domenica 28 febbraio 2016

Cima, Mi sveglierò domani

''E tutti quanti corrono per arrivare prima in cima
ma in un mondo di arrivisti io sono quello che cammina. 
Dalle vostre frasi fatte io mi sento escluso.
Se il mondo si apre a noi io l'ho trovato chiuso. ''



Ma come si decolla senza l'aereo?
Come ci esci se non c'è la porta di emergenza?
E come cammini se la strada è piena di fossi?
Ma come scrivi senza la penna?
E che parli a fare se nessuno lo capisce?
Come l'accendi se non c'hai l'accendino?
E come faccio a guardare lontano se non c'ho gli occhiali?




giovedì 25 febbraio 2016

Ti spintono così che tu cada ed esca dalla mia mente

Arrivederci è nascondere la faccia
senza coprirsi gli occhi
e cercarsi anche se si è detto ciao.
Ed io non ti trovo
e tu non mi cerchi
e se ti spintono con lo sguardo non mi saluti e non apri neppure bocca
ma mi hai detto arrivederci, e mica addio
e ho l'impressione che tu gli occhi non è che li copri
è che non li apri proprio.

lunedì 22 febbraio 2016

Avete mai pensato di essere una macchina del sesso?
Vi siete mai sentiti come se il vostro buco fosse l'unica ragione per cui gli uomini vi si avvicinano?
La domanda che pongo lascia intendere la cosa che più odio: il piangersi addosso.
Sì, mi sto piangendo addosso. E mi piango addosso perché ho l'umore sotto i piedi e mi sento proprio così: una macchina del sesso.
Nessuno vuole stare con me, se non sui sedili posteriori di una macchina qualunque. Come se fossi solo una macchina del sesso.

domenica 21 febbraio 2016

May day



Chi non è priorità di se stesso
mette a bruciare il proprio sesto senso
e quando nella testa ha solo fumo
crede che sia nebbia
e quando non crede che sia nebbia
capisce che era fumo.

venerdì 19 febbraio 2016

Sussurrare

E rimpiazzerei il tuo viso con quello di chiunque altro
anche se infondo lo so che i tuoi occhi li hai solo tu
e nessun altro
e nessun altro a parte te mi sa guardare come mi guardi tu
e anche se non dico ciò che penso non vuol dire che non ci sto pensando
che non sto impiccando tutti gli angoli del mio cervello
col pensiero di te con un'altra, di te con una che non è me
che non sono io, che non siamo io e te
e passerei intere ore a dire di quanto sto bene
e di quanto non mi logori dentro il fatto che tu abbia preferito il niente a me
il vuoto a me
e ti prenderei mille volte il viso tra le mani per chiederti di restare
di rischiare con me
e di toglierti l'armatura e di camminare tra gli spari
e di rinunciare alla trincea e di perdere con me
di perdere con me contro il bene che ci vogliamo
e mi tremano le mani se ci penso
e venderei il mio cuore al macello se stanotte mi svegliassi
o se domani camminassi per tornare a casa e non ti sentirei più
accanto.

martedì 16 febbraio 2016

Fisici pluralisti

Empedocle ( uno dei primi fisici pluralisti) ribadì spesso il concetto secondo cui il simile conosce il simile, cioè che si conosce la terra con la terra, l’acqua con l’acqua, l’amore con l’amore e l’odio con l’odio. In pratica, pur se vissuto nel V secolo a.C., Empedocle pensava che la conoscenza avvenisse tramite l’incontro tra ciò che è nell’uomo e lo stesso elemento al di fuori dell’uomo, che è nella natura.
Ho sempre immaginato il processo della conoscenza in Empedocle in modo abbastanza bizzarro: immaginate una bolla di sapone che si avvicina alle vostre  dita e che al momento del contatto poi ‘’scoppia’’ e si dissolve in nulla, o forse in gocce piccolissime di sapone, non l’ho mai saputo.
Ecco: quando ho studiato Empedocle quest’anno è stata questa l’idea che mi sono fatta del suo modo di intendere la conoscenza. Una bolla che vola fino a decollare su una nostra mano e poi, puff, scoppia. E non c’è più. Ma cosa ne rimane di tutta questa scena vista a rallentatore? Ovviamente la sensazione. Perché quando il simile tocca il simile le due parti si riconoscono e da questo  è generata la sensazione. Voi vi direte:  ma che esempio di merda, cazzo c’entra la bolla di sapone con la sensazione? Mi piace immaginare che come la sensazione si dissolvi nel nostro corpo anche la bolla di sapone si faccia in micro particelle
piccolissime e si dissolvi nell’aria. Analogia un pochino complessa, ma è oltretutto il mio modo di associare le due cose.
Anassagora, rispetto Empedocle, pensò bene di vedere le cose in modo un pochino diverso. Di fatti, per Anassagora noi sentiamo il freddo perché sappiamo che cos’è il caldo, riconosciamo l’amaro perché abbiamo provato il dolce. Insomma, conosciamo il simile con il dissimile. Anassagora pensava che fosse impossibile conoscere l’uno senza conoscere l’altro: non è infatti semplice dare una definizione di ‘’calore’’ se non si è sentita mai prima la sensazione di freddo. Anche perché, intuendolo io stessa, per Anassagora la sensazione sta proprio nella differenza tra calore e freddo, tra A e B.
A dipende da B e B dipende da A. A+B= sensazione. Ecco.
Empedocle ed Anassagora percorrono due sentieri perpendicolari tra loro: tutto procede bene fin quando l’uno non c’ha di faccia l’altro. Il simile conosce il simile o il simile conosce il dissimile? 
Com’è che è il detto popolare? Gli opposti si attraggono ma i simili si cercano?
Devo ammetterlo: al primo confronto tra i due questa è stata  la prima cosa che ho pensato. Saranno anche filosofi che si interessavano di cosmologia e che quindi le sensazioni di cui si parla riguardano solo ed esclusivamente il rapporto uomo/natura, ma non è stato mica facile allontanare questi assurdi pensieri.
Si può dire che abbia dato ragione al primo fin quando non ho studiato l’altro.
E vi è mai capitato di incontrare una persona e sentire come se qualcosa di voi si legasse istintivamente a qualcosa che anche l’altra persona possiede? L’ho sempre immaginato come una matassa di fili magici che riconoscendo la stessa matassa degli stessi fili magici inizia a vibrare e a mano a mano, a poco a poco, inizia a districarsi e a diventare un filo lungo su se stesso. Mi piace pensare che questo filo, poi, si leghi in un nodo ben saldo con il filo dell’altra persona. Un po’ come la leggenda giapponese del filo rosso, per certi versi. Il filo rosso cerca il filo rosso. Gli interessi, volendo farci un esempio, si cercano e si trovano nelle persone che ci stanno attorno ed è il confronto stesso che è il prodotto imballato di tutto questo processo. Quando ho studiato Empedocle pensare tutte ‘ste minchiate mi ha fatto credere che Empedocle era uno veramente forte. Empedocle sì che ne capiva! Mi meravigliavo di come potesse un uomo del V secolo capire tutto ciò. E mi meravigliavo di come il succo dei suoi argomenti fosse lo stesso succo degli argomenti di cui adesso si discute. Pensavo che Empedocle avesse detto ciò che io, in prima persona, non avevo ancora trovato il modo di dire.
Due pagine dopo, però, mi aspettava un altro complesso mentale. Il simile conosce il dissimile? Forse sì, forse no, forse Anassagora si doveva fare i cazzi suoi (e pure io, volendo).
Se con Empedocle le vignette mentali raffiguravano i fili che una volta districati si legano tra loro in un nodo impossibile da sciogliere, con Anassagora la cosa è un pochino diversa.
Immaginate di voler mettere in un ago della lana, che è molto più spessa del cotone e che l’ago d’improvviso dicesse:"Ma perché vuoi entrare se sai che non ci entri?". Forse sarà pure vero che il simile conosce il dissimile, ma sto iniziando a pensare che il simile non possa stare col dissimile. Perché se per caso una matassa di cotone e una matassa di lana si districassero e si allungassero su se stesse per unirsi, la lana tirerebbe forte il nodo. E che succederebbe, allora? Semplice: o si scioglie il nodo o si spezza il cotone.

domenica 14 febbraio 2016

Beh, uhm ... Buon San Valentino?

Slegherei tutti quei nodi
e farei finta che quei cioccolatini fossero per me
ignorando il fatto di averli regalati solo per te 
e li mangerei come a volerne pulire l'esistenza 
come a fare finta che io non li abbia mai comprati
né conservati nell'armadio per farti sorridere anche oggi.
Avrei dovuto sapere, prima di annodare la scatola
che quegli stessi nodi 
avrebbero annodato la mia gola
oggi e pure domani.
E pure dopodomani.

martedì 19 gennaio 2016

Demoniaco



I due pezzi di me si guardano e si sfidano con gli occhi
giocano al tiro della fune 
e il mio demone barcolla
e spesso cade
e spesso si fa male.
Tirano perché forse solo questo sanno fare
o forse è il coro che grida loro di tirare più forte
o forse non so spiegarlo più.
Fanno forza sulla fune
e spesso penso che il dolore sia così forte che mi si è rotto un osso
e vengo sballottata prima nella parte di chi si fa male come nulla fosse
poi nella parte di chi si fa male come se fosse la sua ultima volta
l'ultima volta prima di deteriorare seriamente.

giovedì 24 dicembre 2015

La malattia

Non credo sia tranquillità.
Quindi, chiariamolo: il mare è abbastanza calmo, sta al posto suo. E' la marea che ha lasciato il segno. Allegoricamente, se volessi tuffarmi da uno scoglio o se volessi semplicemente sedermi a riva, non so se ci toccherei.
E' come se, dopo la bufera, io non conoscessi più me stessa. Posso immergermi quanto voglio, ma non riconosco più il mio fondo marino. Non so dove ci sono i sassi, dove la sabbia, dove devo stare attenta agli squali.
Quindi che faccio? Non mi muovo. Non sto neanche a riva.
Sto sui gradini del pendio che porta alla spiaggia e non ho alcuna intenzione di spostarmi.
Mi passano accanto tante opportunità, tante occasioni per potermi muovere ed io ho scelto di restare ferma. Zitta, dando l'impressione di non esistere, di non essere combattuta dal buttarmi in mare ed affogarmici e dal buttarmi dal pendio per il sol gusto di sentire qualcosa.
Parecchie persone fanno finta di non vedermi, qualcuno si ferma e mi chiede perché non mi muovo, altri mi chiedono solo di spostarmi e di togliermi dalle palle.
Sto qua con gli auricolari nelle orecchie, a giocare a candy crush, con la sigaretta accesa. Sto qua così come sto a scuola, per strada, a casa.
Porto con me i miei dubbi ovunque vada. E sono così ostinata nel voler trovare la soluzione da sola che non chiedo nemmeno le vite su candy crush ai miei amici. Capite?
Non che mi interessi più di tanto, ad essere sincera. La decisione è presa.
Questa volta decido io come fare, come uscirne. Senza l'aiuto di nessuno. Testarda? Ostinata? Troppo introversa? Sì, ma problemi miei.
Sta a me decidere se spogliarmi e fare il bagno anche se fa freddo o se stare ferma, incappucciata così tanto da non sembrare me.
Questa volta nessuna battuta, nessuno scherzo, nessuna risata.
Questa volta non contate sulla mia simpatia. Questa volta non chiedetemi che succede, perché non succede proprio niente. E non chiedetemi nemmeno cosa potete fare per me, perché l'unica cosa che gradirei facciate è sparire e lasciarmi sola. E non chiedetemi di nuovo se davvero non mi serve niente, perché non mi serve davvero un cazzo.
Risparmiatevi i consigli, le dimostrazioni di affetto, risparmiatevi qualsiasi cosa. Non voglio farci caso.
Ho deciso e davanti a me c'è solo questo, niente altro.

domenica 20 dicembre 2015

Risparmiami gli psicodrammi

''Risparmiami gli psicodrammi su quanto sei evoluto come uomo, capito "Darwin"? Se niente è eterno come dici tu, quando ne parli, i mai e i sempre non dovresti proprio usarli. In ogni caso, tu vai avanti ed io sono fiero di me e certe cose tu prova solo a ripeterle. Le tue promesse camuffate da minacce se sei un amico vero, ora vieni a dirmele in faccia''.

Non mi hai mai lasciato la mano.
E giuro che, pur se sudata, la mia mano era calda
e non ho mai avuto paura del calore che mi hai dato.
La tua stretta era salda
mi tenevi per non perdere te stessa
ed io ti tenevo perché non volevo ti perdessi
e adesso che piano piano il sudore per così tanto calore ti fa scivolare lontano da me
sono io che muoio di freddo
e sento di star perdendo ogni parte di me.
C'è la mano di chi ti ama a non lasciarti mai
e nonostante tu mi voglia bene
devi ammetterlo
il bisogno della mia stretta, che dicevi fosse così importante, non ce l'hai.
E quindi non voltarti indietro.
Non voltarti se mi vedi accovacciata su me stessa con le mani infreddolite per la bufera
e non guardarmi
e non camminare indietro, verso di me
solo perché ti senti in debito per tutte le volte che ti ho messo il cappotto e ti ho accarezzato il viso
con le mani che sanno del mio calore.

Porta con te stessa tutte le volte che per lasciarmi la mano
hai preferito dire una bugia
e portati sulle spalle tutte le volte in cui ti si leggeva negli occhi
l'assenza di necessità nelle tue parole.
Che tu possa camminare, mano nella mano con chi ti ama
su due trampoli di impotenza e insofferenza.
Che tu possa ricordarti di quanto male fai
e di quanto male facciano tutte le cose che mi fai
e che non pensavo fossi capace di fare.



martedì 15 dicembre 2015

Martoriarsi

Fuggivo via da te.
Correvo impaurita
imboccando strade che non sapevo avrei mai percorso
conoscendo gente che non pensavo avrei mai incontrato.
Ho sempre corso
anche quando mancava il fiato
anche coi lacci sciolti
anche coi polpacci che piangevano per lo sforzo
ma non mi sono fermata mai.
Rallentavo solo quando mi accorgevo che non c'era nessuno
a rincorrermi e a pressarmi con le mie stesse paure.
Sono stata ferma sul ciglio di una strada vuota
dove riecheggiavano solo i miei lamenti
e subito
quasi per magia
hai saputo trovarmi
mi sei passato davanti quasi non riconoscendomi
e mi hai chiesto ma perché corri 
perché scappi via da te stessa
ma non vedi che la strada è sempre la stessa?

domenica 6 dicembre 2015

Genuina insicurezza

Sei consapevole del potere che hai su di me.
E non fai che esercitare il tuo dominio sulla mia mente
che è stanca
affaticata
quasi sul punto di non prendersi in considerazione.
Giochi coi miei pensieri
e li provochi come nessuno ha fatto mai.
E poi mi guardi
e non sorridi
né sei arrabbiato o stanco di guardarmi.
E balli coi miei dubbi e le mie prospettive
anche se non sai ballare, anche se
diciamocelo
è l'ultima cosa nella quale sei capace.
Mi spogli delle mie sicurezze
e sfidi la mia ingenuità sapendo di vincere.

lunedì 30 novembre 2015

Incoscienza




E' come risplendere sotto il sole 
dimenticandosi della luce propria.
E' come camminare sotto la pioggia
sotto un ombrello 
dimenticandosi che ciò che non ci bagna le spalle 
ci bagna le scarpe.
E' camminare lasciandosi dietro ogni parte di sé
come quando la busta della spesa è strappata 
e si ha l'impressione che il peso diminuisca passo dopo passo.
E' come confondere lo shampoo col balsamo per i capelli
è come dimenticarsi il bucato steso sul balcone 
è come aprire la porta di casa senza chiedere chi è che bussa
è come girare in negozio a negozio pur non avendo niente da spendere.

martedì 24 novembre 2015

Allergica alla vita tra la gente

C'è una sola cosa che odio più di tutte le altre: la patina fin troppo solida che si fa sulla cioccolata calda se la si lascia per due secondi ferma nella tazza per la colazione.
E se mi fosse concesso di rivelare solamente due cose che odio con tutta me stessa spiegherei il mio insormontabile astio per quella patina del cazzo e per chi getta le carte delle pizzette che mangia a terra, fin troppo lontano dal bidone per fingere distrazione.
Odio gli uomini completamente schifosi, che pur se padri e nonni, non fanno altro che fischiarti dall'altro lato del marciapiede come si fa con le prostitute di Via Nuova.
Odio i professori ignoranti, quelli che c'hanno due lauree e non sanno mettere in fila due parole, quelli che pur non conoscendo l'italiano insegnano latino e greco e pretendono di valutare i propri alunni con l'agio del quattro e del cinque.
Odio chi si fa le canne in bagno e non ti fa nemmeno fare un tiro.
Odio i cornetti del bar vicino scuola che sono sempre troppo vuoti, le marlboro che costano sempre più e quelli che quando camminano per strada non occupano uno spazio ben preciso ma si muovono a cazzo di cane.
A proposito, odio quelli che portano a cagare i loro cani nei parchi pubblici e non hanno nemmeno la decenza di pulire il posto che sporcano. Odio il camion della raccolta differenziata che passa sempre troppo tardi, quel fottuto gatto della vicina che non smette nemmeno un minuto di rovistare nelle buste della spazzatura. Quelli che parcheggiano sulle strisce pedonali, quelli che per strada si fermano e pretendono che tu stia lì ad aspettarli mentre occupano tutto lo spazio.
Ma andate a 'fanculo.

Niente più da ricordare

Ho ancora la tua felpa nel cassetto.
Quella nera.
Quella nera con la chiusura lampo e le maniche grige, quella che praticamente ti trascinavi sulla spiaggia ad aprile perché ''faceva caldo''. Quella che poi presi, piegai e misi nella borsa. Quella che mi dicesti di portare con me, così da pensare che nonostante stessi lontano avrei avuto perennemente il tuo fiato sul collo, il tuo odore addosso.
Quella felpa non è mai stata spostata dal cassetto in cui sta.
Quella felpa non è mai stata né toccata né tanto meno più indossata da me.
E se cinque mesi fa adoravo metterla appena uscita dalla doccia, illudendomi di poter abbracciare una parte di te, adesso non riesco nemmeno a vederla nell'ultimo cassetto dell'armadio.
Sta lì, da sola, senza che nessuno la tocchi, senza che nessuna cosa sia in contatto con lei.
Non mi emoziona più vederla lì sola ma non riesco a ricoprirla di altri miei vestiti: perché il tuo odore non dovrà esser mai più sentito, perché i miei vestiti non dovranno mai più sapere di te, perché niente deve ricordarmi te.
Ciò che è mio, rimane mio. Ciò che è tuo deve essere cancellato, bruciato, gettato nel bidone delle cartacce nella mia stanza.
Quella felpa mi terrorizza e non riesco ad aprire quell'inutile cassetto perché ho paura del tuo odore invasivo, che temo si disperdi per tutta la stanza, per tutto il mio corpo, come fanno i dolci di mamma mentre cuociono nel forno durante i giorni festivi.

venerdì 20 novembre 2015

O' ssaje comme fà o' core

In un'intervista, a Massimo Troisi è stato chiesto quanto fossero importanti per lui l'amore, la passione e l'amicizia. Non ricordo precisamente com'è che rispose, ma ricordo con sicurezza una sua affermazione riguardo le passioni e l'amore. Spiegò che, a parer suo, l'amore ha un valore quasi inestimabile. L'amore non muore mai, perché lo stesso briciolo d'amore che si perde è possibile ritrovarlo in ogni singola passione, in ogni singola persona. Ripeté più volte che l'amore non può essere un qualcosa di distruttivo, che l'amore non è malattia. Perché la malattia ci fa morire e basta, con la malattia non c'è via d'uscita. Con l'amore è diverso: l'amore non ci fa morire e basta. L'amore torna, l'amore c'è sempre anche quando non lo vediamo e anche quando ''non siamo amati'' c'è sempre qualcuno o qualcosa che ci testimonia ancora la sua presenza. Ricordo bene l'esempio che fece riguardo ciò: l'amore, se fosse malattia, non lo vedremmo negli occhi della tabaccaia giù al bar. Non lo vedremmo da nessuna parte e se morisse in ognuno di noi ci sembrerebbe anonimo, quasi invisibile.
Troisi riteneva la passione importantissima nella vita di ogni singolo uomo e, a detta sua, rifiutare una passione è da veri stupidi poiché poi alla fine bisogna aspettare la prossima. Non si deve avere paura delle passioni perché sono appunto passioni. E se mai ti chiedessero: ''Perché non è durata?'' bisognerebbe semplicemente rispondere dicendo:''Era una passione, per questa non è durata''.
Ma cosa significa passione nel senso stretto della parola? E tramite quale accordo si decide se l'essenza di una relazione debba essere passione o amore? Sotto quale criterio? E se ciò che per me fosse passione per lui non sarebbe che amore? E se fosse il contrario? Troisi la fa facile. Non bisogna avere paura. No!
La verità è che non bisogna avere paura, bisogna addirittura esserne sgomentati. Bisogna fare tanta attenzione alle passioni e all'amore, poiché si tratta di un mondo puramente illusorio. Un mondo in cui realtà e fantasia si fanno guerra e a te non resta che ignorare ogni cosa, a partire dalle passioni per finire con l'amore.
Sarà una mia semplice complicanza ma vedere negli occhi del barista l'amore che non mi vibra dentro da un po' di tempo è a mio parere malattia. Una malattia demolitrice, che distrugge ogni parte di noi e più che col desiderio di amore ti lascia dentro il desiderio di non averlo mai conosciuto, l'amore.
Diciamo che quell'intervista mi sta tormentando la mente.

domenica 15 novembre 2015

Signorilità

''Get off my mind, give back my heart, and get the fuck away from me''.

E' un tormento.
Un continuo calvario.
Tutti i giorni la stessa croce.
E spesso mi chiedo ''ma perché?''.
E il perché non c'è.
E spesso mi dico che la colpa è mia.
Ma poi ti osservo e mi dico che sì, sei mostruosamente infame.
E quindi me ne convinco ogni secondo di più: la colpa è tua.
E tua la colpa, tua la punizione.
Mio il calvario, mia la vittoria.
Io mi limito all'osservazione, alla deduzione.
Mi limito ai cazzi miei.
E a te non resta che sopperire, che bruciare mentre ti guardo morire per le tue stesse puttanate.
Come Nerone con la sua Roma.
Sei una persecuzione.
Un supplizio.
Un'assillante bruciore all'altezza del petto che divampa in fuoco ad ogni metro che ci avvicina.
E non ti resta che scappare, mi dici.
Correre quanto più lontano da me e da quello che ti ho fatto diventare.
E se ti dicessi che in questo morboso gioco che è l'amore a scappare devi esser tu, questa volta?
Più ti guardo e più mi assale il desiderio di sbranarti.
Di ingoiare ogni parte del tuo essere.
Di dilaniarti l'anima e squartarti senza alcuna pietà.
Come Crono coi suoi figli.
Più ti guardo e più ti odio.
Serbo più rancori che gioie.
E mi hai uccisa come fa un cacciatore con un cervo.
E hai venduto la mia forza come si vende il fumo: di nascosto, non mostrandomi quello che era in realtà il tuo scopo.
Mi hai venduta come si vendono le puttane.
Mi hai schiacciata come si schiacciano gli scarafaggi nelle cantine.
E adesso che strisci sotto i miei piedi non ho la cattiveria di calpestarti.
Ma ho almeno tre grammi di vendetta che mi danno il potere di scostarti dalla mia strada col piede destro.
Come fanno i passanti sul corso Resistenza quando devono togliersi dai piedi le bottiglie di birra lasciate lì il giorno prima.


giovedì 12 novembre 2015

Maledetta fermata

E’ da un po’ di tempo che mi tengo occupata stalkerando un ragazzo che vedo ogni giorno alla fermata dell'autobus.
Credo che abbia attirato la mia attenzione perché ho la convincente impressione che i suoi comportamenti siano simili ai miei: è gentile, lo sento spesso dare il buongiorno a chiunque proprio come faccio io. Cammina con le mani nelle tasche della felpa e nella tasca del pantalone tiene sempre il cellulare al quale sono sempre collegati gli auricolari. E’ altissimo, troppo magro e porta sempre tute larghe necessariamente grige. Gli ho visto ai piedi le adidas superstar bianche e nere, come le ho io. Cammina con gli occhi fissi a terra e in un primo momento mi ha dato l'impressione di una persona triste. Qualche settimana fa ho visto la somiglianza più sconvolgente di tutte: quando cammina per il vicolo della fermata, abbastanza lontano dagli altri ragazzi che prendono il pullman per andare a scuola, sbuffa. Sbuffa, ha l'aria scocciata e imbronciata e spesso si stropiccia gli occhi e mi sembra tristissimo. Una tristezza che non ho mai visto negli occhi di nessuno. Superiamo il vicolo, si avvicina ai suoi amici e fa semplicemente ciò che faccio io coi miei amici: ostenta disinvoltura. Ecco cosa sottolinea la somiglianza tra di noi: entrambi facciamo finta che non ci sia niente di cui parlare e semplicemente ne parliamo con noi stessi. Credo che non si voglia molto bene e che, quasi sicuramente, cerchi il metodo giusto per non pensare a ciò che lo tormenta continuamente. C'era anche lui al corteo di martedì e l'ho visto rollare un bel razzo che aveva finito di fumare in nemmeno cinque minuti.
Mi ricorda tanto me.
Divoriamo ciò che ci fa male in modo da convincerci di potere tutto. Farmi le canne, così come per me e così come per lui, credo sia l'unica cosa che mi dà il potere di decidere per me: è un quarto d'ora, se ti va bene, di incoscienza e spensieratezza che ti libera da qualsiasi preoccupazione e da qualsiasi malessere psicologico. Rientri in te, diventi padrone dei tuoi cazzo di pensieri e sai giostrarli come cazzo vuoi.
Mi ricorda troppo me.
E’ come se vedessi me stessa in una versione maschile, molto più alta e molto più magra. E’ quasi assurdo.
Oggi però la sorte non si è accontentata di vederci a due metri distanti.
Oggi si può dire che ci siamo tecnicamente presentati, ecco.
Stamattina non ero in ritardo ma lui sì. Ero sul marciapiede destro e d'improvviso me lo trovo davanti. Salto dalla paura esclamando col fiato corto:“Madonna!”.
Mi sono casualmente “difesa” mettendogli una mano all'altezza degli occhi e lui mi ha abbassato la mano non simulando alcuna espressione. Gli ho poi chiesto scusa ma non sono riuscita a sentire nessuna replica, dato che tra l'altro avevo gli auricolari con la musica ad alto volume e non capivo un cazzo.
Quel contatto mi ha quasi imbarazzata, di fatti subito dopo il piccolo incidente ho continuato a camminare dritta e rigida più che mai.
Non mi sono voltata per vedere se magari anche lui si voltasse. Non ho più tolto gli auricolari per tutto il cammino perché non c'era più nulla che meritasse la mia attenzione.
Lui mi ha preso per il polso, ha probabilmente sentito l'odore del mio profumo e sa, adesso, di che colore sono i miei occhi (anche se, riflettendoci, chi mi dice che sia così interessante sapere queste cose così ridicole su una persona di cui non si conosce neppure il nome?).
Io, invece, so meno di niente.
Non so se avesse o meno gli auricolari, non so se magari aveva detto qualcosa, non so che pensa adesso, non so se le pippe mentali se le fa pure lui così come me le faccio io.
So solo che mi incuriosisce fin troppo e che pagherei in contanti per sapere anche solo come si chiama.
Può un incontro del genere condizionarti così tanto?!

sabato 7 novembre 2015

Svigorirsi



Sbiadisco 
nei tuoi ricordi
e nella tua quotidianità
mentre tu continui a scrivermi dentro
come un pennarello nero.
Nero marchiato di esasperazione 
nero di un'importanza che opprime il blu dei giorni miei
rendendomi stranamente insofferente.
Come se non esistessi
come se non fossi mai esistita.
Sbiadisco 
come il tatuaggio 
sulla pelle di un anziano latitante
che corre senza mai guardarsi indietro
senza mai ricordarsi dei delitti e dei castighi 
delle condanne e degli interrogatori in tribunale.
Sbiadisco 
oppure sono già sbiadita?
Ti ricordi almeno il colore degli occhi miei
o sono già diventata la polo scolorita nella lavatrice dei ricordi tuoi?
Magari mi butterai. 
Magari mi getterai via senza nemmeno pensarci
e che ne sarà mai di me?
Sbiadisco piano piano
mi dicono
ma io mi sento già priva di ogni colore.
Mi sento già grigia
priva di qualsiasi sfumatura lontanamente paragonabile alla splendida versione che dai di te.
La luce batte sopra il mio capo
e il rosso dei miei capelli sembra più rosso che mai 
e il verde degli occhi miei è più chiaro del solito 
e affogo nel mio riflesso
che maschera il grigiore dell'umore mio 
e affogo nelle mie stesse lacrime
che quasi non si vedono
che solcano ogni centimetro del mio viso
che sa così tanto di te.
Mi osservo. 
Scosto i capelli di lato 
e mi sembra di sentirle le tue labbra sul mio collo.
Quel rosso è ripugnante.
E quel verde riflette troppe cose. 
Dieci passi indietro.
Inumidisco la manica della felpa 
asciugandomi il viso
e poi capisco.
Sono seta.
Seta cenerina 
e se non saranno le tue dita ad accarezzarmi la mattina 
quando fuori fa freddo e mi sembra di esser tutt'uno col cielo
lo faranno le mie dita ruvide, stropicciate, infreddolite
che impareranno ad amarmi 
tanto quanto mi hanno amato le tue 
che impareranno a conoscermi 
ad accarezzarmi l'anima quando inizia a farsi più scura.
Fino a diventare nera. 

martedì 3 novembre 2015

Come quando giocavamo a ladri e poliziotti




Batte nel mio petto come pioggia su vetro.
Dilania l'anima mia 
spezzandola in due parti sconnesse 
che disabilitano ogni mio accenno di dimenticanza.
Riscaldo il mio malumore 
non riuscendo, comunque, a sbrinare 
il ghiaccio dei ricordi miei
che surgelano ogni mio movimento
come quando giocavamo
a ladri e poliziotti
e ci congelavamo ad ogni tocco ed ogni spinta.
Oggi abbasso la testa all'apatia
e mi arrendo ai ricordi.
Oggi abbasso la voce
per non alzarla troppo
e alzo le mani 
arresami alla tempesta.