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sabato 7 gennaio 2017

O' posto mio

Su un terrazzo illuminato dalle luci della notte
e bagnato dall'insipido mare di Sorrento
sogno di saper scrivere sul mio corpo quello che la notte condanna
ciò che questo bianco perla della Luna mette in palio a chi la guarda
a bocca aperta, e a mani incrociate.
Sì, l'incipit sarebbe questo.
Una poeticità che è pateticità dell'idea stessa di questo momento.
Non c'è terrazzo
non c'è luce
non c'è il mare e non si è neppure a Sorrento.
Su una panchina in mezzo al niente
col vento che soffia e fischia e fa temere che il niente diventi il caos
sogno di saper dare in pasto alla penna il luogo in cui vivo
in cui emergo, in cui rimango a galla.
I palazzi alti e grigio sporco, il silos che è padrone di tutto ciò che è ai suoi piedi
come il dito medio della mano che sovrasta gli altri quattro.
Le altalene, distrutte cento volte in due mesi e riparate almeno duecento volte in più
la Conad sporca in ogni angolo e ogni infessura, i marciapiedi rosicati dal tempo che passa
come un treno italo, veloce, sui binari della stazione
e quelle piante rampicanti sugli edifici popolari che li fanno sembrare ruderi di campagna.
Le persone sono ominidi, la tradizione è Alto Medioevo.
Tutto spento, tutto tace, tutto oscuro nello squallore di queste aiuole che sono diventate foreste
di questa piazza che è solo il posto in cui un pensionato cerca di vivere friggendo panzarotti e simili.
Non c'è terrazzo, non c'è stupore, il fumo dell'inceneritore copre anche le stelle
e la luna, e le rondini, e tutto ciò che c'è di bello nell'alzare gli occhi al cielo
ma rimane casa mia.
Rimane il mio più grande progetto di rivalsa.
Rimane parte di me, rimango qua.

venerdì 30 settembre 2016

So di non sapere

E' successo col test d'ingresso di storia.
Dodici domande da 1 punto, tre domande libere da non valutare.
Dire che ho fatto pena è riduttivo: 4 risposte corrette su 12. Le uniche ad aver preso voti così bassi forse siamo state io e la mia compagna di banco (lei ne ha fatto qualcuno in più, probabilmente).
Ero abbastanza in pena. La storia è sempre stata una materia che studio con piacere, davvero con piacere. E' rilassante. Ed un voto del genere non è che mi abbia dato chissà quale fiducia nelle mie capacità.
Mi sono chiesta perché ricordassi così poco, se il mio voto finale fosse meritato, se davvero fossi così intelligente e capace di relazionare ogni conoscenza, come dicono.
Insomma, tremila complessi per 4 punti su 12.
C'è stato chi ne ha fatti 10 su 12, chi 12 su 12, chi 8 su 12.
L'unica ad aver preso 4 su 12 sono stata io. O meglio, l'unica ad averlo preso onestamente sono stata io.
- Uaaaa, io sai che faccio nei test d'ingresso? Aspetto che il professore ce le fa auto-correggere e segno quelle giuste!
Me l'hanno detto quasi come a prendermi in giro, si può essere davvero così stupidi?, si saranno chiesti.
Ebbene, cari miei, la cultura non si compra. La cultura non si fa barando ai test di ingresso.
Continuerò a non saperne niente della storia dell'anno scorso, continuerò a ripassare a mano a mano gli eventi a cui si fa riferimento nei capitoli del libro di quest'anno, ma alla fine - alla fine di ogni test, oramai me ne sono resa conto - i miei 4/12 varranno i loro 12/12, o forse anche un pochino in più.
12 punti su 12 al test d'ingresso non vi compreranno la terza prova all'esame, non vi compreranno gli esami per entrare all'università, non vi comprerà la sincerità nell'ammettere di essere ignoranti.
Non c'è cosa più bella dell'imparare, dello scoprire i mille lati nascosti di un qualsiasi argomento e non c'è cosa più bella che sentire di sapere e saper fare qualcosa.
E' stato il test d'ingresso più deludente della mia storia da studentessa. Eppure, se mi si potesse dare una macchina del tempo e se si potesse barare in modo da alzare il mio voto, io sceglierei sempre e comunque il mio meritato 4 su 12.
E' solo così che si può crescere nella cultura, con la cultura. 

lunedì 8 agosto 2016

E il mio futuro?

Mio padre, che dalla vita non ha avuto niente a parte la cassa integrazione, mi ha sempre detto che se avessi studiato avrei avuto un futuro. Mi sarei fatta la casa al mare, la bella macchina, la bella casa. Perché senza un buon lavoro non ci sono soldi e senza i soldi la vita è quello che è.
Mia madre, invece, mi ha sempre detto che studiando mi sarei creata una cultura. E la cultura ci rende superiori, ci rende responsabili di fatti e di cose, ci rende capaci di interpretare ogni cosa ma soprattutto ci rende liberi, liberi di pensare.
Io, invece, ho sempre detto a me stessa che avrei dovuto studiare per non dover dire ai miei figli di studiare e per non dover dire ai miei figli tutte le palle che mi dice mia madre.
Sia chiaro: apprezzo la cultura. Eppure sono sempre stata convinta che per queste cose ci debba essere un'inclinazione naturale.
Puoi aver fatto il classico, puoi aver superato i test per medicina, ma se non approcci alla vita con inclinazione, con intesa, allora è come se campassi praticamente di niente. Diciamo così.
A me piace studiare, a me piace andare a scuola, a me piace sbattere la testa per due ore di fila sul libro di greco. Ho sogni, ambizioni, progetti e desideri, ma più cresco in quest'ambiente più mi accorgo di quanto sia malsano.
Alla cattedra ci sono professori che non amano il proprio lavoro e di conseguenza, come ben possiate intuire, le loro ''lezioni'' non appassionano nemmeno le mosche attaccate alle vetrate. Nell'istituzione scolastica vige una sola regola: la raccomandazione. E nel mondo lavorativo vige e irrompe una sola regola: se i posti a medicina non ci sono e se ingegneria non fa per te, fai il professore, punisci scolasticamente dei poveri cristi che come te, avrebbero voluto entrare a medicina.
Ho le idee chiare sul mio futuro: voglio insegnare.
E quando mi chiedono perché voglia per forza fare un mestiere che mi farà lavorare precariamente per tutta la vita, io dico che questa è la mia inclinazione.
Quando ero piccola giocavo a fare la maestra, alle medie adoravo spiegare l'argomento del giorno a quelli che non avevano studiato e adesso che sono alle superiori adoro discutere, conversare, entrare nella letteratura. Sì, vorrei essere un insegnante: italiano e latino, perché col greco non c'è stata intesa (colpa di un docente che parafrasava la teoria invece di spiegarla come si dovrebbe? Forse sì o forse no).
Mi dicono eh, ma guarda che c'è mia zia che a 40 anni ha preso la cattedra! Eh, ma guarda che si lavora poco. Eh, ma guarda che è un lavoro che è destinato a morire. Eh, ma guarda che è difficile in questo campo. Eh, ma guarda che studierai tantissimo per concludere nulla.
Eh, embé? Non è forse la mia carriera? Non sono forse le mie ambizioni?
L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma vorrei dire a mio padre che la casa al mare, la casa bella e il macchinone li potrò avere solo se lavorassi in inculandia.
Perché l'Italia è una repubblica democratica che dà un'opportunità a chi sta già a buon punto nella vita. L'Italia non lascia spazio a chi vuole emergere, a chi la laurea non la compra, a chi c'ha una cazzo di testa ma a medicina non ci entra perché non ha la spinta.
Così come per le caste sociali in India, così in Italia col lavoro. Come nel Medioevo, i latifondi vanno da padre in figlio, la ''ricchezza'' e la soddisfazione vanno solo ai figli di chi già ce l'hanno.
Magari tra dieci anni sarò laureata, magari sarò anche felice di essere un'insegnante che insegna precariamente. Ma lavorerò comunque alla Vodafone per permettermi anche solo un cesso in cui pisciare.