Ho smesso di essere cerbiatto. L'innocenza e la debolezza, ora, non fanno più parte di me.
Ho smesso di essere cerbiatto perché quando sei coi lupi ... o ti aggreghi al branco o ti lasci mangiare.
Io non sono un lupo. Ma neanche la carne per i lupi.
E così, ho deciso di cancellare tutto quello che mi rende debole. Dico addio a quest'aria da ragazzina indifesa. Dico addio a questa gentilezza, a questa cortesia ... a questa sensibilità che mi ha reso fragile, non imbattibile, che mi ha reso un bersaglio facile.
I lupi mi hanno sbranata. A poco a poco, in silenzio.
Sono entrati nella mia intimità, poi nella mia mente, poi nella mia casa. E quando hanno capito che era impossibile guadagnarsi il mio favore, hanno attaccato quello che più mi sta a cuore. Con le armi più sporche.
Sono stati cattivi. Ma la loro cattiveria non l'hanno usata con le dovute precauzioni.
Non sanno forse che la vita è una ruota? Che questi occhi da cerbiatta osservano, comprendono, archiviano e si incattiviscono?
Di cerbiatto, mi restano solo quelli, gli occhi. E diverranno lo strumento per capire, lo strumento per ingannare.
Io non sono né forte né crudele come un lupo. Ma sono più furba di un branco.
Mi hanno dichiarato guerra e questa sarà una guerra spietata. Senza regole e senza rispetto.
E anche se adesso sono sola e vinta, ricucio le mie ferite per rispondere all'attacco.
''Odio gli indifferenti. Vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti.''
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mercoledì 9 settembre 2020
giovedì 21 maggio 2020
Demolizione ---> ristrutturazione del sé
(da: artesplorando)
Per proteggere cosa? Niente.
Per nascondere qualcosa? Più di una.
Forse non ho voluto testimoni. Forse non ho voluto spettatori. Forse ho voluto cessare il teatrino di me stessa: mi sono risparmiata a pochi, forse a nessuno.
Comunque sia, in qualunque modo si sia evoluto tutto questo, ora questa cinta muraria mi soffoca. Non passa il vento, non posso più vedere il sole. E per bocca d'altri il sole è una stella grandissima, un po' arancione, un po' rossa, a volte caldissima, a volte tiepida. Ma non voglio più sentir parlare del sole. Non voglio più essere testimone indiretto della mia vita, della mia esistenza destinata a sfiorirsi come tutte le altre. Io non so quanto manchi fino al giorno zero. Non vorrei neppure saperlo, mi basta sapere che metà del tempo che ho l'ho sprecato e continuo a sprecarlo, per impormi di reagire.
Voglio il sole. Voglio poterlo stringere tra i miei pugni e farci quel che voglio. Sorreggerlo e studiarlo e disintegrarlo e prenderlo a calci. Amarlo o odiarlo. Spegnerlo o soffiarci sopra.
Non mi basta più sentire raccontare. Voglio raccontare. Di come sono caduta. Di come mi sono rialzata e di come ora sono sempre in bilico. Voglio farmi raccontare. Farmi male e fare male, ridere e far ridere, piangere e impietosirmi. Voglio tutto.
Non ho voluto niente a lungo. Mi sono ostinata a farmi bastare ciò che avevo e alla fine ho scoperto di non avere niente. A parte gli incubi, una penna che scrive a tratti e una mente che viaggia alla velocità della luce, io non ho niente. E non mi serve niente. Non ho bisogno di soldi, di buoni voti, dei sorrisi degli amici. Io voglio la vita. E voglio che quando tutto si farà buio, quando arriverà il giorno zero - quello dell'ultimo sospiro - io chiuda gli occhi sorridendo: sapendo di aver vissuto tutto quello c'era da vivere. Di aver scoperto tutto quello che c'era da scoprire. Di aver amato tutto quello che la vita mi ha donato.
domenica 19 aprile 2020
Adagio nel mattino
" Mi adagio nel mattino di primavera.
Sento nascere in me scomposte aurore.
Io non so più se muoio oppure nasco".
A volte mi osservo. E mi sento intimamente egoista. Nel mirino ci sono sempre io, sia in quello che mi biasimerà, sia in quello che mi condannerà.
La prima verità è che sono io il mio ombelico del mondo.
Costruisco una campana attorno a me, di cristallo. A volte riesco a distruggerla, a volte no. E quando la distruggo è come se vedessi per la prima volta. Come se fossi uscita dalla caverna ... quella in cui ero imprigionata.
È solo in quei momenti che non mi manca la chiarezza, la nitidezza del sentire e del pensare.
E quando non la distruggo mi sento come un allodola che canta, sola e mesta, in una gabbia di ferro battuto. Sono rinchiusa in una stanza insonorizzata. Non mi ascoltano e non posso sentirli.
A distruggere la gabbia a volte ci vuole poco. Altre volte ci vuole forza, disperazione e istinto di conservazione, pazienza, prepotenza.
La seconda verità è che qualunque sia la chiave che aprirà quella gabbia, qualunque sia l'arma che disintegrerà quel cristallo duro come cemento armato, io non la ricordo mai.
O ogni volta è una chiave diversa o io non imparo mai.
La prima verità è che sono io il mio ombelico del mondo.
Costruisco una campana attorno a me, di cristallo. A volte riesco a distruggerla, a volte no. E quando la distruggo è come se vedessi per la prima volta. Come se fossi uscita dalla caverna ... quella in cui ero imprigionata.
È solo in quei momenti che non mi manca la chiarezza, la nitidezza del sentire e del pensare.
E quando non la distruggo mi sento come un allodola che canta, sola e mesta, in una gabbia di ferro battuto. Sono rinchiusa in una stanza insonorizzata. Non mi ascoltano e non posso sentirli.
A distruggere la gabbia a volte ci vuole poco. Altre volte ci vuole forza, disperazione e istinto di conservazione, pazienza, prepotenza.
La seconda verità è che qualunque sia la chiave che aprirà quella gabbia, qualunque sia l'arma che disintegrerà quel cristallo duro come cemento armato, io non la ricordo mai.
O ogni volta è una chiave diversa o io non imparo mai.
domenica 29 marzo 2020
Coronavirus
A voi amanti dello ingiuriare
che sparlate senza però parlare:
zittitevi, dovete ascoltare.
Mi domando a voce alta voi chi siate
quale titolo di studio abbiate
di quali studi e ricerche parliate.
Quale, l'università della strada che vi ha formati?
Quale, il titolo d'onore che vi siete comprati?
Perchè su facebook militate manco foste dei soldati?
La sapienza antica trapassa alcuni detti
chiusi nella bocca degli anziani seduti ai caminetti
e voi li ignoravate, quand'eravate bambinetti.
Non è un caso che si abbiano due orecchie ed una sola bocca
parlate tanto da riempire tutta la brocca
che poi trabocca e sgoccia.
Che senso ha parlare senza dire niente
ergersi sul trono e puntare il dito all'incosciente?
Con la gente che applaude e non capisce niente.
Mia nonna diceva ''chi si fa i cazzi suoi campa cient'anni''.
Soli, ingiuriati, criticati, così passerete i vostri anni.
Vi fingete missionari e francescani
vendendo odio e rancore
fate gli inquisitori ma con lo stesso ardore
di chi trama alle spalle senza far rumore.
Questo COVID-19 è letale.
Nessuna distinzione e a volte nessun segnale.
Io non mi permetto di parlare.
Domani potrei essere la prossima a contagiare.
Ho sempre odiato la provincia. Sa di angustia. Di piccolezza. Frivolezza, ipocrisia.
E anche la mia, come ogni provincia che si rispetti, si lancia in interpretazioni complottistiche e considerazioni che neppure i virologi più esperti si azzardano a fare.
E come odio la provincia così odio facebook, il mondo provinciale più grande che ci sia. Un mondo in cui non importa che dici, basta parlare. Un mondo in cui non importa la portata delle stronzate che scrivi ma solo quanti like ricevi.
Non ho mai avuto dubbi sul fatto che sia NECESSARIO per ognuno di noi (il povero disgraziato e lo stanco nullatenente, l'agiato signorotto e l'uomo arricchito, il ricco di sangue e il ricco per virtù) dire ciò che si crede, senza alcun timore. Per me la libertà d'espressione è sacra, anche quando a parlare sono gli ignoranti. Ma non accetto che a parlare siano uomini cattivi, violenti, che istigano all'odio e al rancore. Che accusano una compaesana affetta da COVID-19, tornata al Sud dai focolai lombardi, di essere una stupida. Augurandole la morte e non la guarigione, istigandola al suicidio e non alla speranza. Io mi rifiuto di accettare impassibile tutto questo. Io mi rifiuto di credere che tutto questo sia reale.
La compaesana in questione è stata poco attenta, avrebbe dovuto prendere maggiori precauzioni; ma io non vedo utilità nella risposta che la mia gente dà a questa situazione.
Qui la gente muore. È disperata. È rinchiusa in casa o in ospedale. C'è chi non ha fame perché non ha potuto salutare per l'ultima volta un suo caro. E c'è chi ha fame ma non i soldi per la spesa. Questa è una situazione tragica.
E io non posso credere ai miei occhi.
Questa è una guerra contro un mostro invisibile... e certa gente pensa a portare avanti la guerra Nord/Sud, contagiati/non contagiati.
L'emergenza nazionale ha mostrato il peggio di noi italiani: l'odio, il rancore, la violenza, la paura, l'incoscienza.
E questa indignazione non può che portarmi a una domanda: quando tutto questo sarà finito, SU QUALE BASE, CON QUALE CORAGGIO, TORNERETE A CANTARE FRATELLI D'ITALIA?
che sparlate senza però parlare:
zittitevi, dovete ascoltare.
Mi domando a voce alta voi chi siate
quale titolo di studio abbiate
di quali studi e ricerche parliate.
Quale, l'università della strada che vi ha formati?
Quale, il titolo d'onore che vi siete comprati?
Perchè su facebook militate manco foste dei soldati?
La sapienza antica trapassa alcuni detti
chiusi nella bocca degli anziani seduti ai caminetti
e voi li ignoravate, quand'eravate bambinetti.
Non è un caso che si abbiano due orecchie ed una sola bocca
parlate tanto da riempire tutta la brocca
che poi trabocca e sgoccia.
Che senso ha parlare senza dire niente
ergersi sul trono e puntare il dito all'incosciente?
Con la gente che applaude e non capisce niente.
Mia nonna diceva ''chi si fa i cazzi suoi campa cient'anni''.
Soli, ingiuriati, criticati, così passerete i vostri anni.
Vi fingete missionari e francescani
vendendo odio e rancore
fate gli inquisitori ma con lo stesso ardore
di chi trama alle spalle senza far rumore.
Questo COVID-19 è letale.
Nessuna distinzione e a volte nessun segnale.
Io non mi permetto di parlare.
Domani potrei essere la prossima a contagiare.
Ho sempre odiato la provincia. Sa di angustia. Di piccolezza. Frivolezza, ipocrisia.
E anche la mia, come ogni provincia che si rispetti, si lancia in interpretazioni complottistiche e considerazioni che neppure i virologi più esperti si azzardano a fare.
E come odio la provincia così odio facebook, il mondo provinciale più grande che ci sia. Un mondo in cui non importa che dici, basta parlare. Un mondo in cui non importa la portata delle stronzate che scrivi ma solo quanti like ricevi.
Non ho mai avuto dubbi sul fatto che sia NECESSARIO per ognuno di noi (il povero disgraziato e lo stanco nullatenente, l'agiato signorotto e l'uomo arricchito, il ricco di sangue e il ricco per virtù) dire ciò che si crede, senza alcun timore. Per me la libertà d'espressione è sacra, anche quando a parlare sono gli ignoranti. Ma non accetto che a parlare siano uomini cattivi, violenti, che istigano all'odio e al rancore. Che accusano una compaesana affetta da COVID-19, tornata al Sud dai focolai lombardi, di essere una stupida. Augurandole la morte e non la guarigione, istigandola al suicidio e non alla speranza. Io mi rifiuto di accettare impassibile tutto questo. Io mi rifiuto di credere che tutto questo sia reale.
La compaesana in questione è stata poco attenta, avrebbe dovuto prendere maggiori precauzioni; ma io non vedo utilità nella risposta che la mia gente dà a questa situazione.
Qui la gente muore. È disperata. È rinchiusa in casa o in ospedale. C'è chi non ha fame perché non ha potuto salutare per l'ultima volta un suo caro. E c'è chi ha fame ma non i soldi per la spesa. Questa è una situazione tragica.
E io non posso credere ai miei occhi.
Questa è una guerra contro un mostro invisibile... e certa gente pensa a portare avanti la guerra Nord/Sud, contagiati/non contagiati.
L'emergenza nazionale ha mostrato il peggio di noi italiani: l'odio, il rancore, la violenza, la paura, l'incoscienza.
E questa indignazione non può che portarmi a una domanda: quando tutto questo sarà finito, SU QUALE BASE, CON QUALE CORAGGIO, TORNERETE A CANTARE FRATELLI D'ITALIA?
domenica 9 febbraio 2020
Il sole che penetra negli occhi. Fino alle ossa
Oggi c'è il sole.
Ho sempre amato l'ombra, il fresco ... ed ora ho imparato ad amare la luce. Il calore, quel colore brillante, etereo, celestiale.
Non c'è cosa più bella del sole. Ed è quasi un privilegio starsene qui, al sole, con le spalle circondate da un calore intenso, ma non accecante. Avvolgente e non soffocante.
Madre Natura sa essere crudele, ma quando vuole può farti sentire in armonia con ogni cosa. La pioggia, la tempesta, gli uragani.
Altre volte è solo natura.
Tante volte mi son chiesta quale sia lo scopo della vita; dei nostri respiri su questo mondo immenso, in questo infinito universo.
Non trovando risposte chiare, l'uomo si crea delle supposizioni.
La mia supposizione è che l'unica cura alle nostre infinite supposizioni è starsene al sole, tranquilli, con una sigaretta accesa e con l'unica certezza possibile: di essere la versione di te che meno tradisce chi sei.
Ho sempre amato l'ombra, il fresco ... ed ora ho imparato ad amare la luce. Il calore, quel colore brillante, etereo, celestiale.
Non c'è cosa più bella del sole. Ed è quasi un privilegio starsene qui, al sole, con le spalle circondate da un calore intenso, ma non accecante. Avvolgente e non soffocante.
Madre Natura sa essere crudele, ma quando vuole può farti sentire in armonia con ogni cosa. La pioggia, la tempesta, gli uragani.
Altre volte è solo natura.
Tante volte mi son chiesta quale sia lo scopo della vita; dei nostri respiri su questo mondo immenso, in questo infinito universo.
Non trovando risposte chiare, l'uomo si crea delle supposizioni.
La mia supposizione è che l'unica cura alle nostre infinite supposizioni è starsene al sole, tranquilli, con una sigaretta accesa e con l'unica certezza possibile: di essere la versione di te che meno tradisce chi sei.
martedì 29 ottobre 2019
《》.
Adesso l'ho capito.
Il mio limite è pensare di avere limiti. Limiti inviolabili, dogmi così radicati nel mio modo di pensare da passare inosservati, quasi fossero normali, quasi fossero automatici. In realtà in questo sistema fatto di prescrizioni e rettifiche, c'è una falla abnorme, la cui grandezza ha fatto sì che il problema si presentasse a me in modo diverso dal solito. In un'ottica diversa, in una prospettiva del tutto inusuale.
Si giunge, prima o poi, alla confessione. In questo processo io sono stata confessato e confessore ed ammetto che per un certo momento l'ho sentita quella necessità di rivolgermi a qualcuno di più grande. Ma in realtà non mi serviva nessuno di più grande, mi serviva qualcuno che conoscesse. Per filo e per segno. Me stessa.
Chi meglio di me può riconoscermi? Risponderei io, ma non è proprio la risposta giusta.
Ciò che ho fatto fino adesso è stato credere di essere diversa, ciò che faccio adesso è chiedermi cosa sia cambiato. Sostanzialmente, tutto. E non parlo del modo in cui porto i capelli, del modo in cui mi vesto o mi relaziono con gli altri. Parlo di me, di come sono davvero e di come cerco disperatamente di essere.
Di come tento di rinchiudere l'abbondanza del mio essere in una scatola chiusa, incellofanata. Di come cerco di addossarmi delle etichette, anche se una volta le odiavo e fuggivo da ogni cartellino messomi in fronte dagli altri.
Se mi chiedete "tu chi sei" io vi risponderò che ho il nome di San Giovanni Battista, l'unico che non ha mai tradito il Cristo. Vi dirò che ho vent'anni e ne dimostro dieci in più, vi dirò che studio quello che amo: la letteratura. Vi dirò che sono simpatica e sensibile. Vi dirò che sono altruista e bonaria. Vi dirò che sono arguta ed orgogliosa. Vi dirò che sono testarda e saputa. Questo è quello che sono. O è quello che devo essere?
Nella mia mente c'è una vocina. Non la chiamerei voce della coscienza, la chiamerei voce dell'autodistruzione.
Immaginate di passare la vostra giornata con un serpente a strisciarvi addosso: vi ammutolisce, vi punta il dito, giudica qualunque cosa voi facciate, diciate, pensiate. Non siete liberi dal suo giudizio: lui vi osserva, vi mostra la lingua minacciosa e quella presenza indesiderata vi avvilisce, giorno per giorno, sempre di più. Immaginate poi che quell'odioso serpente sia la vocina nella vostra testa: come potete allora essere spensierati? Come potete allora essere in pace con voi stessi se avete obiezioni per qualunque cosa vi riguardi?
Vi ho detto che sono sensibile. Ma perchè devo esserlo? Perchè devo rompermi come vetro ad ogni porta che non si apre o che mi sbattono in faccia?
Vi ho detto che sono simpatica. Ma perchè devo esserlo? Perchè non posso avere lune storte anche io, giornate no anche io? Perchè devo sempre sfoggiare il più falso sorriso e continuare a camminare?
Vi ho detto di essere arguta. Ma perchè? Non sarebbe meglio essere stupidi che stupidi si è più felici? Perchè devo avere sempre una risposta pronta? Posso rimanere di stucco anche io?
Vi ho detto che sono orgogliosa. Mi costa tanto fare un primo passo? Perchè penso e non parlo? Non posso illuminarmi d'amore anche io e riversare tutto quello che non ho detto per vent'anni?
E perchè chiedo scusa anche se non ho fatto niente? Quale grande peccato ho compiuto per dovermi scusare ogni minuto della mia vita? Scusa per il ritardo, scusa se non ti ho capito, scusa se non ti ho aspettato, scusami se oggi non mi va di parlare. Scusa se ti tratto male, scusa ma non ho fame, scusa torno subito. Scusa ma ho da fare, scusa continua a parlare.
Il mio limite è pensare di non poter osare. Di non poter sperimentare, di non poter giocare.
Il mio limite è pensare di essere una statua, immobile nel tempo e nello spazio, viva solo nel profondo della mia mente. Il mio limite è pensare di non essere all'altezza: nè per le persone che mi amano, nè per quello che gli altri sognano per me, neppure per quello che io sogno per me.
Quel serpente striscia addosso e mi fa sentire indegna.
In realtà forse lo sono. Sono indegna perchè seppur sappia di valere oro, continuo a trattarmi come rame. Forse indegna lo sono perchè ogni modo è buono per corrompermi, ogni modo è buono per cancellare l'oro che mi ricopre. L'unica che non riesce a vedere il mio brillare sono io.
E forse sarà per questo se prima o poi non brillerò più.
Il mio limite è pensare di avere limiti. Limiti inviolabili, dogmi così radicati nel mio modo di pensare da passare inosservati, quasi fossero normali, quasi fossero automatici. In realtà in questo sistema fatto di prescrizioni e rettifiche, c'è una falla abnorme, la cui grandezza ha fatto sì che il problema si presentasse a me in modo diverso dal solito. In un'ottica diversa, in una prospettiva del tutto inusuale.
Si giunge, prima o poi, alla confessione. In questo processo io sono stata confessato e confessore ed ammetto che per un certo momento l'ho sentita quella necessità di rivolgermi a qualcuno di più grande. Ma in realtà non mi serviva nessuno di più grande, mi serviva qualcuno che conoscesse. Per filo e per segno. Me stessa.
Chi meglio di me può riconoscermi? Risponderei io, ma non è proprio la risposta giusta.
Ciò che ho fatto fino adesso è stato credere di essere diversa, ciò che faccio adesso è chiedermi cosa sia cambiato. Sostanzialmente, tutto. E non parlo del modo in cui porto i capelli, del modo in cui mi vesto o mi relaziono con gli altri. Parlo di me, di come sono davvero e di come cerco disperatamente di essere.
Di come tento di rinchiudere l'abbondanza del mio essere in una scatola chiusa, incellofanata. Di come cerco di addossarmi delle etichette, anche se una volta le odiavo e fuggivo da ogni cartellino messomi in fronte dagli altri.
Se mi chiedete "tu chi sei" io vi risponderò che ho il nome di San Giovanni Battista, l'unico che non ha mai tradito il Cristo. Vi dirò che ho vent'anni e ne dimostro dieci in più, vi dirò che studio quello che amo: la letteratura. Vi dirò che sono simpatica e sensibile. Vi dirò che sono altruista e bonaria. Vi dirò che sono arguta ed orgogliosa. Vi dirò che sono testarda e saputa. Questo è quello che sono. O è quello che devo essere?
Nella mia mente c'è una vocina. Non la chiamerei voce della coscienza, la chiamerei voce dell'autodistruzione.
Immaginate di passare la vostra giornata con un serpente a strisciarvi addosso: vi ammutolisce, vi punta il dito, giudica qualunque cosa voi facciate, diciate, pensiate. Non siete liberi dal suo giudizio: lui vi osserva, vi mostra la lingua minacciosa e quella presenza indesiderata vi avvilisce, giorno per giorno, sempre di più. Immaginate poi che quell'odioso serpente sia la vocina nella vostra testa: come potete allora essere spensierati? Come potete allora essere in pace con voi stessi se avete obiezioni per qualunque cosa vi riguardi?
Vi ho detto che sono sensibile. Ma perchè devo esserlo? Perchè devo rompermi come vetro ad ogni porta che non si apre o che mi sbattono in faccia?
Vi ho detto che sono simpatica. Ma perchè devo esserlo? Perchè non posso avere lune storte anche io, giornate no anche io? Perchè devo sempre sfoggiare il più falso sorriso e continuare a camminare?
Vi ho detto di essere arguta. Ma perchè? Non sarebbe meglio essere stupidi che stupidi si è più felici? Perchè devo avere sempre una risposta pronta? Posso rimanere di stucco anche io?
Vi ho detto che sono orgogliosa. Mi costa tanto fare un primo passo? Perchè penso e non parlo? Non posso illuminarmi d'amore anche io e riversare tutto quello che non ho detto per vent'anni?
E perchè chiedo scusa anche se non ho fatto niente? Quale grande peccato ho compiuto per dovermi scusare ogni minuto della mia vita? Scusa per il ritardo, scusa se non ti ho capito, scusa se non ti ho aspettato, scusami se oggi non mi va di parlare. Scusa se ti tratto male, scusa ma non ho fame, scusa torno subito. Scusa ma ho da fare, scusa continua a parlare.
Il mio limite è pensare di non poter osare. Di non poter sperimentare, di non poter giocare.
Il mio limite è pensare di essere una statua, immobile nel tempo e nello spazio, viva solo nel profondo della mia mente. Il mio limite è pensare di non essere all'altezza: nè per le persone che mi amano, nè per quello che gli altri sognano per me, neppure per quello che io sogno per me.
Quel serpente striscia addosso e mi fa sentire indegna.
In realtà forse lo sono. Sono indegna perchè seppur sappia di valere oro, continuo a trattarmi come rame. Forse indegna lo sono perchè ogni modo è buono per corrompermi, ogni modo è buono per cancellare l'oro che mi ricopre. L'unica che non riesce a vedere il mio brillare sono io.
E forse sarà per questo se prima o poi non brillerò più.
domenica 1 settembre 2019
Dopo la pioggia
Coi fantasmi sempre dietro l'angolo, vivo piccoli attimi di felicità, così piccoli che non lasciano un sapore deciso in bocca.
Coi fantasmi sempre dietro l'angolo cammino, corro, non so dove vado.
Ovunque pur di uscire dalla zona nera.
Ma non esiste zona nera quando la zona nera è nella tua testa. Non puoi fuggire da te stesso. Non c'è via d'uscita dall'oscurità che hai costruito attorno a te.
Potrai costruire feritoie, ma avrai paura della luce. E anche quando la luce non ti farà più paura non ti basterà quella feritoia per uscirne fuori.
Potrai colorare la tua oscurità. Pennello e tavolozza e disegnerai quanti orizzonti, quanti tramonti, quanti prati fioriti. Ma prima o poi quello spazio sarà completamente dipinto e non basterà. Sarai ossessionato dagli stessi colori, le stesse forme e maledirai il giorno in cui hai pensato di potercela fare. In cui eri sicuro di avercela fatta.
Potrai cercare un modo per uscirne. Forse lo troverai, ma ti renderai conto che un modo per uscirne non c'è: perchè è uno sforzo immane saltare attraverso la tua oscurità, è un salto faticoso che richiede tempo, determinazione, sacrificio. E poi ti accorgerai che ci vogliono dieci anni per uscire da quel tunnel ed un minuto per rientrarci.
Perchè se sei caduto nel baratro, sentirai fossi sotto ai tuoi piedi per tutta la vita. Se sei stato tradito, sentirai quel "fetore" ovunque volterai il viso. Se hai odiato, ripudiato, distrutto te stesso, per tutta la vita sentirai la necessità di punirti.
Dopo la pioggia viene l'arcobaleno. Ma non scordarti del fango, delle pozzanghere, del freddo nelle ossa che rimarrà sempre lì. Testimone del passato e giudice del presente.
venerdì 19 luglio 2019
Il Mostro sono io
Arriva il giorno in cui uno tira le somme. Per cercare di capire, per cercare di farsene una ragione.
Eppure mai nessun conto è perfetto: dimentichiamo sempre qualcosa, qualcuno, anche il più insignificante dettaglio - che sommato a tutti gli altri, non è poi così insignificante -.
E' difficile ricostruire oggettivamente una vicenda, qualunque essa sia. La memoria è amorosa e poetica e l'inconscio spesso modifica delle circostanze per far sì che tutto vada liscio: non è la memoria ad adattarsi alla realtà, è la realtà che prende le sembianze della memoria quasi cancellando la sua verità.
Per lungo tempo mi sono soffermata su me stessa. In silenzio, ad occhi chiusi. Nei meandri della mia mente ho focalizzato - ossessivamente - l'attenzione su di me, senza che nessuno potesse notarlo. Questi mesi sono stati mesi dalla scorza dura. Ho pensato, ripensato, pensato e ripensato e questo mio flusso di coscienza si è riversato in niente. Non c'è carta che testimoni tutto questo mio pensare e sono sicura che tutto questo sia passato inosservato, o quasi.
Ho sempre insistito su cosa gli altri avessero fatto a me. Sulle mie cicatrici, il mio vissuto, la mia follia. Mai ho pensato di interrogarmi su quali fossero le cicatrici che io ho procurato agli altri.
Anche questo significa crescere: riconoscere i propri errori.
Anche questo significa perdonarsi: accettare ciò che è stato e lasciarlo andare.
La mia cicatrice più profonda, quella dalla quale è sgorgato più sangue, quella che per anni mi ha tormentato e quella che solo oggi, a vent'anni, ho accettato e riconosciuto in toto, l'ho inferta con altrettanta cattiveria ad una persona che non se lo meritava. Per niente. Una persona che è a me vicina, vicinissima, e verso la quale sento un rimorso che mi lacera dentro. Segreti di questo tipo hanno pochi testimoni e così come è successo a me, io credo che questa persona non abbia ancora realizzato cosa sia successo. O forse l'ha realizzato e così come son stata furtiva io, lo è stata lei? L'ha accettato? Ne piange la notte? Sente anche lei quel male dentro che dalla bocca dello stomaco sale fino alla gola? Quel male che ti fa desiderare di urlare ma ti toglie le forze per farlo?
Non lo saprò mai. Perché? Perché un conto è addentrarsi in speculazioni di questo genere, un conto è parlare e rendere tutte queste congetture ed ipotesi, nuda e sporca verità.
E' dura la verità. Dura da capirsi e da accettarsi. E nonostante tentiamo in tutti i modi di farcela piacere - modificandola - certi dati di fatto tornano alla mente come le scene di un vecchio film di cui non si ricorda niente se non quelle scene. E' per questo che sono sicura che lei saprà.
Se non è ancora arrivato, arriverà quel giorno in cui accosterà tutti i tasselli del puzzle e mi odierà - come io ho odiato chi mi ha ferito -.
Quando arriverà quel giorno io non sarò impassibile nella mia corazza di rame: racconterò tutto, dalla A alla Z e implorerò il perdono che nel profondo del mio cuore ho voluto che gli altri porgessero a me. Chiederò perdono e non basteranno le lacrime e le scuse a perdonarmi. E anche qualora questa persona mi perdoni, io non perdonerò mai me stessa. E porterò dentro di me questo macigno fino al giorno in cui morirò, rivivendo tutto ciò che è stato proprio come un film di cui si ricordano solo quelle scene. Neppure a Dio confesserò questo. E per questo mi punirà due volte e io accetto il rischio.
Le cicatrici non rispecchiano solo il chi, il quando e il dove. Hanno anche un perché, pure se non sempre un perché si trova.
Ho sempre pensato che a certi dolori bisogna essere destinati. Ora non la vedo più così: chi sono io, per infliggere un dolore di questo tipo a un altro? Il Padreterno? L'Onnipotente? Chi sono io per scegliere il destino di una persona? Chi sono io per condizionarla per sempre? E allora se non siamo destinati ... questo dolore è un puro caso?
Mi rifiuto di pensare al caso; noi non siamo plastica versata in mare, libera di percorrere tutte le vie dell'oceano e soggette a qualunque tipo di accadimento.
Io credo che il dolore sia come un demonio che con le nostre esalazioni, con il nostro tocco, si diffonde come un morbo dall'uno all'altro.
Perdonami per quello che ti ho fatto. Non è stato Dio, non è stato il caso. Sono stata io. Sono stata io con la mia inconsapevolezza, che ora è consapevolezza, a farti male. Sono stata io.
Eppure mai nessun conto è perfetto: dimentichiamo sempre qualcosa, qualcuno, anche il più insignificante dettaglio - che sommato a tutti gli altri, non è poi così insignificante -.
E' difficile ricostruire oggettivamente una vicenda, qualunque essa sia. La memoria è amorosa e poetica e l'inconscio spesso modifica delle circostanze per far sì che tutto vada liscio: non è la memoria ad adattarsi alla realtà, è la realtà che prende le sembianze della memoria quasi cancellando la sua verità.
Per lungo tempo mi sono soffermata su me stessa. In silenzio, ad occhi chiusi. Nei meandri della mia mente ho focalizzato - ossessivamente - l'attenzione su di me, senza che nessuno potesse notarlo. Questi mesi sono stati mesi dalla scorza dura. Ho pensato, ripensato, pensato e ripensato e questo mio flusso di coscienza si è riversato in niente. Non c'è carta che testimoni tutto questo mio pensare e sono sicura che tutto questo sia passato inosservato, o quasi.
Ho sempre insistito su cosa gli altri avessero fatto a me. Sulle mie cicatrici, il mio vissuto, la mia follia. Mai ho pensato di interrogarmi su quali fossero le cicatrici che io ho procurato agli altri.
Anche questo significa crescere: riconoscere i propri errori.
Anche questo significa perdonarsi: accettare ciò che è stato e lasciarlo andare.
La mia cicatrice più profonda, quella dalla quale è sgorgato più sangue, quella che per anni mi ha tormentato e quella che solo oggi, a vent'anni, ho accettato e riconosciuto in toto, l'ho inferta con altrettanta cattiveria ad una persona che non se lo meritava. Per niente. Una persona che è a me vicina, vicinissima, e verso la quale sento un rimorso che mi lacera dentro. Segreti di questo tipo hanno pochi testimoni e così come è successo a me, io credo che questa persona non abbia ancora realizzato cosa sia successo. O forse l'ha realizzato e così come son stata furtiva io, lo è stata lei? L'ha accettato? Ne piange la notte? Sente anche lei quel male dentro che dalla bocca dello stomaco sale fino alla gola? Quel male che ti fa desiderare di urlare ma ti toglie le forze per farlo?
Non lo saprò mai. Perché? Perché un conto è addentrarsi in speculazioni di questo genere, un conto è parlare e rendere tutte queste congetture ed ipotesi, nuda e sporca verità.
E' dura la verità. Dura da capirsi e da accettarsi. E nonostante tentiamo in tutti i modi di farcela piacere - modificandola - certi dati di fatto tornano alla mente come le scene di un vecchio film di cui non si ricorda niente se non quelle scene. E' per questo che sono sicura che lei saprà.
Se non è ancora arrivato, arriverà quel giorno in cui accosterà tutti i tasselli del puzzle e mi odierà - come io ho odiato chi mi ha ferito -.
Quando arriverà quel giorno io non sarò impassibile nella mia corazza di rame: racconterò tutto, dalla A alla Z e implorerò il perdono che nel profondo del mio cuore ho voluto che gli altri porgessero a me. Chiederò perdono e non basteranno le lacrime e le scuse a perdonarmi. E anche qualora questa persona mi perdoni, io non perdonerò mai me stessa. E porterò dentro di me questo macigno fino al giorno in cui morirò, rivivendo tutto ciò che è stato proprio come un film di cui si ricordano solo quelle scene. Neppure a Dio confesserò questo. E per questo mi punirà due volte e io accetto il rischio.
Le cicatrici non rispecchiano solo il chi, il quando e il dove. Hanno anche un perché, pure se non sempre un perché si trova.
Ho sempre pensato che a certi dolori bisogna essere destinati. Ora non la vedo più così: chi sono io, per infliggere un dolore di questo tipo a un altro? Il Padreterno? L'Onnipotente? Chi sono io per scegliere il destino di una persona? Chi sono io per condizionarla per sempre? E allora se non siamo destinati ... questo dolore è un puro caso?
Mi rifiuto di pensare al caso; noi non siamo plastica versata in mare, libera di percorrere tutte le vie dell'oceano e soggette a qualunque tipo di accadimento.
Io credo che il dolore sia come un demonio che con le nostre esalazioni, con il nostro tocco, si diffonde come un morbo dall'uno all'altro.
Perdonami per quello che ti ho fatto. Non è stato Dio, non è stato il caso. Sono stata io. Sono stata io con la mia inconsapevolezza, che ora è consapevolezza, a farti male. Sono stata io.
sabato 11 maggio 2019
Sogno all'orizzonte
Scrivere per caso era lasciarsi andare al gioco della pura osservazione e invenzione, che si muove fuori di noi, cogliendo a caso fra esseri, luoghi e cose a noi indifferenti. Scrivere non per caso era dire soltanto di quello che amiamo. La memoria è amorosa e non è mai casuale. Essa affonda le radici nella nostra stessa vita, e perciò la sua scelta non è mai casuale, ma sempre appassionata e imperiosa. Lo pensai; ma poi lo dimenticai, e in seguito ancora per molti anni mi diedi al gioco dell'oziosa invenzione, credendo di poter inventare dal nulla, senza amore né odio, trastullandomi fra esseri e cose per cui non sentivo che un'oziosa curiosità. - N. Ginzburg
Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare il pianoforte; magari sarei diventata la Chopin del ventunesimo secolo, o forse non sarei diventata nessuno fuorché quella che ora sono.
Mi sarebbe piaciuto anche imparare a dipingere; magari sarei diventata la Raffaello o la Mantegna del ventunesimo secolo, o forse sarei diventata un'artista di strada, o forse non sarei diventata nessuno fuorché quella che sono.
Ma più di tutti, mi sarebbe piaciuto scrivere.
La poesia è stata per me una compagna di viaggio. E' stata quel contenitore in cui conservare ogni sensazione, ogni emozione, ogni fissazione, ogni incubo. La mia prima poesia l'ho scritta a quattordici anni. La mia psicologa mi chiese di scrivere, visto che non parlavo. E io scrissi. Ma lei quella poesia non l'ha mai letta, c'è stata un'unica persona ad averla letta e forse la persona in questione neppure se ne ricorda.
La poesia è sempre stata catarsi. Sì, una purificazione, un sentimento di pace e armonia. Quando ordini su carta il disordine nella testa, ti senti in pace. Ma soprattutto, ti senti più prossimo a te stesso: ora quella poesia scritta sei anni fa è balzata sulla mia scrivania e quell'odore di chiuso - soffocante - lo sento proprio sotto al naso. Sento anche il rumore della tempesta in arrivo. Ed è bastata una poesia di due pagine e mezzo a farmi vivere di nuovo e di nuovo ancora un momento della mia vita che non mi abbandonerà mai veramente.
E' questo quello che amo della poesia: quello che lasci scritto, una volta scritto, non appartiene più a te. Magari c'è il tuo nome segnato in basso, ma non è più tua. Perché la poesia è una forza centripeta che vive per sé. Ha un'esistenza autonoma che si potenzia quanto più la sua sinfonia fa vibrare gli animi della gente.
Ed è per questo che amo leggerla. Perché la poesia non è di nessuno, la poesia è di tutti quelli che se ne innamorano. Non ha padroni e non ha schiavi.
Ho ripreso a leggere, in questo periodo. Ed ho letto libri bellissimi. Espiazione, Quando Teresa si arrabbiò con Dio, Il caso del cane ucciso a mezzanotte, La strada che va in città, Il giovane Holden.
Ognuno di questi mi ha lasciato un marchio dentro, specialmente i primi due, che avrei voluto non finissero mai. Quand'ero più piccola pensavo che leggere servisse a sentirsi meno soli. A distanza di anni non credo il contrario. Ma io non leggo perché mi sento sola, leggo perché a volte ho bisogno di astrarmi. La vita ordinaria a volte ti scurisce la vista: come bianco e nero sono le pagine dei manuali universitari, così sono le discussioni in famiglia. E finisci per vedere tutto allo stesso modo: le giornate e i pomeriggi di studio scorrono, le giornate di lavoro finiscono, le serate tranquille finiscono e quando ti distendi sotto le coperte, neppure il buio nella stanza è più scuro della tua ordinarietà. Leggere non è per me solo astrazione. Non mi basta vedere nuovi mondi, sentire nuove emozioni, rifugiarmi in un mondo in cui a tutto c'è inizio e fine e sta a te scoprirlo e sta a te accettarlo.
Quella vena poetica che mi portava a scrivere poesie ad ogni momento del giorno - a scuola, aspettando la sera, a notte fonda - non so dire se si è ostruita o semplicemente non funziona più.
Io credo che si sia ostruita. Credo che fare come faccio - ignorare ogni cosa - mi abbia portato ad ignorare il fatto di avere sempre avuto un'amica con me, la mia penna. E ora, offesa la penna, offesa la vena poetica, più di tre parole in fila non vengono fuori.
Ho provato a scrivere un romanzo, ma sono ferma al capitolo quattro. Ho dubbi, incertezze? No. Difficoltà a stilare una trama, un canovaccio, un programma di narrazione? No.
Quello che voglio scrivere lo so già. Quello che voglio scrivere mi passa davanti agli occhi ogni minuto.
Voi direte, allora scrivi.
Non posso: perché la passione, il fervore, la scintilla negli occhi dei personaggi che popolano i miei castelli in aria, scompaiono quando la penna tenta di incollarli al foglio. Non scrivo con leggerezza. I miei schemi mentali mi impongono di guardare la scrittura nello stesso modo in cui guardo alla mia vita: un sistema chiuso, regolato, controllato. In una vita in cui tutto deve essere regola e ciò che non è regola è fonte di disagio, non c'è spazio per la scrittura, che è per antonomasia un processo naturale, leggero, spontaneo.
Io nella mia vita non posso sbilanciarmi mai. Perché i miei spiriti poi non la finiscono di parlare e incasinarmi.
Ma come posso io scrivere, se sono la prima a censurarsi?
martedì 5 marzo 2019
''Trascorsi giorni interi senza dire una parola''
Immaginate di fare il viaggio attorno alla terra in solo cinque minuti. Un viaggio così veloce che al termine del vostro girovagare non saprete né dove siete stati né cos'è che avete visto.
E' ciò che succede nel mio viaggio nella fantasia: salto da un'epoca ad un'altra, da un personaggio all'altro e nella mia mente restano modelli. Schemi. Non nomi. Non storie. Non trame.
Lo si chiama blocco dello scrittore. Invece io lo chiamerei stato di fermo nel mondo della fantasia.
E' ciò che succede nel mio viaggio nella fantasia: salto da un'epoca ad un'altra, da un personaggio all'altro e nella mia mente restano modelli. Schemi. Non nomi. Non storie. Non trame.
Lo si chiama blocco dello scrittore. Invece io lo chiamerei stato di fermo nel mondo della fantasia.
Vorrei scrivere di tutto e di niente.
La verità è che quando si scrive bisogna scendere a compromessi: non scrivere di te perché non ne avrai mai il coraggio fino in fondo. Non scrivere di ciò che non ti appartiene perché perderai il filo conduttore. Non mettere troppo di te: i tuoi personaggi devono essere un miscuglio di tre elementi (te stesso, ciò che ti piace in chi ti sta attorno e ciò che non ti piace in chi ti sta attorno, ciò che vorresti essere se avessi un altro nome un'altra vita un'altra storia).
Quando si scrive però non si seguono regole. Quando si scrive l'unica regola da seguire è una: liberati e libera i tuoi pensieri. Sii fluido come un fiume, dissetante come un bicchiere d'acqua, limpido come le sorgenti.
Vorrei davvero scrivere col cuore e la penna in mano. Vorrei che tutta questa mia fantasia scoppiasse e mi uscisse dalle orecchie. Ho bisogno di sentire mia la mia unica passione. Ho bisogno di sentirmi mia.
Vorrei davvero scrivere col cuore e la penna in mano. Vorrei che tutta questa mia fantasia scoppiasse e mi uscisse dalle orecchie. Ho bisogno di sentire mia la mia unica passione. Ho bisogno di sentirmi mia.
Ho bisogno di sentire la mente scivolare sul foglio e vorrei che la mia mania di censurarmi non bloccasse ogni tentativo di uscire da questo stato di fermo nel magico mondo della mia fantasia.
Vorrei sublimare la mia carica di negatività. Non riesco più a mettere tre parole in fila.
domenica 2 dicembre 2018
In saecula saeculorum
Anche la pelle cancella i segni che ti hanno lasciato e diventa nuova: pura.
Eraclito lo aveva predetto: Panta réi.
Pirandello lo aveva attestato. Siamo fiumi in piena e non ci bagniamo mai con la stessa acqua. Dentro di noi non scorre mai lo stesso sangue. Non possiamo essere come siamo in eterno.
La natura umana gioca brutti scherzi: anni a convincerti di essere ciò che sei e scopri che non sei chi credevi di essere. Guardi le tue mani, i tuoi occhi, l'espressione che assumi quando ridi o quando piangi e diventi cosciente di non essere ciò che ricordavi, di non essere ciò che speravi.
La forma umana è duttile e tu sei malleabile come plastilina e s'insinua in te un pensiero: chi è l'ingegnere di questa linea del tempo, chi è che fa del mio essere una serie di corrispondenze e subordinazioni?
Ognuno è artefice del proprio destino.
Ma non l'ho chiesto io di cambiare rotta, non l'ho chiesto io di cambiarmi dentro.
E seppur l'avessi chiesto, io non me ne ricordo.
Questi sono gli anni del mio Medioevo e non ho fatto domanda né per il disordine, né per il dubbio, né per la paura.
Qualcuno mi ha buttata in questo assillante pensiero di non essere come dovrei, di essermi allontanata da me, dalla matrice che mi ha generata.
Ma un seme non cresce mai lontano dal suo albero e questo seme è nero. Nero nella sua sfumatura più scura.
E alla fine capisci che ciò che sei è il prodotto di quello che hai nascosto, di quello che hai celato, di quello che hai ignorato, di quello che hai ricostruito e modificato nel tuo inconscio per poter vivere questa vita. Questa merda di vita.
Eraclito lo aveva predetto: Panta réi.
Pirandello lo aveva attestato. Siamo fiumi in piena e non ci bagniamo mai con la stessa acqua. Dentro di noi non scorre mai lo stesso sangue. Non possiamo essere come siamo in eterno.
La natura umana gioca brutti scherzi: anni a convincerti di essere ciò che sei e scopri che non sei chi credevi di essere. Guardi le tue mani, i tuoi occhi, l'espressione che assumi quando ridi o quando piangi e diventi cosciente di non essere ciò che ricordavi, di non essere ciò che speravi.
La forma umana è duttile e tu sei malleabile come plastilina e s'insinua in te un pensiero: chi è l'ingegnere di questa linea del tempo, chi è che fa del mio essere una serie di corrispondenze e subordinazioni?
Ognuno è artefice del proprio destino.
Ma non l'ho chiesto io di cambiare rotta, non l'ho chiesto io di cambiarmi dentro.
E seppur l'avessi chiesto, io non me ne ricordo.
Questi sono gli anni del mio Medioevo e non ho fatto domanda né per il disordine, né per il dubbio, né per la paura.
Qualcuno mi ha buttata in questo assillante pensiero di non essere come dovrei, di essermi allontanata da me, dalla matrice che mi ha generata.
Ma un seme non cresce mai lontano dal suo albero e questo seme è nero. Nero nella sua sfumatura più scura.
E alla fine capisci che ciò che sei è il prodotto di quello che hai nascosto, di quello che hai celato, di quello che hai ignorato, di quello che hai ricostruito e modificato nel tuo inconscio per poter vivere questa vita. Questa merda di vita.
venerdì 9 novembre 2018
Via d'uscita
L'uomo quando non si riconosce più nel suo essere, nelle sue maschere, nei vestiti che indossa, nelle cose che dice e in quelle che fa, crede di essersi perso. Ed è esattamente come mi sento io.
Perdersi significa perdere l'orientamento. E perdere l'orientamento significa pensare di non avere la giusta percezione delle cose. Non avere la giusta percezione delle cose porta l'uomo ad un bivio: o ci si appoggia alla sensibilità, quella più primitiva che è in noi, e ci si abbandona a cose fatte senza criterio; o ci si fossilizza su pensieri dai quali non si riesce ad uscire.
Io credo di rientrare in quelli che scelgono - inconsapevolmente - di tirare avanti così come la vita viene, di continuare ad agire non perché convinta delle mie azioni, ma perché dell'idea che sia necessario farlo. Ed è sul serio così? E' necessario agire, in qualunque contesto si parli? L'uomo può permettersi una pausa?
No.
Io credo di rientrare in quelli che scelgono - inconsapevolmente - di tirare avanti così come la vita viene, di continuare ad agire non perché convinta delle mie azioni, ma perché dell'idea che sia necessario farlo. Ed è sul serio così? E' necessario agire, in qualunque contesto si parli? L'uomo può permettersi una pausa?
No.
Nel momento in cui ti guardi allo specchio e vedi tutto ciò che non avresti mai immaginato di vedere, la tua mente è in corsa verso l'uscita. E nella frenesia di venirne fuori, nel furore di quell'immagine riflessa che rivedi ogni secondo davanti agli occhi, non puoi che scappare. A gambe levate, più veloce della luce. Non puoi che convincerti che è tutto sogno. Ma all'improvviso, il suono della verità ti assorda le orecchie e nel profondo di te stesso sapevi che prima o poi sarebbe successo.
Non mi sento più io. Non riconosco quella che vedo nello specchio. Non vedo più me in ciò che scrivo, non vedo più me nel mio modo di far parte di questo grande, grandissimo mondo.
Sono passati mesi, mesi in cui il pensiero di aver perso il seme più pulito, più puro, più forte della mia anima mi ha tenuta in allerta, in ansia, in agitazione. In costante ... inquietudine.
Sono passati mesi, mesi in cui il pensiero di aver perso il seme più pulito, più puro, più forte della mia anima mi ha tenuta in allerta, in ansia, in agitazione. In costante ... inquietudine.
La parte più sporca di questo gioco malato è che una volta che ti sei abbandonato a certi stimoli, non riesci più a farne a meno. E certi stimoli diventano vizi. E i vizi diventano fissazioni. Ed anche i vizi finiscono per diventare un problema, un problema ancora più grande del problema in sé: perché prima di ritornare in te, devi liberarti di quello che ha creato l'immagine distopica che hai di te.
Perché per sentirti puro, trasparente, in comunione con te stesso, devi liberarti di quello che ti fa sentire sporco. Così come la sensibilità fallace ti ha portato da farfalla a bruco, così la ragione e l'ordine devono aiutarti a compiere una seconda metamorfosi. Quella che ti riporterà nell'equilibrio che hai perso e che rivuoi per te.
Facile a dirsi.
Ma a farsi?
lunedì 3 settembre 2018
Rifiorire
Spesso me ne rendo conto: sono tante le cose che non dico. Non perché non mi fidi di te o perché mi senta a disagio a parlarti di alcune cose. Più che altro tante cose non le dico perché non escono neppure una volta dalla mia bocca; rimangono intrappolate nella mia mente e magari finiscono su fogli, post-it, diari. Sono tante le cose che non dico ma che tu capisci comunque: posso anche dirti ''non c'è niente, è tutto ok'' e dirtelo cento, duecento, trecento volte in una giornata; ma se sai che non è così, non ci credi neppure la prima volta che te lo dico.
Perché con te è così.
Non ho bisogno di difese, non ho bisogno di proteggermi. E se c'è un motivo per cui io sto bene con te è perché tu capisci i miei silenzi. Capisci come sto solo guardandomi negli occhi, ascoltando la mia voce, osservando i miei movimenti. Per te sono come un libro aperto. Ed un secondo motivo per cui sto bene con te è che non pressi certe cose che vengono spontanee: sarà che c'è un'intesa fra noi due, sarà che c'è chimica, ma non sei mai stato incisivo - nel modo sbagliato, s'intende - con me. Non hai forzato niente di quello che è successo tra di noi e se oggi festeggiamo il primo nostro anniversario è perché tra di noi le cose sono andate spontaneamente. Nessun programma, nessun orario, nessun limite, nessun pregiudizio: tra me e te è scoppiata la scintilla ed è stata la scintilla a portarci fin qui.
Tu per me sei molto più del Mio Uomo: sei il mio migliore amico, a volte un fratello maggiore, l'amante che ho sempre desiderato, il fidanzato che ho cercato ma che è balzato fuori all'improvviso, quando meno me lo sarei aspettato.
Per quest'occasione avrei potuto regalarti qualunque cosa e spero che ciò che ho scelto per te ti piaccia sul serio. Ma aldilà di qualunque regalo, di qualunque pensiero, di qualunque cosa, ci sono io. Ci sono io che ho scelto te ogni giorno di quest'anno, ci sono io che scelgo te oggi e sceglierò te domani. Io che senza di te sarei pasta senza sale; io che senza di te sarei un cielo senza rondini; io che senza di te sarei chiusa in me stessa, inconsapevole di ciò che posso fare con le mie mani e la mia testa.
E' passato un anno e in questo anno ci siamo conosciuti, ci siamo amati, abbiamo riso e siamo stati sempre insieme. Quest'anno è stato l'anno più bello di sempre: perché ho conosciuto te e tu mi hai fatto conoscere lati di me che non sapevo neppure di avere.
E la cosa più bella di questo anno è che mi sento cresciuta, consapevole, felice.
Non potrei fare a meno di te per nulla al mondo. Sei tu che mi hai fatto rifiorire.
Ti amo amore mio, buon anniversario.
Perché con te è così.
Non ho bisogno di difese, non ho bisogno di proteggermi. E se c'è un motivo per cui io sto bene con te è perché tu capisci i miei silenzi. Capisci come sto solo guardandomi negli occhi, ascoltando la mia voce, osservando i miei movimenti. Per te sono come un libro aperto. Ed un secondo motivo per cui sto bene con te è che non pressi certe cose che vengono spontanee: sarà che c'è un'intesa fra noi due, sarà che c'è chimica, ma non sei mai stato incisivo - nel modo sbagliato, s'intende - con me. Non hai forzato niente di quello che è successo tra di noi e se oggi festeggiamo il primo nostro anniversario è perché tra di noi le cose sono andate spontaneamente. Nessun programma, nessun orario, nessun limite, nessun pregiudizio: tra me e te è scoppiata la scintilla ed è stata la scintilla a portarci fin qui.
Tu per me sei molto più del Mio Uomo: sei il mio migliore amico, a volte un fratello maggiore, l'amante che ho sempre desiderato, il fidanzato che ho cercato ma che è balzato fuori all'improvviso, quando meno me lo sarei aspettato.
Per quest'occasione avrei potuto regalarti qualunque cosa e spero che ciò che ho scelto per te ti piaccia sul serio. Ma aldilà di qualunque regalo, di qualunque pensiero, di qualunque cosa, ci sono io. Ci sono io che ho scelto te ogni giorno di quest'anno, ci sono io che scelgo te oggi e sceglierò te domani. Io che senza di te sarei pasta senza sale; io che senza di te sarei un cielo senza rondini; io che senza di te sarei chiusa in me stessa, inconsapevole di ciò che posso fare con le mie mani e la mia testa.
E' passato un anno e in questo anno ci siamo conosciuti, ci siamo amati, abbiamo riso e siamo stati sempre insieme. Quest'anno è stato l'anno più bello di sempre: perché ho conosciuto te e tu mi hai fatto conoscere lati di me che non sapevo neppure di avere.
E la cosa più bella di questo anno è che mi sento cresciuta, consapevole, felice.
Non potrei fare a meno di te per nulla al mondo. Sei tu che mi hai fatto rifiorire.
Ti amo amore mio, buon anniversario.
martedì 10 luglio 2018
Impossibilità di certezze assolute
Sono partita da qui e sono arrivata fin qui.
(Questa è l'introduzione al tema della mia tesina che ho presentato in commissione)
Un Viandante cammina lungo un sentiero. Con gli occhi volti al cielo ad ammirare stormi di rondini in cammino. Coi piedi a calpestare foglie che l'autunno lascia libere di volare. Le mani congiunte dietro la schiena, il passo d'un Uomo che non saprebbe cos'altro scegliere se non il camminare lentamente ed osservare quel sentiero come se non fosse solo un sentiero.
Il Viandante giunge ad un bivio: non sa dov'è che porti il sentiero alla sua destra, né sa dov'è che porti il sentiero alla sua sinistra.
- ''E adesso dove vado?'' -, il Viandante si chiede. E nella sua mente delle voci sussurrano domande, chiedono risposte; altre le ammoniscono; altre lo interrogano su dove abbia intenzione di andare.
- ''Calma'' -, dice a se stesso.
- ''Osserva''- s'impone.
Il Viandante osserva i due sentieri e gli sembrano uguali. La stessa luce, oscurata da nuvole presagio di una nuova pioggia, illuminano i due percorsi.
S'incammina verso destra. Non c'è orma, non c'è rumore; c'è silenzio.
Il Viandante decide di tornare al bivio e s'incammina verso sinistra. Non c'è orma ma uno strano sussurrio lo invita a procedere.
Il Viandante s'irrigidisce; si chiede di chi sia quella voce, si chiede se ci sia qualcuno al di là del bivio.
- ''E se ci fosse qualcuno con un'ascia pronto ad uccidermi e a derubarmi? E se questo sentiero fosse stregato? E se qualcuno mi maledicesse e questa sarebbe la via della mia perdizione? E se magari qualcuno vorrebbe che passassi di qui? Per farmi del male? O perché è questa la mia strada?'' - il Viandante si siede su un masso a pensare. E quei pensieri lo intimidiscono, lo angosciano, lo esasperano a tal punto da passare giorni seduto a pensare senza mai sapere quale fosse la sua strada.
In un giorno di intensa pioggia, il Viandante tenta di incamminarsi sul sentiero alla sua sinistra, chiedendosi se quella voce non fosse solo un'illusione, un mero scherzo delle voci nella sua testa.
La pioggia lo aveva stancato.
- ''Non ho certezza che questa sia la mia strada. Ma non ho certezza che neppure l'altra sia la strada su cui camminare. Cosa fare, allora? Restare qui a tormentare i miei pensieri? Piuttosto, seguirò il cammino su cui i miei piedi decideranno di camminare''.
Il Viandante prosegue verso sinistra. Cammina tra foglie secche e fanghiglia. I giorni passavano e il Viandante, tanto perso nei suoi pensieri, non s'era neppure accorto del sole che era tornato ad illuminare il suo sentiero.
- ''E' questo il mio sentiero? E' qui che dovrei camminare? E se avessi sbagliato al principio del mio cammino? E se non dovessi trovarmi qui, adesso; e se avessi perso solo tempo? Già, il mio tempo. Magari ho solamente sprecato tempo. Magari se avessi scelto il sentiero sulla destra, non avrei camminato invano''.
Intanto, primule fiorivano sull'erbetta ai piedi degli alberi in fiore; gli animali si svegliavano dal loro letargo. E se il Viandante avesse chiuso per un momento gli occhi e se avesse tacitato quei pensieri che affollavano la sua mente, avrebbe potuto sentire lo scroscio dell'acqua di un fiume poco lontano, il cinguettio dei passeri che zampettavano qua e là.
Beatitudine, se solo avesse ascoltato: sarebbe bastato un minuto di quiete e la natura del sentiero avrebbe acquietato il suo animo in un vorticoso dubitare.
Il sentiero sta per finire: il Viandante s'accorge di stare per arrivare ad un nuovo bivio.
Un uomo gli dà le spalle e il Viandante non sa chi sia, né perché si trovi lì, né perché abbia incontrato proprio quell'uomo.
- ''Perché è qui? E' un viandante in cammino? E se volesse uccidermi proprio adesso che è finito il mio sentiero?'' - il Viandante s'interroga. S'avvicina all'uomo, che si volta e sorride.
L'uomo guarda le sue scarpe logore e gli dice: - ''Beh, lei ha camminato tanto. Ma ne è valsa la pena: questo è uno dei sentieri più belli che io abbia mai traversato.''
Il Viandante non sa di cosa l'uomo parli, poiché, preso dall'ossessiva volontà di avere la certezza di star camminando sul sentiero giusto, non si è accorto della bellezza del suo viaggio.
Il Viandante guarda l'uomo tirando la bocca agli estremi, simulando un sorriso, si siede su un masso e incomincia a pensare verso quale nuovo sentiero deve incamminarsi.
(Questa è l'introduzione al tema della mia tesina che ho presentato in commissione)
Impossibilità di certezze assolute
Un Viandante cammina lungo un sentiero. Con gli occhi volti al cielo ad ammirare stormi di rondini in cammino. Coi piedi a calpestare foglie che l'autunno lascia libere di volare. Le mani congiunte dietro la schiena, il passo d'un Uomo che non saprebbe cos'altro scegliere se non il camminare lentamente ed osservare quel sentiero come se non fosse solo un sentiero.
Il Viandante giunge ad un bivio: non sa dov'è che porti il sentiero alla sua destra, né sa dov'è che porti il sentiero alla sua sinistra.
- ''E adesso dove vado?'' -, il Viandante si chiede. E nella sua mente delle voci sussurrano domande, chiedono risposte; altre le ammoniscono; altre lo interrogano su dove abbia intenzione di andare.
- ''Calma'' -, dice a se stesso.
- ''Osserva''- s'impone.
Il Viandante osserva i due sentieri e gli sembrano uguali. La stessa luce, oscurata da nuvole presagio di una nuova pioggia, illuminano i due percorsi.
S'incammina verso destra. Non c'è orma, non c'è rumore; c'è silenzio.
Il Viandante decide di tornare al bivio e s'incammina verso sinistra. Non c'è orma ma uno strano sussurrio lo invita a procedere.
Il Viandante s'irrigidisce; si chiede di chi sia quella voce, si chiede se ci sia qualcuno al di là del bivio.
- ''E se ci fosse qualcuno con un'ascia pronto ad uccidermi e a derubarmi? E se questo sentiero fosse stregato? E se qualcuno mi maledicesse e questa sarebbe la via della mia perdizione? E se magari qualcuno vorrebbe che passassi di qui? Per farmi del male? O perché è questa la mia strada?'' - il Viandante si siede su un masso a pensare. E quei pensieri lo intimidiscono, lo angosciano, lo esasperano a tal punto da passare giorni seduto a pensare senza mai sapere quale fosse la sua strada.
In un giorno di intensa pioggia, il Viandante tenta di incamminarsi sul sentiero alla sua sinistra, chiedendosi se quella voce non fosse solo un'illusione, un mero scherzo delle voci nella sua testa.
La pioggia lo aveva stancato.
- ''Non ho certezza che questa sia la mia strada. Ma non ho certezza che neppure l'altra sia la strada su cui camminare. Cosa fare, allora? Restare qui a tormentare i miei pensieri? Piuttosto, seguirò il cammino su cui i miei piedi decideranno di camminare''.
Il Viandante prosegue verso sinistra. Cammina tra foglie secche e fanghiglia. I giorni passavano e il Viandante, tanto perso nei suoi pensieri, non s'era neppure accorto del sole che era tornato ad illuminare il suo sentiero.
- ''E' questo il mio sentiero? E' qui che dovrei camminare? E se avessi sbagliato al principio del mio cammino? E se non dovessi trovarmi qui, adesso; e se avessi perso solo tempo? Già, il mio tempo. Magari ho solamente sprecato tempo. Magari se avessi scelto il sentiero sulla destra, non avrei camminato invano''.
Intanto, primule fiorivano sull'erbetta ai piedi degli alberi in fiore; gli animali si svegliavano dal loro letargo. E se il Viandante avesse chiuso per un momento gli occhi e se avesse tacitato quei pensieri che affollavano la sua mente, avrebbe potuto sentire lo scroscio dell'acqua di un fiume poco lontano, il cinguettio dei passeri che zampettavano qua e là.
Beatitudine, se solo avesse ascoltato: sarebbe bastato un minuto di quiete e la natura del sentiero avrebbe acquietato il suo animo in un vorticoso dubitare.
Il sentiero sta per finire: il Viandante s'accorge di stare per arrivare ad un nuovo bivio.
Un uomo gli dà le spalle e il Viandante non sa chi sia, né perché si trovi lì, né perché abbia incontrato proprio quell'uomo.
- ''Perché è qui? E' un viandante in cammino? E se volesse uccidermi proprio adesso che è finito il mio sentiero?'' - il Viandante s'interroga. S'avvicina all'uomo, che si volta e sorride.
L'uomo guarda le sue scarpe logore e gli dice: - ''Beh, lei ha camminato tanto. Ma ne è valsa la pena: questo è uno dei sentieri più belli che io abbia mai traversato.''
Il Viandante non sa di cosa l'uomo parli, poiché, preso dall'ossessiva volontà di avere la certezza di star camminando sul sentiero giusto, non si è accorto della bellezza del suo viaggio.
Il Viandante guarda l'uomo tirando la bocca agli estremi, simulando un sorriso, si siede su un masso e incomincia a pensare verso quale nuovo sentiero deve incamminarsi.
venerdì 4 maggio 2018
Lungo la strada
''Sai, da quando ho chiesto al tempo di essere meno lento, adesso chiedo a me di stare al passo ma non ci riesco.''
Sì. Io ho perso tempo.
Ho perso tempo prezioso ed ho preferito prepararmi a lavorare piuttosto che iniziare a lavorare. Ho perso tempo e ne sto perdendo tanto anche adesso, adesso che perdo tempo a dirmi di aver perso tempo.
Il tempo. E' volato. Sono passati mesi, fino ad arrivare a maggio ed io non me ne sono neppure accorta. Ho perso del tempo per fare dell'altro, eppure non significa che il tempo perso sia stato del tempo sprecato.
Quest'anno scolastico, il mio ultimo anno, il quinto, quello della maturità, è trascorso in momenti di studio e momenti di svago; momenti di noia e momenti di autodeterminazione; momenti che ricorderò come se fossero i miei primi momenti e momenti di sconforto, dubbiosi pensieri. Ho rivalutato me stessa, non sempre nel modo giusto, perché nonostante Io sia Io e nonostante io sia l'unica a sapere cosa davvero voglio, non so mai da che parte stare. Forse perché non mi sento in grado, non mi sento all'altezza, non so mai cosa vada bene per me finché non succede, finché non accade.
Il tema della mia tesina è: l'Impossibilità di certezze assolute.
E questo è il pensiero che ho maturato in questi mesi ed è questo il pensiero che mi porta, adesso, a cercare di prendere certe cose con una leggerezza che non ho mai posseduto. Non ho certezza di fallire, non ho certezza di avere successo, ho la certezza di voler tentare e in qualunque modo vada, io so di aver tentato.
Il tempo. E' volato. Sono passati mesi, fino ad arrivare a maggio ed io non me ne sono neppure accorta. Ho perso del tempo per fare dell'altro, eppure non significa che il tempo perso sia stato del tempo sprecato.
Quest'anno scolastico, il mio ultimo anno, il quinto, quello della maturità, è trascorso in momenti di studio e momenti di svago; momenti di noia e momenti di autodeterminazione; momenti che ricorderò come se fossero i miei primi momenti e momenti di sconforto, dubbiosi pensieri. Ho rivalutato me stessa, non sempre nel modo giusto, perché nonostante Io sia Io e nonostante io sia l'unica a sapere cosa davvero voglio, non so mai da che parte stare. Forse perché non mi sento in grado, non mi sento all'altezza, non so mai cosa vada bene per me finché non succede, finché non accade.
Il tema della mia tesina è: l'Impossibilità di certezze assolute.
E questo è il pensiero che ho maturato in questi mesi ed è questo il pensiero che mi porta, adesso, a cercare di prendere certe cose con una leggerezza che non ho mai posseduto. Non ho certezza di fallire, non ho certezza di avere successo, ho la certezza di voler tentare e in qualunque modo vada, io so di aver tentato.
''Da sempre io punto all'eccellenza e se devo avere poco, scelgo di avere niente''.
Sì. Preferirei avere niente.
Ne ho tantissimi di difetti e ne ho tantissime di strane convinzioni, eppure nella mia vita è stato sempre così: o tutto o niente. Niente mezze misure, le cose a metà non mi piacciono e non mi piaceranno mai.
Quest'anno scolastico è stato un anno ''travagliato''. All'inizio non mi è stato per niente semplice conciliare lo studio con le responsabilità che ho a casa quando i miei genitori sono a lavoro.
La verità è che non ho mai studiato così poco.
E oggi la professoressa di italiano, in preda a una giusta ramanzina, ci ha chiesto di vedere cosa c'è nel nostro sacco.
Ne ho tantissimi di difetti e ne ho tantissime di strane convinzioni, eppure nella mia vita è stato sempre così: o tutto o niente. Niente mezze misure, le cose a metà non mi piacciono e non mi piaceranno mai.
Quest'anno scolastico è stato un anno ''travagliato''. All'inizio non mi è stato per niente semplice conciliare lo studio con le responsabilità che ho a casa quando i miei genitori sono a lavoro.
La verità è che non ho mai studiato così poco.
E oggi la professoressa di italiano, in preda a una giusta ramanzina, ci ha chiesto di vedere cosa c'è nel nostro sacco.
Un esame di coscienza trasparente, senza specchi e senza inganni, io e il mio raccolto.
Le letteratura italiana del quinto anno per me è un mistero. Mettendo da parte stralci di pensiero di diversi autori, che appunto sempre durante le spiegazioni in classe, io ne so poco e niente. In realtà mi dispiace un po' perché la letteratura italiana è sempre stata la mia passione, tanto da pensare di iscrivermi a lettere dopo il liceo. Da qui, un'altra incertezza del mio avvenire: io voglio insegnare. Insegnare sarà il mio mestiere perché nella mia vita la parte più bella di me è stata affinata dall'istituzione scolastica. La mia professoressa d'italiano delle scuole medie e la mia professoressa di italiano dal secondo al quarto anno di superiori ed il mio idolo, il professore di storia e filosofia del quarto e quinto anno, sono stati punti fondamentali della mia formazione scolastica e non.
Sono loro i miei punti di riferimento ed anche io vorrei avere la possibilità di essere per altri un punto di riferimento così importante.
Io credo nell'istituzione scolastica nonostante ne odi le gerarchie, il lungo tempo in cui arrangiarsi per poter infine avere una cattedra e questo nuovo modello di scuola che dà troppa importanza a cose inutili: l'alternanza, prima fra questi, tremila progetti per avere un credito neppure sufficiente, visite al teatro ed uscite didattiche che poche volte servono a qualcosa.
Sono loro i miei punti di riferimento ed anche io vorrei avere la possibilità di essere per altri un punto di riferimento così importante.
Io credo nell'istituzione scolastica nonostante ne odi le gerarchie, il lungo tempo in cui arrangiarsi per poter infine avere una cattedra e questo nuovo modello di scuola che dà troppa importanza a cose inutili: l'alternanza, prima fra questi, tremila progetti per avere un credito neppure sufficiente, visite al teatro ed uscite didattiche che poche volte servono a qualcosa.
Credo nell'istituzione scolastica e da alunna vorrei diventare insegnante. Ne sono capace? Ne sono all'altezza? Non lo so. Ma so che questa è la mia inclinazione.
La mia inclinazione però deve riversarsi in una scelta, che agli occhi degli altri può apparire semplice perché - giuro che così mi è stato detto - le due facoltà a cui sono orientata sono ''uguali''. Spiegatemi adesso se lettere classiche o moderne e storia sono la stessa facoltà. Perché a parte degli esami comuni, sono due indirizzi che camminano paralleli: l'uno ha bisogno dell'altro, ma sono comunque paralleli.
Nelle materie scientifiche ho sempre fatto pena e in realtà non so quanto me la caverò agli orali. Scienze è esterno e fisica e matematica sono in commissione interna: ho lavorato molto per l'interrogazione finale di scienze e devo dire che mi sono presa delle belle soddisfazioni. Okay che il voto non fa la persona, ma ricordo un compito di chimica svolto al secondo anno (in cui presi 3 -) e mi viene in mente l'interrogazione di giovedì scorso (8 brillava sul registro, mancava poco che piangessi).
Storia e filosofia sono i miei cavalli di battaglia, soprattutto storia. Amo la storia e il mio studio non finisce mai: anche quando smetto di studiare, RaiStoria è quello che mi serve per rilassarmi, e ci riesce benissimo.
Storia dell'arte l'ho sempre odiata e sono felice che non sia materia d'esame. Soprattutto se ricapitolo il programma di quinta: il Romanticismo (che d'accordo, è di una bellezza infinita. Il romanticismo francese è di quanto più bello si possa ammirare) e le varie avanguardie storiche, di cui mi è piaciuto solo l'Espressionismo dei Fauves (consiglio Armonia in rosso di Matisse).
Da quando il nostro caro professore di latino e greco ci ha insegnato a leggere con attenzione prima che gettarsi a capofitto sui dizionari, alla ricerca di stralci di versione, ho imparato a tradurre molto meglio. Il latino mi piace tanto, la letteratura latina inoltre è tanto ma tanto più interessante della letteratura greca: non so perché, ma dagli albori della letteratura greca e latina, che si incomincia al terzo anno, ho sempre visto il mondo romano più pragmatico rispetto il mondo greco, anche se è la Grecia la culla della nostra cultura.
Storia dell'arte l'ho sempre odiata e sono felice che non sia materia d'esame. Soprattutto se ricapitolo il programma di quinta: il Romanticismo (che d'accordo, è di una bellezza infinita. Il romanticismo francese è di quanto più bello si possa ammirare) e le varie avanguardie storiche, di cui mi è piaciuto solo l'Espressionismo dei Fauves (consiglio Armonia in rosso di Matisse).
Da quando il nostro caro professore di latino e greco ci ha insegnato a leggere con attenzione prima che gettarsi a capofitto sui dizionari, alla ricerca di stralci di versione, ho imparato a tradurre molto meglio. Il latino mi piace tanto, la letteratura latina inoltre è tanto ma tanto più interessante della letteratura greca: non so perché, ma dagli albori della letteratura greca e latina, che si incomincia al terzo anno, ho sempre visto il mondo romano più pragmatico rispetto il mondo greco, anche se è la Grecia la culla della nostra cultura.
Ho studiato, in fin dei conti, non come l'anno scorso, ma sicuramente in modo fruttuoso, per fortuna.
Non vedo semplicemente l'ora di diplomarmi: voglio lavorare, avere qualcosa di tasca mia e finalmente scaricare questo stress pre-esame e questo stress che annuncia l'imminente fine del mio percorso da liceale.
Non vedo semplicemente l'ora di diplomarmi: voglio lavorare, avere qualcosa di tasca mia e finalmente scaricare questo stress pre-esame e questo stress che annuncia l'imminente fine del mio percorso da liceale.
Sono passati cinque anni e sono maturata tanto, ho ancora tanto da imparare ma non ho fretta: il cammino dell'uomo trova fine solo alla morte ed ho deciso di godermi ogni istante del mio viaggio.
Godrò delle opportunità, delle occasioni, non mi abbatterò se non andrà come previsto, non annegherò di nuovo in mille dubbi che mi distraggono dall'obiettivo finale: fare ciò che mi piace, essere chi sono, dire ciò che penso, diventare chi voglio diventare.
Ho il mio obiettivo di fronte a me e non lascerò che né io né nessun altro me lo annebbi.
Godrò delle opportunità, delle occasioni, non mi abbatterò se non andrà come previsto, non annegherò di nuovo in mille dubbi che mi distraggono dall'obiettivo finale: fare ciò che mi piace, essere chi sono, dire ciò che penso, diventare chi voglio diventare.
Ho il mio obiettivo di fronte a me e non lascerò che né io né nessun altro me lo annebbi.
Questa è la mia vita e la protagonista sono io.
venerdì 20 aprile 2018
Nessi e compromessi
Fumo per tutta la noche
penso ad un modo per andarmene.
Ballo un mambo con la morte
giro Santa Maria per rinascere.
Ne accendo una per chi non c'è più
una per chi se ne è andato via.
Lungo le coste di Malibù
la mia voce segue quella melodia.
Sai che ho la testa sulle nuvole
che non ho intenzione di scendere.
Non ho un piano, né schema, né regole. Non avrò mai niente da perdere.
Ho sempre voluto avere il carattere di mia madre.
Soprattutto se penso: di avere gli stessi occhi di mio padre e la stessa forza di mio padre - di stesso modulo e di verso opposto -.
Risolutiva, immediata, veloce, determinata, senza schemi e regole, libera nel libero fluire istintivo delle azioni.
Soprattutto se penso: di avere gli stessi occhi di mio padre e la stessa forza di mio padre - di stesso modulo e di verso opposto -.
Risolutiva, immediata, veloce, determinata, senza schemi e regole, libera nel libero fluire istintivo delle azioni.
Così è mia madre, così non sono io.
Il mio intelletto procede per sezioni, successioni; filtra il materiale quotidiano attraverso limiti, postulati, regole di precedenza, schematizzazioni ed eventi pianificati.
Il mio intelletto è una macchina e la mia sensibilità non è né eretta nella sua impostatura né fredda e pianificatrice come la mia mente.
La mia mente è una torre in cui ascensori salgono, scendono, si bloccano, sbagliano piano e mi costringono a trovare nessi e compromessi per fare bene ciò che la mia mente deve saper fare: ragionare.
La mia mente è una torre in cui ascensori salgono, scendono, si bloccano, sbagliano piano e mi costringono a trovare nessi e compromessi per fare bene ciò che la mia mente deve saper fare: ragionare.
La mia sensibilità è invece quel fuoco che distrugge la mia torre indistruttibile e sì, mi grida un messaggio nelle orecchie che risuona quando la mia anima non ha voce: stai sbagliando tutto. Tu non sei il tuo artificio.
Alla resa dei conti, è sempre la mia sensibilità ad essere la causus belli nella mia mente. La mia giornata è un piano, uno schema e la regola che deve essere rispettata ne è una: rispettare l'intero piano, per filo e per segno.
Mente metodica ed analitica, così una persona che ho smesso di conoscere mi ha definito. Se magari funzionasse come si deve, la mia mente.
Se lasciassi le cose succedere da sé, se dedicassi il tempo non a pianificare ma a lasciarmi andare, magari la mia mente funzionerebbe uniformemente, bilanciando mente e sensibilità, istinto e ragione. E no, non sarei tranquillo, perché la tranquillità è privilegio di pochi momenti.
Almeno non sarei in bilico ma in equilibrio, non in tranquillità ma neppure in tensione.
giovedì 29 marzo 2018
La via del vuoto
La via del vuoto non ha destinazione.
Sembra non finire mai. Cammini, fino a stancarti i piedi e ti sembra di essere sempre a metà strada.
E ad ogni passo in più maturi l'idea di star camminando a vuoto: la via del vuoto non porta ad alcun vuoto, è essa stessa un vuoto lacerante che ti indebolisce ad ogni fosso, ogni strettoia, ogni desolata strada. La via del vuoto è il percorso primo dell'uomo; e nonostante le infinite volte che l'uomo la percorre, non si impara mai la direzione né il senso del viaggio né il modo di camminare senza farsi troppo male.
venerdì 23 marzo 2018
La confessione
Non ricordo quanti anni avessi; ma ricordo quella stanza, quelle tapparelle chiuse e la porta chiusa a chiave.
Non so quanti anni siano passati, ma ricordo chi, quando, dove, come. Il perché l'ho ignorato per tutto questo tempo e solo adesso ho trovato la risposta al mio perché.
Non so dire se quel momento l'ho ricordato per tutta la vita o l'ho dimenticato per tutta la vita.
Comunque sia, quel momento è celato dentro di me e in certi istanti, fa male da morire. Fa un male che mi sale da dentro e mi arriva alla gola, mi appesantisce il petto, mi incatena, mi fa impazzire.
E' un male che non ho mai saputo gestire e non saperlo gestire, adesso, lo rende un male abnorme dentro me. E' come una marea di fumo che quando arriva mi soffoca e mi annebbia la mente di niente se non di furiosa insofferenza, di cospicuo mal di vivere, di malinconia.
Sono lontana dai pensieri cattivi, adesso, ma l'affacciarsi di nuvole grigie mi pone in uno stato di ansia e agitazione, che mi fa temere per me e per quello che sto costruendo passo a passo, con la pazienza che non ho mai avuto e con l'amore che non mi è mai stato dato.
Io ne ho fatte di cazzate nella mia vita. Un po' come tutti, un po' come nessuno.
Non so quanti anni siano passati, ma ricordo chi, quando, dove, come. Il perché l'ho ignorato per tutto questo tempo e solo adesso ho trovato la risposta al mio perché.
Non so dire se quel momento l'ho ricordato per tutta la vita o l'ho dimenticato per tutta la vita.
Comunque sia, quel momento è celato dentro di me e in certi istanti, fa male da morire. Fa un male che mi sale da dentro e mi arriva alla gola, mi appesantisce il petto, mi incatena, mi fa impazzire.
E' un male che non ho mai saputo gestire e non saperlo gestire, adesso, lo rende un male abnorme dentro me. E' come una marea di fumo che quando arriva mi soffoca e mi annebbia la mente di niente se non di furiosa insofferenza, di cospicuo mal di vivere, di malinconia.
Sono lontana dai pensieri cattivi, adesso, ma l'affacciarsi di nuvole grigie mi pone in uno stato di ansia e agitazione, che mi fa temere per me e per quello che sto costruendo passo a passo, con la pazienza che non ho mai avuto e con l'amore che non mi è mai stato dato.
Io ne ho fatte di cazzate nella mia vita. Un po' come tutti, un po' come nessuno.
E sono pentita di tutto e sono contenta di niente. Cancellerei la mia vita dal punto zero alla mia morte e sono sicura che se rinascessi, qualcosa l'avrei capito prima. Avrei evitato di gettarmi in attimi di cui adesso sono pentita a denti stretti. Avrei evitato, avrei evitato, avrei evitato, perché adesso cancellarli dalla mia mente non è come cancellarli dalla mia coscienza.
Io sono i miei pesi e i miei contrappesi. E potrei dire che nella mia vita ho fatto di tutto per funzionare come si deve. Il mio cuore è un marchingegno in sicurezza con password, allarmi, linee di limite, confini da ciò che sono stata e ciò che voglio essere.
Io sto bene. Davvero, sono felice. Ho imparato a ragionare con me stessa. Ma quando ripenso alle cazzate che ho fatto mi viene da nascondermi, difendermi, nascondere ogni prova per dimostrare che passato è passato, quella ero io e questa sono io. Ma quando ripenso alle cazzate che penso mi viene da piangere, basta una goccia a far traboccare il vaso e piango dal nervoso, dalla pressione, dalla paura che tutto mi cada addosso all'improvviso. Ma quando ripenso a me, alla mia coscienza, alla mia intima intimità, mi viene voglia di sputarmi in faccia. Perché io non dovrei essere qui a rimuginare, non dovevo fare le miriadi di cazzate che ho fatto, stupida, stupida, stupida. Stupida, cretina, imbecille, stronza.
Ne avessi fatta una buona.
Io sono i miei pesi e i miei contrappesi. E potrei dire che nella mia vita ho fatto di tutto per funzionare come si deve. Il mio cuore è un marchingegno in sicurezza con password, allarmi, linee di limite, confini da ciò che sono stata e ciò che voglio essere.
Io sto bene. Davvero, sono felice. Ho imparato a ragionare con me stessa. Ma quando ripenso alle cazzate che ho fatto mi viene da nascondermi, difendermi, nascondere ogni prova per dimostrare che passato è passato, quella ero io e questa sono io. Ma quando ripenso alle cazzate che penso mi viene da piangere, basta una goccia a far traboccare il vaso e piango dal nervoso, dalla pressione, dalla paura che tutto mi cada addosso all'improvviso. Ma quando ripenso a me, alla mia coscienza, alla mia intima intimità, mi viene voglia di sputarmi in faccia. Perché io non dovrei essere qui a rimuginare, non dovevo fare le miriadi di cazzate che ho fatto, stupida, stupida, stupida. Stupida, cretina, imbecille, stronza.
Ne avessi fatta una buona.
Perché quando ripenso a quello che succedeva in quella stanza chiusa a chiave, quando nessuno c'era, apriva, bussava, a me viene voglia di correre nel tempo ed arrivare lì, a quel primo momento, e distruggere quella stanza, distruggere quella porta, lasciarmi libera come non l'ho fatto prima: come non l'ho fatto quando la prima volta ho trascorso minuti senza dire una parola, con gli occhi chiusi, la bocca serrata e la mente da un'altra parte.
Perché io voglio essere migliore. Voglio essere migliore come lo sto diventando adesso. Voglio essere di un migliore sentito, di un migliore mio, di un migliore che si genera dal buono che stava spegnendosi prima di arrivare fin qui.
Io sono arrivata fin qui, con tutto quello che potevo fare, con tutto quello che potevo dire, con tutto quello che mi ha fatto stringere i denti ed aprire gli occhi, con tutto quello che ho sopportato ad occhi chiusi e con la mente altrove, pensando solo ad una cosa: a vivere, a vivere con la serenità che sapevo avrei trovato, a vivere per una cosa che stavo cercando e dopo tempo ho trovato. La tranquillità.
Perché io voglio essere migliore. Voglio essere migliore come lo sto diventando adesso. Voglio essere di un migliore sentito, di un migliore mio, di un migliore che si genera dal buono che stava spegnendosi prima di arrivare fin qui.
Io sono arrivata fin qui, con tutto quello che potevo fare, con tutto quello che potevo dire, con tutto quello che mi ha fatto stringere i denti ed aprire gli occhi, con tutto quello che ho sopportato ad occhi chiusi e con la mente altrove, pensando solo ad una cosa: a vivere, a vivere con la serenità che sapevo avrei trovato, a vivere per una cosa che stavo cercando e dopo tempo ho trovato. La tranquillità.
Perché sarà migliore - pensavo - ed io sarò migliore, come un bel film che lascia tutti senza parole.
mercoledì 21 marzo 2018
Catarsi
Mi dici che penso spesso a cose brutte. Ed è così.
Non ho mai capito cos'è che mi porta a pensare sempre al più nero di tutte le tonalità di nero, eppure, proprio adesso mi rendo conto che il nero fa parte di me.
Nero è quello che è stato quand'ero bambina, nero è quello che è stato quando ero ''ragazzina''. Nero è quello che sono adesso.
No, non è realistico pensare che io sia nero. Io sono bianco, rosa, blu, arancione, verde, grigio, rosso. Ho una gamma vasta di colori manco facessi il tuo mestiere - l'imbianchino - e non è colpa mia se quando la tela si colora di grigio, io penso già al nero. Non posso farci nulla, è anche questa una parte del mio inconscio. E ho imparato, o sto imparando, a conviverci.
Proprio da questo mio conviverci nasce il mio pensiero. La mia consapevolezza. La mia sicurezza. La non-probabilità, ma l'assolutezza.
A volte ho quasi vergogna di rivelare i miei pensieri, ma quando il bisogno di dirteli si fa vivo sulla mia pelle, cerco modo di addolcirli.
Mi è capitato di pensare a se un giorno tu non ci fossi più. Se un giorno tu morissi.
Ecco, non spaventarti, mi capita di pensare spesso alla mia vita senza le persone più importanti della mia vita. Ho pensato a se mia madre o mio padre morissero, se morisse mio nonno, se morissero i miei fratelli. E più penso e più mi avvicino alle persone, più quelle persone per me diventano aria, acqua, cibo della mia vita. L'essenziale della mia vita. Inconsapevolmente.
Se tu morissi, io morirei con te. Morirei a metà: la mia parte di me morirebbe all'impatto, l'altra parte di me, quella che tu conosci, quella che è legata indissolubilmente a te, rimarrebbe viva, pur senza l'altra metà.
Ma vivere nell'incompiutezza non è vivere, in realtà: è solo una fase di incubazione alla morte.
Se tu un giorno non ci fossi, sembra stupido e scontato, io non avrei di che parlare, di che interessarmi, di che vivere. Non avrei di che pensare se non al fatto che tu non ci sia e la mia vita rimarrebbe statica, ferma, assopita, addormentata, fino a che il disfarsi della mia vita mi poserà su di una nuvola immensa di assenza.
E mente penso e mi distraggo, torni alla mia mente tu. E il nero scompare, la morte scompare, rimane la mia mente nuda, pura; tu per me sei catarsi.
Non ho mai capito cos'è che mi porta a pensare sempre al più nero di tutte le tonalità di nero, eppure, proprio adesso mi rendo conto che il nero fa parte di me.
Nero è quello che è stato quand'ero bambina, nero è quello che è stato quando ero ''ragazzina''. Nero è quello che sono adesso.
No, non è realistico pensare che io sia nero. Io sono bianco, rosa, blu, arancione, verde, grigio, rosso. Ho una gamma vasta di colori manco facessi il tuo mestiere - l'imbianchino - e non è colpa mia se quando la tela si colora di grigio, io penso già al nero. Non posso farci nulla, è anche questa una parte del mio inconscio. E ho imparato, o sto imparando, a conviverci.
Proprio da questo mio conviverci nasce il mio pensiero. La mia consapevolezza. La mia sicurezza. La non-probabilità, ma l'assolutezza.
A volte ho quasi vergogna di rivelare i miei pensieri, ma quando il bisogno di dirteli si fa vivo sulla mia pelle, cerco modo di addolcirli.
Mi è capitato di pensare a se un giorno tu non ci fossi più. Se un giorno tu morissi.
Ecco, non spaventarti, mi capita di pensare spesso alla mia vita senza le persone più importanti della mia vita. Ho pensato a se mia madre o mio padre morissero, se morisse mio nonno, se morissero i miei fratelli. E più penso e più mi avvicino alle persone, più quelle persone per me diventano aria, acqua, cibo della mia vita. L'essenziale della mia vita. Inconsapevolmente.
Se tu morissi, io morirei con te. Morirei a metà: la mia parte di me morirebbe all'impatto, l'altra parte di me, quella che tu conosci, quella che è legata indissolubilmente a te, rimarrebbe viva, pur senza l'altra metà.
Ma vivere nell'incompiutezza non è vivere, in realtà: è solo una fase di incubazione alla morte.
Se tu un giorno non ci fossi, sembra stupido e scontato, io non avrei di che parlare, di che interessarmi, di che vivere. Non avrei di che pensare se non al fatto che tu non ci sia e la mia vita rimarrebbe statica, ferma, assopita, addormentata, fino a che il disfarsi della mia vita mi poserà su di una nuvola immensa di assenza.
E mente penso e mi distraggo, torni alla mia mente tu. E il nero scompare, la morte scompare, rimane la mia mente nuda, pura; tu per me sei catarsi.
sabato 17 marzo 2018
Rimpianti o rimorsi?
Se avessi avuto la capacità analitica di pensare, ragionare, schematizzare le situazioni; se imparassi a non agire e a non trascinarmi nel mio lugubre rancore; se potessi ritornare indietro di soli dodici ore e se in me vivesse il pensiero:''potrò pentirmi o non potrò pentirmi'', io non sarei come sono adesso. Non farei ciò che ho fatto adesso. Non mi sentirei come mi sento adesso.
Colpevole, stupida, degradata a quello che non sono.
Eppure le cose di cui ti penti smettono di essere un pallino fisso nella tua testa solo dopo che le hai fatte. E quando sbiadisce il rancore ti dici:''ma io cos'è che ho fatto? che casino è questo?''.
Adesso vorrei una sola cosa: chiudere gli occhi e aspettare che il rimorso passi e mi lasci stare.
Colpevole, stupida, degradata a quello che non sono.
Eppure le cose di cui ti penti smettono di essere un pallino fisso nella tua testa solo dopo che le hai fatte. E quando sbiadisce il rancore ti dici:''ma io cos'è che ho fatto? che casino è questo?''.
Adesso vorrei una sola cosa: chiudere gli occhi e aspettare che il rimorso passi e mi lasci stare.
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