che passa come passano i giorni, le settimane, i mesi in cui fai finta di non essere te e alla fine quel lato di te, scoppia, e ti fa stare male il doppio.
Ecco, a che è servito questo mese? Ad illudermi di poter brillare? Brillare come? Non è servito a niente.
E' servito a distrarre la mia mente ed annerirmi quando ho abbassato le difese, quando ho riposato e mi sono appisolata. Quando meno lo credevo.
Ma è un attimo, giuro, è un attimo. Un attimo che ti sembra di dover cambiare, che ti sembra di star facendo tutto male, un attimo in cui mandi a 'fanculo tutto quello che segni sull'agenda, poi tutto diventa normale. Normale come sempre, normale come al solito.
E che cambia? Che è cambiato? Niente, non cambia mai niente.
E come posso cambiare, io?
E' stato un attimo, l'attimo in cui sbarri gli occhi e stringi i pugni, poi l'attimo passa.
E quando è passato, mi hai scritto:''Ti odio quando dici così''.
Sì, mi odio anche io.
Forse dovreste smettere di leggermi. Forse dovreste scordarvi di me.
Non mi leggere più.

mercoledì 25 gennaio 2017

La bestia


E la cosa che odio è che penso hai fatto bene.

Con una sola parola, ti cade tutto il mondo addosso.
Si frantuma tutto ciò che è intorno a te. Rimani solo, assieme ai pezzi del tuo passato prossimo.
Non c'è più niente, a parte l'unico, angosciante, tormentato pensiero:''E' tutta colpa mia''.
E' tutta colpa mia.
E' tutta colpa mia.
E' colpa del mio passato, dei miei non freni, di tutte quelle cose che ho lasciato in bilico nella mia mente: tutto quello che ho lasciato al caso, tutto quello che ho dato in pasto al tempo. Tutto quello che ho lasciato scritto con la matita perché è difficile cancellare ed è ancor più difficile scrivere con la penna nera. Facile è riscrivere sempre la stessa storia, perché non cambi mai.
Con una sola parola, cade tutto a pezzi, e vorresti cavarti gli occhi, strapparti le vene, ingoiare veleno. Vorresti un colpo al cuore pur di non ascoltare e chiedi a dio, se mi vuoi bene, fammi morire adesso.

mercoledì 9 novembre 2016

Sometimes it feels like the world's on my shoulders

L'insoddisfazione è una bestia che t'azzanna e ti possiede. Ti possiede senza il tuo consenso, senza alcuna provocazione. Non ci si accorge nemmeno del suo inganno.
È psicosi, la definirei un tic nevrotico che decapita le mie speranze e le mie aspettative e mi rende incoerente, pragmatica e dinamica nei comportamenti. Sostanzialmente puntigliosa e ipocrita nel mio modo d'essere e perennemente scocciata per parlare, spiegare, autocommiserarmi. 
Insoddisfazione. Che brutta parola. Che tormento. Che rabbia. E che cazzo.

mercoledì 2 novembre 2016

Quando la pioggia non viene da sopra cade sotto il tuo stesso ombrello

Sembra sempre che io sappia cosa fare.
E il trucco è proprio questo: dare l'impressione di sapere cosa fare. Di saper prendere una scelta indifferentemente, che poi qualunque cosa sia fa lo stesso.
E' un'immagine di me che ha condizionato me medesima sotto ogni aspetto.
Parto prevenuta: ciò che inizio so che non lo porterò a termine, ciò che mi fa male all'inizio so che mi farà male uguale alla fine del percorso e soprattutto, so di essere indifferente all'inizio così come alla fine.
Sembra facile così, sembra naturale. Eppure non è né facile e né naturale, probabilmente non lo è per nessuno.
Vorrei poter dire di aver faticato, di aver fatto forza sulle mie gambe. Mi è indifferente anche insinuare questo. Mi è indifferente qualsiasi cosa.
Dare spiegazioni, cercare spiegazioni, ascoltare spiegazioni, cercare in me stessa, offendermi o indignarmi, volermi bene o volermi morta.
Indifferente.
E' stata una constatazione scontata. Quante persone me l'hanno detto? Quante volte l'ho pensato?
Nella mia mente c'è un essere che sbatte la sua essenza sulle pareti del mio corpo, della mia mente, della mia prigionia.
E' stata un'insinuazione cattiva, che mi fa pensare:''Benvenuta sulla terra, c'era bisogno che te lo dicesse lei?''.
Sì. C'era bisogno che me lo dicesse lei. Vaneggiavo nelle mie fantasie, nei miei desideri, nelle cose mie.
Mi si sono asciugate le labbra, mi si è chiuso lo stomaco ed è così ogni volta.
Ma tu fai finta di niente, ridi, parli, ignori. Indifferente. Interiorizzi le situazioni e scrivi solo ciò che ti fa comodo.
Mi è indifferente anche scrivere, adesso.

lunedì 10 ottobre 2016

Le complicanze disegnate a mano dalle distanze

E così, ogni lunedì, dopo tre giorni ogni due settimane, mio padre torna in Lombardia.
Torna col maglione e parte con la maglietta a mezze maniche, torna con la stessa espressione di chi aspettava qualcosa da molto tempo, parte con la stessa espressione di chi ha avuto poco per poco tempo.
Questa questione della crisi di lavoro sta prosciugando mio padre e sta prosciugando la mia famiglia.
Pensate a un mondo senza soldi, senza televisioni, bollette, corrente, solo acqua e un posto in cui dormire. Pensate se si potesse vivere senza alcuna pretesa, senza partire, senza tornare, senza preoccuparsi di non poter portare qualunque cosa avanti.
Questa volta mi è pesata più di qualsiasi altra volta.
Se fosse necessario, me ne andrei all'istante, pur di non dover sopportare di vedere mio padre abbracciare mia madre come se stesse per finire qualcosa, di vedere mia sorella sdraiata sul letto aspettando che papà le faccia un audio in cui la saluta.
Pure in Groenlandia, basta che siamo tutti insieme.

lunedì 12 settembre 2016

Accireme

Accireme. Uccidimi. 
Avete presente quei giorni in cui semplicemente state fermi allo stesso posto senza fare mai niente?
Se leggete non capite, se ascoltate musica non la ascoltate veramente, vi parlano e sapete solo dire sì sì, ho capito - anche se non avete idea di cosa si stia parlando? -.
Sono quei giorni in cui pensate ma non pensate a niente, non è noia. La noia è un'altra cosa.
Quei giorni in cui non state bene, non state male, state normale.
Ma che significa, normale?
Non ho voglia di uscire, non ho voglia di stare a casa.
Voglio vedere qualcuno ma non ho voglia di parlà.
Sul letto o sulla sedia, con le mani sotto il mento o con le mani sulla fronte, fa lo stesso.
Sto' semp 'na munnezza. 

lunedì 5 settembre 2016

Fuori piove

Fuori piove. 
Batte la pioggia sulla ringhiera del balcone e vedo piccole goccioline d'acqua sul davanzale, segno che dovrei chiudere la finestra.
In realtà è una finestra che è sempre aperta. Col freddo o col caldo, con la pioggia o la nebbia, non la chiudo mai, perché i luoghi chiusi mi fanno venire l'ansia.
Ho bisogno del vento e dell'aria aperta per stare bene, non sono fatta per stare in quattro mura senza luce e senza aria fresca.
Questa volta la pioggia non mi tranquillizza affatto. Anzi, si può dire che faccia più casino di quello che non abbia già nella mia mente.
In questi giorni mi sentite parlare continuamente di cambiamenti. E che palle, direte voi.
Credo che la parola chiave di questo mese sia proprio questa: cambiamento.
Sono una di quelle persone che pensano, pensano, pensano ma solo ad un certo punto riescono a dire ciò che hanno pensato. Nel senso: ci metto un po' a metabolizzare certe cose e certe situazioni, ma quando lo faccio ne parlo incessantemente.
Probabilmente negli ultimi post non ho insistito su una cosa molto importante.
E cioè, non ho parlato come si dovrebbe in realtà fare della mia situazione col cibo.
Non è una cosa facile parlarne perché è da sempre uno dei miei più grandi complessi. Sono sempre stata cicciottella (non mi piace dire né grassa né curvy, sono due parole che detto esplicitamente odio con tutta me stessa, perché penso che nessuna delle due sappia spiegare com'è che sono fisicamente). Lo sono sempre stata ed il fatto di essere così è sempre stato un modo per gli altri di poter dire che potevo essere più bella.
''Sei una bella ragazza, hai degli occhi bellissimi e un viso stupendo, ma devi dimagrire''.
O peggio: ''Sei una bellissima ragazza, ti vorrebbero tutti se fossi secca secca! Ma non lo dico per un fatto estetico eh, non è questo''.
Insomma, nella mia vita la gente non si è mai fatta i cazzi suoi. In qualunque posto, con qualsiasi persona, qualcuno doveva farmi pesare la mia odiatissima 50.
Ogni qual volta ho cercato di essere carina ed ho ''organizzato'' un certo equilibrio col mio corpo, qualcuno ha dovuto sminchiare tutto dicendo che stavo bene così, ma potevo stare meglio.
Sono carina, ma posso essere bella.
Sono bella, ma posso essere bellissima. Nessuno è mai contento, forse perché non sono capace di togliere agli altri il potere di interferire in situazioni così personali e delicate.
Mento se dico che non mi è mai importato niente.
Mento se dico che non mi interessa come sono, conta quello che sono veramente.
So di essere intelligente, so di avere una forte personalità ed un forte carattere. Ma so anche che se fossi sul serio più magra, sarei anche più al centro dell'attenzione, perché tutto sommato l'unica cosa che mi manca esteticamente è un bel fisico. E probabilmente, il mio brutto rapporto con me stessa sta proprio nel fatto di essere consapevole di poter essere di più. Probabilmente mi odio ancora di più quando mi accorgo che gli altri hanno ragione.
Non mi sento brutta - non lo sono - mi sento grassa, che è un qualcosa di completamente diverso.
Ho dei piani, piani che chi legge riterrà inutili, non è questo a incentivarmi. Ho dei piani, delle previsioni, degli obiettivi. E voglio lavorare veramente su me stessa. Voglio lavorare a questa cosa perché adesso ho i mezzi per farlo: una mamma che mi assilla e mi dice che ce la posso fare, un papà che mi dice che sono bella anche così e che se lo faccio lo devo fare per me stessa, una parte di me che mi dice:''muoviti e mettilo in culo a questi stronzi'' e una dietologa giovane, bella, alla mano, sempre gentile e sempre pronta a darmi carica.
Mi chiedo come sarò tra qualche mese, quanto sarò diversa e cosa mi diranno le stesse persone che per anni mi hanno regalato offese e critiche random su quanto fossi ingrassata.
Mi chiedo cosa potrò mettere, con cosa starò meglio, come mi sentirò ad essere come ho sempre voluto. 

Ho bisogno di sentirmi bene con me stessa, ho bisogno di guardarmi allo specchio e dire a chi è riflesso:''Sei il massimo''.
So di potercela fare e so anche di poter mollare.
E' questa la mia paura più grande: mollare tutto quando devo rimboccare le maniche. 

L'ho sempre fatto. Ed ho paura di farlo anche adesso. L'ho sempre fatto e scrivo a me stessa di non farlo ancora, di essere più forte di questa brutta malattia per il cibo. Prego mia madre di picchiarmi se mai ricominciassi a farmi male, dico a me stessa che non le vorrò mai più bene se non mettiamo un punto a questa storia.

sabato 3 settembre 2016

Hello september (con due giorni di ritardo)



Settembre è il mese delle promesse.
Il mese degli obiettivi, delle aspettative, dei buoni propositi.
Una persona che seguo regolarmente qui su blogger ha scritto che settembre è un nuovo inizio, come se fosse il primo gennaio: un altro anno, un altro viaggio, un'altra storia. Ed io concordo pienamente, sia perché settembre scandisce l'inizio di un altro anno scolastico e sia perché settembre è effettivamente quel punto a metà tra l'alto e il basso che decidiamo o di portare più in altro o di portare più in basso.
Avete presente la ''tabella'' dei propositi che solitamente si fa a inizio del nuovo anno? Benissimo, io la faccio adesso. E per mia sfortuna, non ho bisogno di segnarmi questi obiettivi prefissati perché sono gli stessi di tutti gli anni. Gli stessi che per un momento porto in alto e che poi, d'un tratto, faccio crollare non dando peso ai sacrifici che ho fatto per lo sforzo di portarli a termine.
E' topico, è quasi una leggenda metropolitana. Nessuno ci crede e nessuno ci riesce, ma ho fatto in modo di riuscirci: lunedì 5 settembre incomincio la dieta. Ho richiamato la mia nutrizionista perché sto ingrassando troppo, anche se a sua detta ho lo stesso peso dell'anno scorso, quindi ho solo ripreso i chili persi. Ricominciare la dieta per me è una cosa importante, perché questo continuo dimagrire ed ingrassare mi fa male. Sia dal punto di visto fisico, sia dal punto di vista psicologico.
O mi sento Naomi Campbell o mi sento Ugly Betty. Vorrei quantomeno cercare una via di mezzo.
Anche il mio secondo proposito è topico, lo stesso da quando ho tredici anni: non mangiare più le unghie. Oltre che poco igienico, è anche abbastanza triste osservare venticinque smalti di kiko lasciati sulla mensola in bagno a prendere polvere. Ed è anche abbastanza triste sprecarli sulle unghie finte.
Il mio terzo e più importante proposito è quasi la filastrocca di ogni studente. Devo incominciare a studiare dal primo giorno, dal primo mese, appena assegnano la teoria. L'hanno scorso ho avuto l'estrema e sudata capacità (o botta di culo) di prendere 7 a un'interrogazione di filosofia per la quale ho studiato tutto Aristotele in un solo giorno. Quest'anno non voglio sentirmi dire:''Tu sei brava, studi, sai relazionare ma non ti prendo in fiducia perché non studi costantemente''. Mi penalizza. Ed è un peccato perché punto in alto con lo studio, mi piace studiare.
Il mio quarto proposito, un pochettino impossibile da realizzarsi, è continuare a leggere. In passato, durante l'anno scolastico, ho totalmente abbandonato la lettura. Leggevo poco e leggevo male ed era un peccato perché non avevo più nulla in cui rintanarmi. Ho sullo scaffale Madame Bovary, Gente di Dublino, Le affinità elettive e Il vecchio e il mare. Spero di iniziare e completare almeno una di queste letture, anche se credo di aver scelto titoli troppo pesanti per riuscirci.
Settembre è il mese delle promesse ed io ho promesso a me stessa di riuscire almeno nel più difficile di questi obiettivi. Spero sul serio di averne la forza e soprattutto spero di avere la costanza di non mollare. Non voglio ricominciare tutto da capo.
Nell'ultimo post (http://cielodicementopiovonocalcinacci.blogspot.it/2016/08/la-verita-non-abita-piu-qua.html) vi ho parlato di come è cambiata la mia Casa, di come è cambiata l'aria che respiro, di come è cambiato il mio modo di vedere le cose. Sento l'esigenza di andare oltre, di cambiare radicalmente, di cambiare seriamente. Sento l'esigenza di cambiare me stessa.
Eppure, questo è un discorso che faccio spesso. Ed ho paura che nemmeno questa sia la volta buona.
Forse dovrei essere più determinata, forse dovrei incentivare ancor di più questa mia voglia di cambiare, devo mettermi in condizione di cambiare per forza. Non voglio che siano solo parole scritte su un post di un blog qualunque, non voglio che siano cose pensate e basta.
Voglio essere diversa e questa mia diversità deve essere reale. Deve essere notata. Sia da chi è attorno a me e sia da quella parte di me che non sa chi sono e come sono.

mercoledì 31 agosto 2016

La Verità (Non Abita Più Qua)


''La gente non vuole sapere da dove vieni o dove vai. 
E' pronta a dirti che sei ingrassato, più che a chiederti come stai.''


Lo scrive uno dei miei artisti preferiti in una delle canzoni più belle di sempre.
E' sempre stata una bella frase, certo, eppure adesso non è solo bella. Le ho dato un senso, l'ho associata a questo mio 2016, a questo periodo della mia vita.
Mi capita di guardarmi allo specchio e dire a me stessa che sono cambiata. Eppure allo stesso tempo ho l'assillante consapevolezza di non essere cambiata per niente: i miei difetti sono sempre lì, sempre della stessa misura. E' tutto uguale come sempre. Tutto normale, tutto nei canoni, tutto nella regola. Tutto di una persistente e pesantissima noia.
A volte dico a me stessa che però qualcosa è cambiato, in questo periodo della mia vita.
E' cambiato il mio modo di parlare di mio padre, è cambiato il mio rapporto con lui ma soprattutto ho capito cose che la bambina la quale sono sempre stata non poteva capire.
Penso che il mondo attorno a me sia mutato, l'unica cosa che non riesco a vedere in modo diverso è me stessa.
Oramai ne ho la consapevolezza e cito questo stesso artista per rendere meglio il concetto:
''E sto pregando dio perché per me la sua presenza è spirituale, il resto è teologia e speculazione clericale''. I concetti cristiani non mi sono mai piaciuti, i dogmi della chiesa che si imparano al catechismo mi fanno credere che si tratti solo di un castello in aria, di un estremo sogno nel cassetto per dormire più tranquilli quando si fa buio. Mi piace pensare che nulla sia dato a caso, mi piace pensare che ogni cosa era stata premeditata e che ogni esperienza altro non è che il tassello di un puzzle infinito che si può capire solo quando riusciamo a mettere i pezzi giusti insieme. E' un  bisogno spirituale, per l'appunto e sono soddisfatta di aver messo un punto - magari è un punto e virgola - a questo mio blocco interiore, a questo mio bisogno di far chiarezza in ciò che credo.
E' cambiata anche la mia considerazione dei ragazzi. O meglio, è nata la consapevolezza ma per il momento è tutta teoria. Non c'è stato un solo ragazzo che non mi abbia voluto che per il sesso. E' scontato dirlo, eppure nessuno ha mai tenuto a me. In alcuni casi, è stata solo ''un'esperienza'', in quel caso (e sottolineo quel) semplicemente non ero all'altezza. Semplicemente, non mi voleva bene quanto gliene volevo io.
Questo discorso mi fa pensare a un canto di Catullo, il famosissimo carme nonsochenumero in cui è contrapposto il concetto di amare e di bene velle e cioè amare e voler bene. Quel canto mi piacque tantissimo, pensavo continuamente che il volersi bene (e quindi il nascere di un sentimento puro, genuino, limpido e incontaminato) non fosse all'altezza dell'amore. Amarsi significa essere gelosi, ossessivi, possessivi, imparanoiati, stupidi. Con l'amore, il bene velle perde il suo valore. O meglio: più ci si ama e meno il volersi bene fa la sua parte. Perché con l'amore e il volersi bene non c'è mai un giusto peso, non sono mai bilanciati.
Mi sono persa in questo discorso sull'amore e il volersi bene, non era qui che volevo arrivare.
Ma questo potrebbe essere uno spunto per far capire ciò che intendo dire.
In me, così come cresce l'amore, cresce a pari passo anche il volersi bene. Ed è qui che nasce il conflitto: quando tutto finisce, quando tutto non va secondo i piani, quando tutto si spegne, a me resta il bene velle. E il bene velle sa squartarti l'anima, son sicura che lo sapete.
Da qui, riprendo dicendo che ho capito che non devo assolutamente scherzare col fuoco. L'ho capito ma è un meccanismo che non riesco a mettere in pratica, poi vi aggiornerò riguardo questa questione.
E' cambiato il mio papà. C'è ancora una certa distanza che pesa tra noi due, ma c'è molto più dialogo, molta conversazione, molte confessioni. E il che mi piace.
Mio padre non mi conosce, non ha mai fatto il padre, è stato anni lontano da me e non sa come sono cresciuta, che mi piace fare, cosa odio fare. Si sta costruendo una specie di rapporto che prima non esisteva e ne sono felice. Non ne ho mai parlato qui sul blog, ma mesi e mesi fa, c'è stata un'esperienza che mi ha fatto temere di perdere il mio papà. Si pensava avesse un tumore e la consapevolezza di perdere una persona che mi stava conoscendo dopo così tanto tempo mi ha fatto piangere intere notti, per intere settimane.
A volte la vita ci manda un segnale - poteva mandarmene uno meno orribile - per farci rendere conto che alcune persone, nonostante gli sbagli e gli errori, sanno volerci bene. E noi ne vogliamo a loro.
Mio padre meriterebbe schiaffi per tutte le volte in cui mi ha fatta piangere, ma so che mi vuole bene. Ed io ne voglio a lui, tantissimo.
Un'altra cosa capita ed accettata di quest'anno riguarda mio fratello.
Finalmente, i miei genitori sanno che è gay. E questo pesantissimo fardello finalmente ha alleggerito la sua vita, ma non la nostra. Mi sento molto protettiva nei suoi confronti, non voglio che la gente parli e lo faccia stare male, non voglio che si senta male con se stesso - anche se, aperta e chiusa parentesi, ne dubito, è un leone di segno e di fatto -. I miei genitori ci hanno messo un po' a capire, a realizzare, ma ci stanno facendo l'abitudine. Perché alla fine di abitudine si tratta: abituarsi all'idea che al proprio figlio piaccia ciò che piace alla propria figlia, tutto qua!
Ho, infine, capito un'altra cosa. Il tempo è denaro, il denaro è importante ed io sono povera, che detto in modo diverso significa ''sto sprecando tempo appresso a persone e cose che tra dieci anni non ricorderò neppure''. Sette mesi fa ho festeggiato il mio ultimo compleanno da minorenne, presto prenderò la patente, finirò il liceo, prenderò il treno tutti i giorni e non solo in estate per andare in giro a cazzeggiare. Incomincerò l'università ed ho le idee chiare, chiarissime, oserei dire. Ho intenzione di studiare alla facoltà di lettere. E sì, sarò precaria a vita, non avrò mai un lavoro, studierò per stare al mcdonald's, sono stupida e devo gettarmi in qualcosa che mi faccia lavorare subito.
Il tempo è denaro, il denaro è importante ed io sono povera. Ovvero: non spreco tempo a sentirli parlare. Questa è la mia passione, è la mia inclinazione, è ciò che voglio fare.
Non lavorerò al mcdonald's. Se proprio devo, lavorerò in libreria. O in qualcosa del genere.
Per ultimo, e finalmente ritornando alla citazione sopra, alla gente non fotte un cazzo di quello che ho da dire. Non fotte un cazzo di quello che sono o di cosa penso.
Tutto ciò che la gente vuole è sapere e strumentalizzare ciò che sanno di te per spettegolare meglio. Nessuno ci tiene a sapere se hai intenzione di ucciderti o se lo hai già fatto, nessuno vuole sapere come stai, nessuno vuole esserti vicino se non per portare a termine tutto un piano di secondi fini.
Ed io, quindi? Che faccio? Li prendo in giro. Dico ciò che vogliono sentirsi dire e continuo per la mia strada, che so quale è.
Non mi faccio convincere, non mi faccio fare fessa anche in queste cose. Continuo per conto mio.

Ricapitolando, allora, vi pongo una domanda: se il mondo attorno a me è cambiato così tanto e se tutte queste cose finalmente le ho capite, è probabile che sia cambiata anche io? E' probabile che lo specchio non sia capace di farmi vedere un cambiamento che in realtà c'è stato?
Non ne ho idea.