lunedì 20 febbraio 2017

Patetica confessione di un giorno come tanti


Se adesso tu te ne vai ...
suonano nelle mie orecchie queste parole.
Non ritornare mai, -ai, -ai
mai, -ai, -ai.
Te lo scrivo in corsivo su un foglio bianco latte
come fosse una dedica su un biglietto d'auguri
da mettere nella cassetta della posta di casa tua
nel quartiere in cui più non vivi.
Adesso che tu te ne vai
lasciandomi coi miei guai, non mi cercare mai
mai, mai
metti un punto sul mio cuore e posa l'ago e il filo.
Lasciami qui a cantare
e ad intonare le parole che non vuoi sentire.

domenica 19 febbraio 2017

End up here

Sono inquieta, ma di un'inquietudine oramai rassegnata. Come se già sapessi ciò che viene dopo, ciò che viene dopo che qualcuno, soprattutto se questo qualcuno sei tu, scopre il mio punto debole.
Il mio punto debole è lei. La gelosia che mi arriccia i capelli quando ti guarda, quando ti guarda come se volesse scoparti; la gelosia che mi fa saltare l'anima di venti metri più in alto, anche se cosciente di dover cadere, o a furia d'aspettare o a furia del tuo tenermi accesa al buio senza né chiedermi di spegnermi e né chiedermi di rimanere accesa.
Sono inquieta perché più ti guardo e più mi convinco del fatto che a te non interessi un bel nulla, perché di fatti, a te non t'interessa di me. Ti interesserebbe se, solo se e soltanto se, tu fossi in completo abbandono. Solo se e soltanto se, non ci fosse nessuno se non me.
Sento questo. Sento di venire dopo lei, che tu ammetta o non ammetta ti attrae e non puoi fare a meno di rispondere al suo richiamo di zoccola in calore, e dopo l'altra lei, che tu voglia dirmelo o no, ti parla come se voi stesse ancora insieme, come se non fosse cambiato nulla dall'estate, come se non fosse cambiato nulla tra me e te.
Che poi, cos'è cambiato tra me e te? E' cambiata una tua consapevolezza, sai di avere un altro stupido cagnolino che ti scodinzola dietro. E cos'è cambiato in me? E' cambiato il mio stato d'animo: vi osservo, la sento io stessa, quella forza che vi attrae l'un l'altro; vi osservo, mi struggo, ti vorrei uccidere. E vorrei uccidere me, che non mi tengo fuori da niente, che non mi interessa di niente pur di guardarti accanto a me, a un centimetro da me.
Slegami. Slegami e vai via da me.

venerdì 10 febbraio 2017

Poco più di niente

Avete mai l'incontenibile voglia di urlare perché? Ed avete mai l'irrefrenabile pulsazione di prendere le persone e giocarci come se fossero delle palle da basket?
Pensate mai che qualunque cosa voi scriviate, sia una cazzata?
Non ho facoltà di dire, di fare, di scrivere o di far ordine nei miei pensieri. Come i morti che solo prima di morire confessano il loro esser nati in cattività, cosí io aspetto il momento giusto, che non riconosco e che mi passa davanti agli occhi mentre penso ad altro.
É un processo che parte e finisce nella nostra mente, ma solo se si ha la volontà di farlo.
Non puoi scrivere se non puoi pensare, non puoi pensare se non vuoi capire.
Quando non dialoghi con te stesso hai la necessità di dialogare con chiunque abbia lingua, voce, labbra per parlare. Diventa un pretesto per provocare e sentirti distratto da te stesso.
Porgi la mano alle persone non perché tu voglia aiutare o essere aiutato, ma perché hai bisogno di un calore che ti manca, un calore che sia in grado di dissipare il tuo incessante pensiero di te.
Provochi, fai la stupida, fai la stronza, nel senso più innocente e nel senso opposto (quanto meno innocente possa essere inteso) e vuoi che gli altri ti parlino perché a te non va né di prendere iniziativa e né di rifiutare iniziative.
Diventa tutto un piano della mente che ha per unico obiettivo il nasconderti da te stesso.
Diventano gli altri padroni di te, i tuoi comportamenti diventano gli unici segni impercettibili della tua disfunzione e mi dispiace di aver detto di stare bene con me stessa, di piacere ai miei occhi mentre mi guardo allo specchio.
Era tutto un modo per coprire il fatto che odio me stessa ma mi piace l'idea che gli altri possano amare me, il mio corpo, il mio modo di essere. Era tutto un modo per coprire il fatto che sono l'oggetto della discreta contemplazione ma non la protagonista stessa della vicenda.
Si tratta di me, del mio corpo, della mia immagine ma lo vivo in terza persona.
Ed, ovviamente, questo é un modo come un altro per parlare di me come se fossi una che vedo tutti i giorni mentre porta il cane a fare passeggiate.
Ed, ovviamente, questo come tutti i post di questi due mesi, non segue un filo logico e non vale poco più di niente.

domenica 5 febbraio 2017

Rose rosse per me

La bella sensazione di essere bella.
Sono bastate un paio di calze a pois ed una gonna sopra il ginocchio a farmi riscoprire una femminilità che ho spesso stentato o ostinatamente rinnegato. E' bastata una gonna a stringere sui miei fianchi e ad evidenziarne il tratto più bello per poter sussurrare a me stessa:''Wow''.
La sensazione di piacere ai miei occhi che mi guardano allo specchio prima di uscire mi dà una sicurezza che, sto notando, attira l'attenzione anche dei più irraggiungibili (non prendetemi per presuntuosa). Sì, ho scoperto il mio potenziale e lo esercito su chi mi guarda.
Mi piace la curva dei miei fianchi, quella del mio seno e quella delle mie gambe che mi piace lasciare né troppo coperte e né troppo scoperte. C'è un qualcosa di meraviglioso nel piacersi: indistintamente, si piace anche agli altri che ci stanno attorno.
L'ho sempre vista come una stronzata, eppure devo ricredermi. Stare a proprio agio con sé stessi implica uno stare a proprio agio in situazioni e vicende diverse rispetto la quotidianità. Voler bene al proprio modo di essere significa poter essere autoironici, poter ascoltare battute su di te senza offenderti per nulla, non nascondersi quando si è in mezzo agli altri.
Quando piaci a te stesso c'è qualcosa di indecifrabile ma evidentissimo nel tuo modo di essere e di comportarti, quando ti piaci chi ti sta attorno lo sa, lo sente, se ne accorge.
E fa tutto parte di un piano che da platonico diventa reale: sei bella, ti senti bella, sei in tregua coi tuoi difetti.

venerdì 3 febbraio 2017

all'ultimo respiro

E' quell'attimo cruciale in cui capisci esattamente come sei.
E' come se per anni non vedessi il sole e alla sua vista, finalmente, ti copri gli occhi intimorito.
Intimorito perché prendi coscienza: chi sono? che ho fatto? in che guaio mi sono cacciata?

mercoledì 25 gennaio 2017

La bestia


E la cosa che odio è che penso hai fatto bene.

Con una sola parola, ti cade tutto il mondo addosso.
Si frantuma tutto ciò che è intorno a te. Rimani solo, assieme ai pezzi del tuo passato prossimo.
Non c'è più niente, a parte l'unico, angosciante, tormentato pensiero:''E' tutta colpa mia''.
E' tutta colpa mia.
E' tutta colpa mia.
E' colpa del mio passato, dei miei non freni, di tutte quelle cose che ho lasciato in bilico nella mia mente: tutto quello che ho lasciato al caso, tutto quello che ho dato in pasto al tempo. Tutto quello che ho lasciato scritto con la matita perché è difficile cancellare ed è ancor più difficile scrivere con la penna nera. Facile è riscrivere sempre la stessa storia, perché non cambi mai.
Con una sola parola, cade tutto a pezzi, e vorresti cavarti gli occhi, strapparti le vene, ingoiare veleno. Vorresti un colpo al cuore pur di non ascoltare e chiedi a dio, se mi vuoi bene, fammi morire adesso.

giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario, vorrei che non finisse mai

Quello scricchiolio di gelo nelle ossa.
Si muove, dilania, non si scioglie.
Mi fa piegare le gambe in preda al freddo, è come se lo sentissi invadere il mio corpo: dalle steppe desolate delle mie gambe, fino alla città gelata della mia mente. Come Napoleone che tenta in tutti i modi di tenere in pugno la Russia.
Lo sento fischiare nelle mie orecchie, lo sento irradiarsi nei calzini bagnati quando piove, e a poco a poco, penetra nelle mie ossa, indebolendomi.
Le mani rugose, violacee, incastrate nelle tasche di cappotti. Sciarpe in cui mi attorciglio in modo da non far infreddolire il collo, il petto, le braccia: i tre punti più delicati per eccellenza, ci ho già sciolto tre scricchiolii.
Sì, fa un freddo cane. Un freddo così si è visto solo nel 2012, qui al Sud. Avevo rimosso le sciarpe di lana che pizzicano, le calzamaglie sfilate, i capelli che ti appiattiscono i capelli ma sono così caldi.
Fa un freddo cane. Eppure, mi perdo nella bellezza di questo inverno, che aspettavo sempre da bambina.

martedì 10 gennaio 2017

... Then I would ...

Venerdì abbiamo fatto l'amore.
Le tue braccia erano la miglior trapunta su cui abbia mai dormito e mentre fuori fioccava e la gente correva per cercare il caldo nei camini delle loro case, io ero nuda, senza calzini, senza vestiti nel tuo letto. E le tue mani mi riscaldavano la schiena e le spalle, mi accarezzavi come se volessi proteggermi, come se fossi porcellana, come se dovessi tenermi a riparo da qualcosa, a riparo da qualcuno.
Mai mi sono sentita così amata, così fusa nel tuo corpo, nella tua mente, in tutto te stesso. E' uno di quei ricordi che si incorniciano e diventano l'idea di un concetto più grande, l'immagine di un universale: l'amore, il tuo nome, le tue mani, il freddo, le coperte. Diventa l'immagine della nostra complicità e mi torna in mente come le insegne pubblicitarie sulle strade trafficate lunghe dieci, venti, trenta metri.
Ti amo. Ti amo come si ama per la prima volta: innocentemente, senza oscura alchimia. Con gli occhi spalancati dallo stupore, lo spavento, la gioia, il senso di colpa.
Come se tutto pesasse, ogni virgola, ogni parola, ogni dito puntato. La paura della spensieratezza, il tuo appagarti in me ed il mio rassicurarmi in te, la soggezione di dire, di fare, di non perdere l'equilibrio.
Sì, la soggezione di non perdere l'equilibrio: addossati l'uno all'altro, con le mani tremanti e le gambe che prima o poi cederanno, su una corda di speranze, aspettative, imprevisti, dissidi. Come due giocolieri al circo.
Ti amo come si ama a tredici e a sessant'anni. Aspettando una chiamata, una vecchia canzone da dedicarti, un bacio, un sorriso. E' calcolare, ritagliare dalla scena e mettere a fuoco tutto quello che fai. Sei un libro aperto, per me. Recepisco ogni cosa.
La tua barba rasata poco spesso, le tue felpe degli stessi soliti colori, gli occhi in cui sprofondo ogni volta che mi dici: ''Quanto sei una stronza''. Ti conosco, ti ho studiato.
Conosci i miei capelli rosso fuoco, i miei capelli rosso rame, le  mille tinte che ho fatto e tutte le frangette che ho tenuto per pochi giorni. Tutti i paia d'occhiali che ho cambiato dalla prima superiore fino adesso, tutti i tratti di me, di ciò che sono, di ciò che mostro agli altri.
Sopravvivo alle tue tempeste di parole, sopravvivi alle mie bufere di neve. Sopravviviamo e allo strenuo di questo inverno insieme, mi sussurri sicuro e deciso:''L'inverno passerà''.

Sì, passerà.

sabato 7 gennaio 2017

O' posto mio

Su un terrazzo illuminato dalle luci della notte
e bagnato dall'insipido mare di Sorrento
sogno di saper scrivere sul mio corpo quello che la notte condanna
ciò che questo bianco perla della Luna mette in palio a chi la guarda
a bocca aperta, e a mani incrociate.
Sì, l'incipit sarebbe questo.
Una poeticità che è pateticità dell'idea stessa di questo momento.
Non c'è terrazzo
non c'è luce
non c'è il mare e non si è neppure a Sorrento.
Su una panchina in mezzo al niente
col vento che soffia e fischia e fa temere che il niente diventi il caos
sogno di saper dare in pasto alla penna il luogo in cui vivo
in cui emergo, in cui rimango a galla.
I palazzi alti e grigio sporco, il silos che è padrone di tutto ciò che è ai suoi piedi
come il dito medio della mano che sovrasta gli altri quattro.
Le altalene, distrutte cento volte in due mesi e riparate almeno duecento volte in più
la Conad sporca in ogni angolo e ogni infessura, i marciapiedi rosicati dal tempo che passa
come un treno italo, veloce, sui binari della stazione
e quelle piante rampicanti sugli edifici popolari che li fanno sembrare ruderi di campagna.
Le persone sono ominidi, la tradizione è Alto Medioevo.
Tutto spento, tutto tace, tutto oscuro nello squallore di queste aiuole che sono diventate foreste
di questa piazza che è solo il posto in cui un pensionato cerca di vivere friggendo panzarotti e simili.
Non c'è terrazzo, non c'è stupore, il fumo dell'inceneritore copre anche le stelle
e la luna, e le rondini, e tutto ciò che c'è di bello nell'alzare gli occhi al cielo
ma rimane casa mia.
Rimane il mio più grande progetto di rivalsa.
Rimane parte di me, rimango qua.

domenica 1 gennaio 2017

Promemoria, augurio per il nuovo anno

Non perdonare mai tre persone: chi ti delude sempre nella stessa maniera, chi vuole farti sentire in colpa qualunque cosa tu faccia e tuo padre.

sabato 31 dicembre 2016

Ma le sento un po' mie, le paure che hai


Sei la parte di me più simile al peggio di me.
Sei l'ologramma del mio essere futuro, sei il disegno della rassegnazione e della disillusione che sento già mie, per quanto siano lontane, che sento già nostre, per quanto io sia incapace di arrendermene.
Sei la risposta alla domanda ''perché mi odio, perché mi faccio odiare'', hai gli occhi di ciò che odio vedere nello specchio quando mi alzo nel bel mezzo della notte, sei quello che mi lascia senza nulla da dire. Perché tutto ciò che pensi è un'equazione matematica complicatissima uguale solo per incognite alla mia. Ed io non so mai da dove iniziare, non so mai dove è necessario che si tappezzi prima.
Siamo così identici e per paura di ammettere la complicanza nell'essere uguali ci rintaniamo in ciò che più ci sembra sicuro quando niente è al suo posto:''siamo diversi, abbiamo aspirazioni diverse, siamo troppo distanti''.
E' una scusa, una cantilena ripetuta mille e mille volte. Una scusa.
Una maschera per giustificare il mio odiare te, riflesso nei miei atteggiamenti e nelle mie agonie e per giustificare il tuo odiare me, quando ti ripeto senza freno ''E allora lasciamoci, lasciami, lasciami adesso!''.



''Tu sei la luce nella notte
la chiave delle porte
il sangue sulle nocche nelle giornate storte.
Tu sei la mia sorte
la vena sopra al collo quando mi scopro forte,
le volte che non mollo. 
Tu sei la mia anima, le ali del decollo
la carica, la stamina, sul palco o sul foglio.
Tu sei questo sogno, la mia speranza unica
tu sei ciò che voglio. Tu sei la mia musica.''

sabato 17 dicembre 2016

Tremore

Non avrei mai voluto saperlo, perché avere la consapevolezza di significa pensare a cosa fare per. E sapere cosa fare per, non significa sempre essere in grado di.
Non avrei potuto esprimerlo in modo peggiore, ne son consapevole. Ma non saprei esprimerlo altrimenti.
A volte, ma mai come oggi, preferirei non sapere certe cose. E' sempre meglio non saperne, piuttosto che sapere e fingere di non esserne a conoscenza.
Quando si conosce un qualcosa, una cosa qualsiasi, che riguardi noi stessi o che riguardi chi vogliamo bene, siamo coinvolti. E pur se non riguardi chi vogliamo bene, ne siamo coinvolti comunque, perché sapere significa sapere, agire, difendere.
Avrei voluto tacesse, così da non chiedermi continuamente ''e mo' che faccio? che facciamo?'', ma forse non l'avrei voluto davvero. No, non l'avrei voluto davvero, il sol pensiero di non saperlo e di non averlo saputo prima di oggi mi terrorizza.
Il fatto è che io non posso fare finta di niente, perché quando si è scoperta la pancia e mi ha fatto vedere quei lividi e quei graffi, sono tremata. Tremata, come se qualcosa nella mia testa cadesse a pezzi.
E se è stato un tremore vederla ''accarezzata'' da mani violente, è stato un tremore notare cosa quelle mani violente le hanno messo in testa.
E cosa si fa in questi casi? Cosa?
Cosa si dice? Come si agisce?

martedì 6 dicembre 2016

Non ce la faccio più, voglio il cielo blu

Se ci fate caso è una di quelle cose che nessuno chiama mai col loro vero nome.
''Era una brutta malattia'', ''era una  cosa molto brutta'', ''era quella cosa là''.
E' come se le persone, nominandolo senza alcun remore, lo sentissero d'un tratto più vicino, a due passi dal viso, a due passi dalla lingua che ha osato pronunciare.
Devasta piccoli, ragazzi, adulti e anziani. Senza distinzione e ad occhi bendati. Come quando si gioca allo schiaffo del soldato: noi tutti con le spalle al muro e lui batte un colpo sulle spalle di chi gli è più simpatico.
Mi fermo a pensarci spesso, specialmente nell'ultimo periodo.
Si è quasi terrorizzati dal suo nome. Quando su internet spiegano cos'è non ci sembra quasi mai una cosa tanto grande. E' quel nome che incute terrore, fa venire la tachicardia, ti fa sbarrare gli occhi dalla paura.
E' quel nome che dissesta l'ordinarietà, è tutto ciò che c'è dietro quel nome che ci sembra una galassia di mali, una sorta di via lattea completamente nera e buia, in cui a fluttuare c'è solo il nero della morte. Quando penso a lui, penso ad una sorta di buco nero che si dilata e risucchia l'essere di chi deve liberarsene per sopravvivere.
Ma cosa sei? E perché fai morire le persone?

venerdì 25 novembre 2016

1500

Stiamo studiando un autore con la cui biografia sono molto a mio agio.
Il suo vissuto, le sue potenzialità e purtroppo anche la sua infermità mentale, si rispecchiano in me.
E' un autore dalla personalità fragile, quasi di vetro sottilissimo. A primo impatto, potrebbe anche risultare senza personalità: rende se stesso e la propria arte conformi alle aspettative dell'epoca in cui vive, propone gli stessi modelli che proponevano tutti gli altri, è propenso ad accettare le idee che accettano tutti gli altri - solo per timore della critica che potrebbe essergli fatta per la sua diversità di pensiero -. Si sente attaccato, puntato, perseguitato dalle critiche.
Pretende il massimo da sé stesso e per ogni suo tentativo vorrebbe essere gratificato, vorrebbe essere celebrato. Desiderava delle attenzioni che, poiché nessuno gliene concedeva, lo portarono ad essere una macchina scrivente di un'epoca in cui tutto deve essere conforme, tutto deve essere necessariamente approvato per esser reputato bello. Desiderava ottenere il massimo e si autoflagellava sminuendo la sua arte, dando per scontato il suo talento e sprecandolo a scrivere non ciò che l'ingegno dettava ma ciò che l'epoca richiedeva.
Pensate, riscrisse la sua opera più famosa quattro volte, perché gli ''editori'' reputavano inadeguati alcuni temi sostanziali.
Si sentiva addosso, perennemente, degli occhi che non esistevano. E si faceva paranoie su storie mai accadute.
Aveva un modo strano di vedere le cose e studiare questa stranezza dal punto di vista di uno studente mi ha sorpreso non poco. Credeva che dei folletti gli rubassero i fogli su cui scriveva e che i suoi insuccessi non fossero altro che una maledizione di un qualunque mago a cui stava evidentemente sul cazzo.
E' una personalità stramba, curiosa, dannata. Il suo dissidio interiore, il suo dissidio tra l'essere se stesso e l'essere ciò che è giusto, lo ha portato all'eterna dannazione e all'eterna sofferenza.
Mi ci ritrovo tanto e mi ci ritrovo poco. Resto ad occhi sbarrati e mi sembra un autore reale, vivo, adatto a descrivere anche il vissuto di chi non ha vissuto le sue esperienze.
Vi invito a riscoprire la personalità di Torquato Tasso, potrebbe sorprendervi.

Richieste del mercato

Ho spesso pensato che fosse quel numero
a stordire gli occhi di chi non ci conosceva.
Ho pensato che fosse quel numero rovesciato accanto al 3
a far spalancare bocche, corrugare fronti, istigare menti.
Ho pensato che quel numero fosse lo spartiacque
di me e di te, insieme. E adesso
penso che quel numero assieme a tutti i suoi predecessori
siano suppliche, bandierine bianche levate dal basso fronte.

mercoledì 23 novembre 2016

Io, la luna, l'apogeo. Non sono in pace neanche quando creo



Attorno a me ciondolano dai soffitti, dai balconi, dai rami degli alberi per metà spogli, idee e spunti e parole che mi accendono l'anima e rendono i miei macigni sullo stomaco ancor più pesanti.
Pendolano persone alla fermata degli autobus, sono personaggi visionari quelli che - appoggiati ai muri della palestra -  ripetono storia mentre io cerco risposte nelle domande che mi pongono i libri di letteratura nello zaino, che stamattina non è poi così pesante.
Attorno a me, brulicano parole. Parole che non sono mie.
Potrebbero esserlo, ma la mia mano le fa essere solo e semplicemente copie. Copie delle copie delle copie.
Sento le mie parole vuote, come le O che colore nelle ore estenuanti di greco e sì, mi sento disinteressata.
Nessun colpo di genio, nessun improvviso tuono di ispirazione, nulla che desti la mia attenzione.
E' come quando da piccoli pensavamo di poter prendere le formiche e farle camminare sulle nostre dita. Le formiche sono così piccole ed era così difficile riuscire a prenderle. Ecco, è così con le idee. Tanto piccole quanto insignificanti, non riusciamo a farle correre sulla nostra pelle, non riusciamo a coglierle nel momento giusto. E' perché sono piccole? E' perché sono inutili? No, siamo noi a non esserne in grado.
Più si vorrebbe scrivere, meno si scrive. Più ci si impone di trovare via d'uscita in quello che è il blocco dello ''scrittore'' e meno si riesce.

E mentre sbuffo e getto l'ennesima carta nel cestino, l'ennesimo file sul computer, l'ennesima sensazione che mi attorciglia la mente e fa soqquadro nel mio stomaco, mi fermo, prendo fiato, mi rilasso.
Ho finalmente scritto, pensando di non avere nulla da dire e pensando di non sapere come dirlo.

lunedì 21 novembre 2016

Riflessione embrionale


Non vorrei rifiutarmi di amare, sì
solo per paura di soffrirci. 
Sarebbe dire 
''rifiuto di vivere qui, 
per paura di morirci.''


Ho osato pensare che la nostra vita sia un aeroporto e che chi va e chi viene, chi viene spesso e chi va sempre, siano solo passeggeri.
Sì, è comodo pensarla così. E' comodo avere la scusa a portata di mano.
Io, nella vita degli altri, mi rifiuto di essere solo una passeggera. Ho viaggiato, ho vissuto, ho creduto, ho sperato ed ho pianto, mi sono liberata, mi sono incatenata e no, non ritengo di essere una passeggera.
Al diavolo chi parla di esperienze, chi minimizza i sentimenti propri o degli altri e chi sintetizza il tutto con poche frasi di circostanza.
Il viaggio sarà anche stato poco piacevole, il check-out sarà anche stato necessario perché no, non si può e non se ne può più, eppure rimane un viaggio. Un viaggio che matura con noi e che maturerà ancora, un percorso che permette di conoscere e soprattutto, di conoscere se stessi.
Ho visto, ho compreso, mi son chiesta perché.
Le persone nella mia vita non sono passeggere perché ad ogni segno c'è un ricordo, ad ogni ricordo c'è una persona e sì, noi esseri umani siamo a nostro modo importanti, pur se piccoli, minuscoli, simili a microbi rispetto al gigantesco ego della nostra psiche umana.
Non siamo passeggeri di niente. Siamo persone che crescono, che evolvono o progrediscono nei sentimenti, persone che sono persone, che riflettono e si pentono, che riflettono e si convincono.
No, non sapevo cosa volevo ma sì, adesso so cosa voglio. Sì, sapevo benissimo quali sono i miei punti deboli ma no, non sapevo come mascherarli. Ho imparato a nascondere la mia sensibilità? Sì, ho sempre saputo come. Ho imparato a dimostrarmi fragile con chi merita di sapermi fragile? No, ci devo ancora lavorare. Devo imparare ad aprirmi in modo diverso con le persone, devo imparare ad essere trasparente alcune volte. Dovrei imparare anche a non sbagliare volo, dovrei imparare anche a sedermi al posto giusto, dovrei imparare come veramente si può condurre un volo tranquillo, senza troppe deviazioni e dovrei imparare anche a smetterla di pensare stronzate e ammettere di essere passeggera nella vita di chi non mi ha voluto, perché è sempre così: si è sempre passeggeri di qualcuno e si è sempre aeroporto di qualcun altro. Il resto è superfluo, il resto non vale niente, i sentimenti non valgono niente, vale solo il costo del biglietto e la durata del viaggio.

venerdì 18 novembre 2016

Dov'è questo potere dell'amore se poi è l'amore per il potere che consuma le persone?

Crescere è regredire.
Crescere è la tomba del sentimentalismo, della spontaneità, della creatività e soprattutto della concezione di famiglia.
I grandi pensano solo ai soldi, al lavoro, alla macchina pulita. Sono incapaci di dimostrare affetto e tutto è proiettato al difendere i propri interessi.
Crescere li porta ad essere calcolatori, dissimulatori e l'unica cosa a cui vogliono bene è la realizzazione. L'unica cosa a soddisfare quest'obiettivo di vita che punta in alto è il successo nel mondo del lavoro. E' l'unica cosa che li fa sembrare vivi, l'unica cosa che li rende umani.
I loro rapporti sociali sono finti: ognuno pensa a sé e se vogliamo essere generosi diciamo che ognuno pensa a sé e la propria famiglia.
Quelli che sono i genitori, i fratelli e le sorelle diventano coloro che non danno o non dividono il patrimonio o le proprietà immobiliari e tutto ciò che un tempo era vita diventa uno stremante desiderio di volere di più, di meritare di più e si è convinti sempre più che è questo quello che conta nella vita.
Nella vita contano i soldi, il lavoro e il sopravvivere da sé.

mercoledì 16 novembre 2016

Amori miei

Sono molto lunghi. Sono molto belli.
Ma anche crespi, secchi, bruciati, rovinati dalle mie continue tinte e dai miei continui cambi di prodotto.
Posso dire di voler bene ai miei capelli. Il che è stupido, lo so.
I capelli lunghi mi accompagnano dalla seconda media e dopo vari tagli e sforbiciate alle doppie punte, arrivano sotto il seno (all'altezza del mio ombelico e a circa cinque centimetri dal sedere).
In questi giorni lavare i capelli è diventato uno strazio: ci metto in media due ore e venti minuti a snodare quella matassa senza senso di capelli. Forse è giunto il momento di tagliarli.
Passo ore ed ore allo specchio a piegarli e a fissarli con delle mollettine, in modo da poter vedere come starei senza i miei amatissimi capelli. E più penso ai miei capelli sul pavimento del salone di una parrucchiera, più li annuso e li accarezzo come se fossero i capelli magici di Rapunzel.
Ci sono così affezionata.
Adoro quando tira vento e mi frustano il viso e adoro quando piove e si arricciano talmente tanto da farmeli adorare ancor di più.
Tagliarli sarebbe una cosa abominevole. Una cosa che vorrei non dover fare.
Una cosa che non farò per nulla al mondo.
Carissima parrucchiera di fiducia, accontentati di al massimo tre dita. Accontentati di tre dita dei capelli più bruciati che tu abbia mai visto.
I capelli corti non li porterò mai.

sabato 12 novembre 2016

Metà del tempo a farsela e metà a farsela scendere, il tempo non lo puoi comprare, lo puoi solo vendere



C'è una crepa nei miei occhi e con le parole hai saputo spezzarli. In due metà, perfettamente uguali. Cocci di un verde spento a cui non è dato né di piangere e né di mettere a fuoco.
A volte pensiamo di tagliarcene fuori, pensiamo che sia meglio far delle crepe sui legami e creare distanze, pensiamo di poter sdoppiare la realtà. Pensiamo che fare un passo indietro ci aiuti a stare più con noi stessi, ci aiuti ad essere più riflessivi ma più impetuosi nel nostro piccolo mondo fatto di idee, nel nostro piccolo mondo illusorio in cui tutto si muove e tutto prende vita ad opera nostra, con uno schiocco di dita.
Pensiamo di tirarci indietro e non è così, perché in certe cose veniamo buttati fuori, con un leggero calcio nel sedere, per lo stesso motivo che ci porta a desiderare di esserne privi, di poter farne a meno, di esserne scaraventati fuori, come dall'ultimo strato di magma terrestre fino all'ultimo 
strato di nuvole bianche.