Attivata la sveglia alle 7:00.
Spenta la flebile luce sul comodino.
Si rigirava nel letto, da un lato all'altro. Poi, mani lungo i fianchi, braccia sotto il cuscino, a pancia sotto, a pancia all'aria, ma non riusciva a prender sonno.
Il pensiero di doverlo uccidere gli rosicava il buonsenso.
- Lo avveleno? No, lo uccido con le mani mie. No, sarà il tempo a farlo morire. E se il tempo lo facesse morire troppo tardi? E se lo facessi morire io, io che fine farei? No, devo ucciderlo. Ma non posso ucciderlo. Ma io, voglio ucciderlo.
Pensava, con gli occhi aperti nel buio, con le coperte tirate fino al mento.
Mosse i piedi dall'agitazione, rabbrividì al contatto dei piedi nudi col pavimento freddo.
Camminò silenziosamente lungo il corridoio, guardandosi attorno. Lo sapeva che qualcuno gli avrebbe piantato un coltello in gola o sulla schiena. Ma non aveva paura, si sarebbe difeso non per istinto di autoconservazione, ma per difendere la volontà di uccidere per primo, di essere il più forte, di vendicare le cicatrici dei coltelli già piantati in passato.
- E se il giorno del Giudizio Universale non esistesse? Se fosse una mera verità, uno dei tanti dogmi a cui o si crede o non si è cristiani, io sarei uguale a lui? Andremmo entrambi in paradiso? Io sono uguale a lui. La stessa ostinazione distruttrice ma alla rovescia in me e alla rovescia in lui. Anche per questo siamo uguali. Dio, quanto vorrei strozzarlo. Perdonami sol al pensiero, ma quanto vorrei strozzarlo. Lo vorrei veder morire nelle mie mani, dimenarsi mentre gli manca l'aria, ucciderlo per asfissia. Sì, devi sentirti mancar l'aria, è l'unico modo per farti sentire sottopelle le volte in cui hai oppresso me, hai tolto l'aria a me, fino a farmi morire. Fino a farmi impazzire.
Vorticavano pensieri cupi nella sua mente e sentiva i muscoli delle gambe tirare, tanto da farlo zoppicare piano piano.
- E' questa la tua punizione, o Dio? E' questa la punizione che infliggi ai tuoi agnelli quando si allontanano dal gregge? E dimmi, quali sono state le sue punizioni da quand'è nato fino a che morirà, fino a che il sangue smetterà di circolare e si coagulerà nelle vene deboli e invecchiate dalla meschinità, la pazzia, la demenza, la violenza? Odi me, punisci me, castighi me. Ebbene, dammi la morte. Non c'è morte più salvifica di questa che mi toglierebbe l'animo, il pensiero, l'intelletto di uccidere, uccidermi, scagliare sassi contro il cielo.
Aprì la porta del bagno, girò la chiave, si sedette ai piedi della doccia aspettando una risposta.
Passarono i minuti, accese una sigaretta e si sciacquò il viso che aveva lo stesso colorito dei suoi pensieri.
- Tu, che tuo figlio lo hai generato e non creato dalla stessa sostanza del padre, hai gettato il mio seme nel ventre di mia madre che mi ha partorito dopo nove mesi che aspettavo di tornare a casa. Io non volevo nascere, e tu mi hai fatto nascere. Forse sono nato perché ho una missione da compiere. Forse mi hai fatto nascere perché sono io l'eroe delle vite che devo salvare. E se mai mi avessi dato la missione di ucciderlo, mi punirai per questo? E se tu mi perdonerai, qualcun altro mi punirà?
Puniranno me, ma non puniranno lui. E lui, dove sconterà la sua pena? Se mai la scontasse, si intende. Tu, che sei onnipotente e onnipresente, non sei all'oscuro dei suoi mali? Tu che puoi tutto, tu che tessi il destino della vita degli uomini che costringi a far vivere qui sopra, li senti i miei pensieri? Riesci a sentire anche i suoi? E dimmi, cos'è che pensa? La coscienza gli pesa e si dà alla pazzia quando il peso è troppo pesante da sostenere e si sente scoppiare? Oppure non sente niente, freddo come i suoi occhi, cupo come il suo sguardo, asettico, apatico, rinchiuso nella sua biforcuta ed inutile ed indesiderata vita?
Lo stato di natura ci vuole tutti prede e predatori, l'unica persona di cui io non sia preda è lui. Sono io il suo predatore. Chissà che faccia farà quando vedrà la mia faccia, artefice del suo destino. Chissà se piangerà - ma lui non piange mai -, chissà se si difenderà, chissà se la scorderà mai la mia faccia mentre lo uccido o se la vedrà ogni volta che ricorderà la sua morte. Sì, mi auguro di sì. Così sentirà ciò che si sente a rivedere le stesse cose davanti agli occhi per anni e anni, giorni e giorni, così sentirà ciò che si sente a risentire le stesse sensazioni ogni volta che si è soli con se stessi.
Scacciò via quei pensieri e con la testa calata nell'acqua fredda del lavandino ripulì la sua mente per qualche minuto. Il freddo penetrava nelle sue orecchie, su per il naso, agghiacciandogli le tempie. Beatitudine.
Si asciugò il viso, tornò nel suo letto, piegò le gambe in grembo e tentò di chiudere gli occhi.
- Sei misericordioso, dicono. E allora abbi misericordia di me quando sarò al tuo cospetto con un corpo inerme caricato sulle spalle e il sapore del suo sangue sotto il naso.
Hai fatto lo stesso con le Dieci Piaghe in Egitto: punire i cattivi.
''Odio gli indifferenti. Vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti.''
lunedì 26 febbraio 2018
domenica 4 febbraio 2018
Smezziamoci una sigaretta
(Original Sin)
Gli occhi socchiusi dal sonno e il mal di testa
il vino di ieri sera gocciola ancora da neurone a neurone
e ho la testa invasa da gente come in festa;
acquietandomi su divani e poltrone
non riesco a ricordare il momento in cui abbiamo detto no.
Non superiamo il limite, fermiamoci adesso
partiamo per Nettuno
da galassia in galassia; io e te una cosa sola, come quando facciamo sesso.
Lasciamo qui ciò che abbiamo e partiamo con ciò di cui abbiamo bisogno
amami, stringimi, salvami, seguimi, non svegliarmi da questo sogno.
venerdì 2 febbraio 2018
Letargo
Spesso mi sono chiesta:''Io chi sono?''. Oggi mi chiedo:''Io, come mi comporto?''.
Mi sento fragile. E la mia fragilità è legata in un connubio colossale; mi sento fragile e sono adirata, spinosa, lacerante.
All'alba dei miei diciannove anni, lo dico penna su foglio: è questa la prima delle due cose che odio in modo incalcolabile di me.
In me esiste un meccanismo di difesa che mi atterra al cospetto degli altri. Odio essere in un modo e sentirmi in un altro. Tra l'essere e il fare c'è di mezzo un modus operandi che sta rosicando me, tutte le parti di me, quelle che fingo di non sentire, quelle che acquieto ogni giorno fino a crollare.
Sì, gli esseri umani spesso crollano. E a volte, crollo anche io. Ma ogni volta che crollo mi sembra di aver già perso dal principio. Più crollo e più ciò che mostro agli altri mi allontana dalle parole, dalle soluzioni, dalle frasi di circostanza che non farebbero stare meglio me, ma farebbero stare meglio gli altri attorno a me, che ancora si preoccupano di me.
Mi assale la paura. La paura di non essere chi penso di essere nei miei castelli in aria, di non essere per gli altri ciò che sono per me, di perdere ciò che ho costruito attorno a me.
E mentre le mie labbra si socchiudono sembro adirata, incazzata, stronza, ma non è ciò che sento dentro di me. Dentro me tutto cade, non ho certezze, non ho auguri da pormi, non ho una strategia per fare ordine in me.
E' questa la cosa che più odio di me: mostrare gli aculei anche se ho freddo. E' questa l'unica cosa che so fare.
Mi sento fragile. E la mia fragilità è legata in un connubio colossale; mi sento fragile e sono adirata, spinosa, lacerante.
All'alba dei miei diciannove anni, lo dico penna su foglio: è questa la prima delle due cose che odio in modo incalcolabile di me.
In me esiste un meccanismo di difesa che mi atterra al cospetto degli altri. Odio essere in un modo e sentirmi in un altro. Tra l'essere e il fare c'è di mezzo un modus operandi che sta rosicando me, tutte le parti di me, quelle che fingo di non sentire, quelle che acquieto ogni giorno fino a crollare.
Sì, gli esseri umani spesso crollano. E a volte, crollo anche io. Ma ogni volta che crollo mi sembra di aver già perso dal principio. Più crollo e più ciò che mostro agli altri mi allontana dalle parole, dalle soluzioni, dalle frasi di circostanza che non farebbero stare meglio me, ma farebbero stare meglio gli altri attorno a me, che ancora si preoccupano di me.
Mi assale la paura. La paura di non essere chi penso di essere nei miei castelli in aria, di non essere per gli altri ciò che sono per me, di perdere ciò che ho costruito attorno a me.
E mentre le mie labbra si socchiudono sembro adirata, incazzata, stronza, ma non è ciò che sento dentro di me. Dentro me tutto cade, non ho certezze, non ho auguri da pormi, non ho una strategia per fare ordine in me.
E' questa la cosa che più odio di me: mostrare gli aculei anche se ho freddo. E' questa l'unica cosa che so fare.
In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace nel mondo, chiedevo la mia.
(Cesare Pavese)
domenica 7 gennaio 2018
Il gallo canta tre volte
Io non ti odio, ma neppure ti voglio bene. O meglio, ti voglio bene per quanto è possibile volere bene ad una persona che ha “cercato” di crescerti fino adesso.
Sì, dico “cercato” perché non ci sei mai riuscito. Se per crescere intendiamo il nutrire, o il vivere un legame, se intendiamo il condividere delle emozioni, o dell'accorgersi delle crepe o se intendiamo lo stesso veder crescere - nel senso stretto - la vita di una persona, tu non mi hai mai cresciuto. Hai visto le candeline spegnersi ma non hai fatto niente. E anche quando ho fatto io, da me, per un legame che adesso credo mai esistito, tu non hai risposto: l'unica risposta che hai dato è l'assenza di risposta.
Dire non ti odio è una parola grossa. A caratteri cubitali scrivo ti odio su fogli, polsi, lo impreco al cielo, lo impreco al mondo, che ti odio. Come ho odiato solo me.
venerdì 29 dicembre 2017
Rilassarsi
Qualche tempo fa, pensavo

Buongiorno.
Il cielo sembrerebbe essere nero, eppure sprazzi di luce ogni tanto vengono fuori. Alle sette di stamattina - appena messo piede nelle pantofole - il cielo era totalmente annerito, quasi che sembrava notte e il mio stomaco si è contorto dalla stanchezza.
Ogni tanto penso, stanca ma tranquilla. Stanca ma non scocciata: oppure, scocciata ma non nervosa. Ma nemmeno ... nervosa ma che poi si rilassa.
Sono passati un paio di mesi ma ancora non ne ho parlato come dovrei.
La cosa che più mi ha sorpreso di Lui è stata la sua ''risposta'': io ho aperto il mio libro e Lui mi sta leggendo a poco a poco, memorizzando le mie parole, i miei atteggiamenti, i miei modi di fare, quello che odio sentirmi dire, quello che mi fa arrabbiare, quello che voglio dimostrare nei miei piccoli gesti, che ultimo secondo i miei tempi.
Lui, è stata una scoperta. E se fino adesso dicevo di aver conosciuto l'amore, allora, forse, non era l'amore di cui avevo bisogno. Non era l'amore, punto.
Era forse una necessità, quella di credere di avere conosciuto l'amore. Per consentire alla parte più buia di me di credere che io non sia fatta per amare, per provare ciò che adesso provo spontaneamente senza costrizioni, regole, forzature, bugie, messe in evidenza, correttori sui difetti.
Lui, è stata una scoperta. E con lui, sto scoprendo lati di me che prima credevo non esistessero, o che fossero da bruciare, o che fossero diversamente funzionanti. Sembrerebbe banale, oppure infantile, ma si tratta di un perfetto marchingegno secondo cui Io e Lui, cresciamo, insieme, biunivocamente.
E' venuta fuori una persona che non conoscevo poi chissà quanto, la vera Me.
lunedì 18 dicembre 2017
Quando per me i diamanti sono una leggenda
http://suldivanoconjaneausten.blogspot.it/2017/12/emily-dickinson-poesie-3.html?m=1
Mi espongo in vetrina.
O forse, il mio modo di essere sfila al mio cospetto, e mi guarda, come a convincermi di essere bella, di sapersi tenere in piedi, di riuscire a camminare coi miei occhi addosso. Mi derido, davanti i miei occhi giudici. Vergogna.
E una volta nuda, la mia penna volge lo sguardo altrove, nulla sembra osservarmi, eccetto me.
Il foglio finge di non sapere, i miei sospiri di sollievo s'incontrano coi miei sospiri di condannazione.
Mi compro da regina. Insaziabile di perfezione, mi costringo a non curvare la schiena, stai dritta, mi mi dico, non accorgendomi del peso del diadema che si accascia sulle mie spalle.
Mi compro da farfalla. Insaziabile della libertà di essere nuda nel mio squallore, nella mia miseria, nei miei recinti di ferro filato. Mi assale la parola di me, regina di me, mia padrona, mia schiava, mia dannazione. Mi assale il sorriso di me, farfalla del mio esistere, mia scongiura, mia salvezza, mio paradiso. Che abbia demorso o no, che abbia pianto o no, anche oggi il mio estro mi ha comprato.
Mi espongo in vetrina.
O forse, il mio modo di essere sfila al mio cospetto, e mi guarda, come a convincermi di essere bella, di sapersi tenere in piedi, di riuscire a camminare coi miei occhi addosso. Mi derido, davanti i miei occhi giudici. Vergogna.
E una volta nuda, la mia penna volge lo sguardo altrove, nulla sembra osservarmi, eccetto me.
Il foglio finge di non sapere, i miei sospiri di sollievo s'incontrano coi miei sospiri di condannazione.
Mi compro da regina. Insaziabile di perfezione, mi costringo a non curvare la schiena, stai dritta, mi mi dico, non accorgendomi del peso del diadema che si accascia sulle mie spalle.
Mi compro da farfalla. Insaziabile della libertà di essere nuda nel mio squallore, nella mia miseria, nei miei recinti di ferro filato. Mi assale la parola di me, regina di me, mia padrona, mia schiava, mia dannazione. Mi assale il sorriso di me, farfalla del mio esistere, mia scongiura, mia salvezza, mio paradiso. Che abbia demorso o no, che abbia pianto o no, anche oggi il mio estro mi ha comprato.
mercoledì 13 dicembre 2017
Parole da dedicarmi
Oggi, di parole non ci sono. Quelle che rimangono impresse nella mia gola,
sono solo parole masticate di perdizione.
Prenderò in prestito le parole degli altri.
Non sarà un foglio pieno di frasi che racconterà di me, come di te, in fondo di molto poi non cambia.
Lo stesso cielo, stesso mondo con la stessa rabbia.
Eh già, vorremmo che potessero tutti sentire le nostre voci e quello che ognuno vorrebbe dire.
Dobbiamo dare qualcosa in mezzo agli altri, dobbiamo stare uniti, ma distanti.
Anche se spaventati dai giorni che son più brutti preghiamo per i nostri sogni tutte le notti. Tutte le notti nei nostri sogni c'è un po' di realtà, abbiamo negli occhi la luce della libertà.
Al di là delle montagne, dei fiumi, dei mari, restiamo ciò che siamo, semplicemente esseri umani.
Semplicemente qualcosa di stupendo, qualcosa di orrendo, qualcosa che a volte non comprendo.
Forse è inutile dire ciò che si prova, è inutile cercare una parola nuova per descrivere il momento in cui so vivere meglio. Inutile aspettare che ci arrivi un segno utile.
L'impegno cos'è se non cercare di essere degno? Per questa vita è normale voler dare il meglio.
Desideriamo ciò che è inutile dicendo "voglio", non sorridiamo se non l'abbiamo dicendo "muoio".
Leggo un foglio con delle frasi che non ricordo se scritte da me o scritte da te, che importa in fondo.
Sotto lo stesso cielo, stessa rabbia, stesso mondo, lo stesso modo di dimenticare in un secondo. O di guardare sempre indietro ogni singolo giorno finché non è il nostro turno non saremo di ritorno dal viaggio che ci tiene in pugno e che ci rende simili. Tutti con la stessa paura di essere inutili.
Se hai parole da dedicarmi sono qui ora ad ascoltarle, prima di allontanarmi.
Le mie parole avranno il tuo sapore, ogni giorno di più ed ogni giorno avrò più calore.
Per ogni singolo uomo esiste un sole che nasce con te e ti sorride quando muore.
Dobbiamo solo dare il nostro amore a chi lo vuole, stare in pace anche se non si è dove ci piace, capire se è il momento di parlarsi sotto voce.
Fuori c'è luce, poi buio, poi ancora luce. Tutto quanto accade in modo rapido e veloce, tutto quanto accade in modo così naturale. A volte ci fa star bene, a volte ci fa star male e vale la pena di evadere, senza avere regole come le favole, senza la paura di sentirsi inutile.
lunedì 20 novembre 2017
Gli obesi hanno sempre fame, i tristi hanno sempre di che rimurginare
Non ce la faccio più.
Voglio il cielo blu.
O forse vorrei che tutto si spegnesse
Ma non luce per volta, un black-out che mi lasci sola, nella mia oscurità.
Che questo sia vivere o morire,
Che questo sia un dire o un fare
Chiudo tutti i sogni nel cassetto
e butto via la chiave.
Comunque vada, farò la fine di chi
Stordito dalla fame
Si butta nella mischia non sapendo a che pensare.
Voglio il cielo blu.
O forse vorrei che tutto si spegnesse
Ma non luce per volta, un black-out che mi lasci sola, nella mia oscurità.
Che questo sia vivere o morire,
Che questo sia un dire o un fare
Chiudo tutti i sogni nel cassetto
e butto via la chiave.
Comunque vada, farò la fine di chi
Stordito dalla fame
Si butta nella mischia non sapendo a che pensare.
domenica 29 ottobre 2017
Riflessione da uno sguardo perso nella malinconia
Mio padre non è mai stato un fanatico della spiritualità. Ha la sua fede, i suoi angeli, i suoi santi cui pregare; ma nè lui, nè io, nè la mia famiglia siamo mai stati la classica famiglia cristiana tutte le domeniche a messa.
Ugo Foscolo ne "Dei Sepolcri" sostiene che le tombe sono il mezzo di connessione coi morti per coloro che hanno voluto bene. La tomba è solo memoria, è solo un momento di comunione con chi non c'è più. E mio padre sin dalle prime settimane dalla morte di mia nonna, almeno un giorno alla settimana lo dedicava alla madre. Anche quando lavorava fuori, il suo primo pensiero era quello di andare a trovare mia nonna.
Che luogo strano il cimitero. Non dico macabro. Dico, strano.
Una sensazione che è la stessa di soli altri due momenti della tua vita: quando il pensiero della morte è vicino più che mai, quando la morte è arrivata e tu l'hai vista passare.
Mai come in questo periodo, ci penso spesso.
Chi muore, dov'e che va? Della tua vita, della tua carne, dei tuoi affetti, della tua memoria, cosa resta?
Oggi sono stata ad un funerale.
Dopo la morte, la nostra anima continua a vivere la sua interiorità?
Ricorderà il suo primo parto, il pianto del suo primo bambino, il giorno del suo matrimonio, il natale con i figli, la sua giovinezza coi fratelli, le cose che ha vissuto, le cose che ha affrontato, il matrimonio dei suoi figli, il primo giorno della sua destinazione?
Questo è un discorso usuale, eppure, c'è un pensiero più profondo che sto pensando ma che non so esprimere.
giovedì 26 ottobre 2017
A puttane, io
Che io non sia mai stata niente per me stessa si è sempre saputo.
Adesso, ho la consapevolezza di essere il niente sulla faccia della terra.
Adesso, ho la consapevolezza di essere il niente sulla faccia della terra.
domenica 22 ottobre 2017
Bellissimo
(questo post non è niente di speciale, semplicemente, dovevo fare ordine nella mia testa; ma il piano è fallito perché è tutto un casino)
Come quando in un'equazione biquadratica, usiamo il parametro t per poter risolvere (sì, qualcosa l'ho imparato in questi cinque anni del cazzo).
Niente è mai stato il mio forte se non l'uso della parola. Neanche il linguaggio del corpo.
E certe volte, mi chiedo se ciò che scrivo o se ciò che sento viene recepito da me come viene recepito dagli altri. La risposta è no. Ognuno di noi ha una sorta di quadernino interiore in cui è appuntata ogni singola parola ed ogni singola relativa impressione, ciò che è per te, non è mai per tutti. E allora, chi mi capisce è come me? Condivide con me gli stessi binomi lettere-emozioni? O è solo empatia?
In questi giorni c'è una canzone che mi rilassa i nervi e mi attorciglia i pensieri: Bellissimo.
I primi dodici secondi di questa canzone, scanditi da dita che suonano un pianoforte, fanno da metronomo alle prime ore che mi sveglio e alle ultime ore prima di acquietarmi nelle coperte.
E la prima strofa, fa da propaganda a quest'anno di merda che non passa più, o che è passato o che ricomincia o che deve finire quando mi consegneranno il diploma e me ne andrò a fare in culo da qualche altra parte.
''Beh, è andato tutto storto e sono vivo.
Quest’anno scorso in fondo è stato solo positivo
anche se a volte nello specchio non mi riconosco.
La vita è il morso di un molosso come un cane corso.
Ed al mio amico che mi consiglia l’aggregazione
Ho detto “mi frega zero della tua spiegazione”.
Quando si annega, è vero che dall’imbarcazione
c’è chi si aggrappa a un remo e spiega le vele altrove.''
Non è possibile ripercorrere gli eventi catastrofici dell'anno 2016/2017 in qualche riga di una canzone come tante. Che strano l'aggettivo ''catastrofico''. Mi dà l'impressione di un aggettivo che vuole prendere per il culo, o che vuole essere un modo come un altro per sfottere qualcuno di qualcosa, per presentargli davanti, ironicamente, come e perché non c'è nessuna catastrofe, si è solo melodrammatici.
Quanto odio quando mi si viene detto:''Ma quanto sei melodrammatica!''. Ma se fosse un melodramma o se non fosse una catastrofe vera e propria per me, perché te ne starei parlando?
A un certo punto della mia vita, ho solo modo di pensare che nessuno può capirti veramente eccetto te stesso. Anche se, ammettiamolo, ci sono gli stronzi che ti rinfacciano il fatto che tu ti preoccupi di un qualcosa che alla fine non è niente e gli stronzi che, quasi inteneriti, vogliono tranquillizzarti benevolmente. Di queste due categorie, preferisco la seconda, ma dato che odio sentirmi dire:''Ma no, stai tranquilla, sono cose stupide, una cosa come un'altra'', preferisco una terza opzione. E cioè, tenermi tutto per me.
Quanto odio quando mi si viene detto:''Ma quanto sei melodrammatica!''. Ma se fosse un melodramma o se non fosse una catastrofe vera e propria per me, perché te ne starei parlando?
A un certo punto della mia vita, ho solo modo di pensare che nessuno può capirti veramente eccetto te stesso. Anche se, ammettiamolo, ci sono gli stronzi che ti rinfacciano il fatto che tu ti preoccupi di un qualcosa che alla fine non è niente e gli stronzi che, quasi inteneriti, vogliono tranquillizzarti benevolmente. Di queste due categorie, preferisco la seconda, ma dato che odio sentirmi dire:''Ma no, stai tranquilla, sono cose stupide, una cosa come un'altra'', preferisco una terza opzione. E cioè, tenermi tutto per me.
Il ritornello di questa canzone è zucchero nel caffè, è il momento di rilassamento all'estrema potenza. Come se quietasse, senza infilare dita nelle piaghe.
''Ho accettato che è bellissimo
rilassarsi nel pericolo,
dentro agli attacchi di panico.
La vita chiede rischi maggiori.
Oggi casa mia è un cunicolo,
arredato dopo un incubo.
Denti neri e sguardo livido,
la vita chiede azzardi migliori.''
In questi giorni, poi, mi è successa una cosa strana. Ho quasi voluto sfidare il destino, se mai esistesse. Mi son detta:''Chiama lo studio della psicologa al consultorio, se ti risponde allora è destino, se non ti risponde, allora è destino''. Beh, alla fine? Ho chiamato.
''Buonasera, consultorio della diocesi bla bla bla bla bla bla, per consultorio familiare clicca 1, per biblioteca clicca 2, per consulto medica clicca 3 ...'' inutile dire che non l'ho fatta manco fatta finire la registrazione, ho attaccato. E la prima cosa che ho pensato è stata.
M'hann fatt o' pacc! Che traslitterato dal napoletano, mi hanno fatto il pacco. E cioè, mi hanno chiusa in una situazione che non prospettavo.
E' destino o non è destino? Poco importa.
In questi giorni, poi, ho riflettuto sui miei pensieri blasfemi. Come l'uomo o credere al destino, o credere a Dio, o credere al malocchio, o credere alla magia? Perché l'uomo ha un così alto bisogno di confidare in qualcosa o qualcuno? Perché l'uomo si sente così piccolo e debole da dover pensare che ci sia qualcosa al di sopra di noi capace di giostrare ciò che non possiamo giostrare noi? Noi non ne siamo capaci? Forse no, forse è intrinseco dell'uomo. Forse è intrinseco della natura umana. Forse siamo attratti da una spiritualità necessaria, naturale.
Gli atei si sentono superiori dei cattolici che credono alla vergine maria, la trinità, l'eden, la mela e il serpente. Ma l'ateismo esiste? L'uomo è capace di vivere disincarnato dalla spiritualità spontanea di ognuno di noi? L'uomo può credere solo in se stesso e nella sua razionalità? Perché i cattolici sentono di aver capito qualcosa di universalmente stabile e spiritualmente vero per l'umanità intera? Perché i religiosi sono convinti di aver conosciuto grazie al loro dio la destinazione dell'umanità intera dopo la morte della nostra carne?
Lascio il mio cervello vagare ancora un po' in questi interrogativi inutili e che potrei risparmiami per studiare un po'.
venerdì 20 ottobre 2017
Fra i serpenti a sonagli
Certi giorni, ti senti indifeso.
Indifeso, senza armi, armature, né parole per difendere te stesso, o magari il tuo orgoglio, o magari i tuoi sentimenti.
Indifeso, senza armi, armature, né parole per difendere te stesso, o magari il tuo orgoglio, o magari i tuoi sentimenti.
Odio definirlo incassare. Io non incasso, io mi lascio sbranare.
Con la pelle già scuoiata, mi faccio uccidere. Ma le persone non ti uccidono mai per bene, ti accoltellano, ti strappano un rene, ti amputano le gambe ma non ti fanno morire.
E alla fine, tu, sanguinante, senza rene e senza gambe, finisci di uccidere il tuo corpo, i tuoi pensieri, tutto quello che rimane della tua carcassa.
E alla fine, tu, sanguinante, senza rene e senza gambe, finisci di uccidere il tuo corpo, i tuoi pensieri, tutto quello che rimane della tua carcassa.
E alla fine della tua giornata, dici, hanno fatto bene ad uccidermi.
Certi giorni, sei su un orlo: a metà tra l'indifeso, a metà tra il già morto.
Giro di Notte
Lontano dai guai.
Vorrei stare, lontana dai guai.
Poi mi guardo piangere e mi viene da strillare, perché capisco che c'è una forza centripeta più forte di me che mi spinge nel caos.
Voi direte, bella scusa.
Ma io non ho scusanti.
Vorrei stare, lontana dai guai.
Poi mi guardo piangere e mi viene da strillare, perché capisco che c'è una forza centripeta più forte di me che mi spinge nel caos.
Voi direte, bella scusa.
Ma io non ho scusanti.
sabato 14 ottobre 2017
Vivo mai, morto mai
Non ricordo in quale bella poesia
Petrarca ammirava la notte, il buio, i grilli
io stasera i grilli li fucilerei.
Voglio pace.
Petrarca ammirava la notte, il buio, i grilli
io stasera i grilli li fucilerei.
Voglio pace.
mercoledì 4 ottobre 2017
Il Terrore
L'ultima volta che ci andai risale forse all'aprile del mio terzo anno di medie, perché ricordo bene che in una delle ultime sedute parlammo di mia nonna, che era morta proprio gli ultimi di questo mese.
L'ultima vera seduta non la ricordo per niente bene, perché decisi all'improvviso di non andarci più, senza salutarla, senza chiamarla, senza scambiare un'ultima parola. Dissi a mia madre:''Chiamala e dille che non vado più, sto bene ora''. Non me ne presi nessuna ''responsabilità'', non ebbi le palle, come tante altre volte ancora, come tante altre volte prima, come tante altre volte dopo.
Ricordo che facevamo due sedute a settimana. Le prime sedute sono state terribili: io non parlavo, lei parlava per me, ed io per acconsentire piangevo e per dissentire sbuffavo.
In una seduta dei mesi più caldi, credo forse marzo (ricordo benissimo che in quel periodo correva la festa della donna o qualcosa di simile), mi chiese di farle leggere una mia poesia. Io non mi sono mai permessa, mi sono sempre vergognata dell'idea che qualcuno leggesse di me.
In realtà tra me e lei c'era uno spirito di armonia ed uno spirito di caos. Ero completamente a mio agio ed ero completamente a disagio allo stesso tempo.
Per essere coerente con la mia irresponsabilità nell'avere le palle, le dicevo sempre:''La prossima volta ti farò leggere'', oppure:''qualche volta ti faccio leggere la più bella che ho scritto fino adesso''.
In realtà con lei era sempre ''la prossima volta''. Non capivo se fossi a disagio con lei o con me e con quello che dicevo, scrivevo, facevo sul mio corpo.
Era un continuo fingere, da parte mia. Poi scoppiava il Terrore nella mia testa e lei mi diceva:''Se non vuoi parlarmi, posso almeno sentire come stai da quello che scrivi?''.
La mia passione per la scrittura è nata nel periodo più terrificante della mia vita. Da qualche parte avrò ancora conservato tutto ciò che composi, e che non ho avuto più il coraggio di rileggere, perché certe volte ho l'impressione che non c'è niente di terrificante attorno a me, ma terrificante sono io.
Mi chiese di farle leggere una delle mie poesie preferite, perché sapeva che del programma di terza media mi ero appassionata tantissimo a Leopardi. Io scrissi su un foglio a righe ''A se stesso''.
L'ultima vera seduta non la ricordo per niente bene, perché decisi all'improvviso di non andarci più, senza salutarla, senza chiamarla, senza scambiare un'ultima parola. Dissi a mia madre:''Chiamala e dille che non vado più, sto bene ora''. Non me ne presi nessuna ''responsabilità'', non ebbi le palle, come tante altre volte ancora, come tante altre volte prima, come tante altre volte dopo.
Ricordo che facevamo due sedute a settimana. Le prime sedute sono state terribili: io non parlavo, lei parlava per me, ed io per acconsentire piangevo e per dissentire sbuffavo.
In una seduta dei mesi più caldi, credo forse marzo (ricordo benissimo che in quel periodo correva la festa della donna o qualcosa di simile), mi chiese di farle leggere una mia poesia. Io non mi sono mai permessa, mi sono sempre vergognata dell'idea che qualcuno leggesse di me.
In realtà tra me e lei c'era uno spirito di armonia ed uno spirito di caos. Ero completamente a mio agio ed ero completamente a disagio allo stesso tempo.
Per essere coerente con la mia irresponsabilità nell'avere le palle, le dicevo sempre:''La prossima volta ti farò leggere'', oppure:''qualche volta ti faccio leggere la più bella che ho scritto fino adesso''.
In realtà con lei era sempre ''la prossima volta''. Non capivo se fossi a disagio con lei o con me e con quello che dicevo, scrivevo, facevo sul mio corpo.
Era un continuo fingere, da parte mia. Poi scoppiava il Terrore nella mia testa e lei mi diceva:''Se non vuoi parlarmi, posso almeno sentire come stai da quello che scrivi?''.
La mia passione per la scrittura è nata nel periodo più terrificante della mia vita. Da qualche parte avrò ancora conservato tutto ciò che composi, e che non ho avuto più il coraggio di rileggere, perché certe volte ho l'impressione che non c'è niente di terrificante attorno a me, ma terrificante sono io.
Mi chiese di farle leggere una delle mie poesie preferite, perché sapeva che del programma di terza media mi ero appassionata tantissimo a Leopardi. Io scrissi su un foglio a righe ''A se stesso''.
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.
Continuammo questo ''gioco''. Questo forse è uno dei ricordi più vividi che conservo: discutevamo di letteratura, storia, psicologia. Ricordo che una volta leggemmo insieme ''La pioggia nel pineto'' riflettendo sulle parti più belle di quella poesia.
Ne ho anche dei ricordi che mi fa vergogna a dirli, e che infatti non ho confessato mai a nessuno, neanche a mia madre.
In questi anni ci ho pensato spesso. Mi sembra tutto un ricordo sfumato, lontano, troppo passato da poter ricordare.
E in questi giorni, in questi mesi, ci ho pensato anche di più. Avrei voluto ritornarci. Per chiedere scusa, per dirle che non è cambiato niente, per chiederle cosa ha detto a mia madre i primi di maggio quando decisi di non andarci più e quando le chiese di venire in studio perché doveva parlarle.
Una parte di me si chiede se lei avesse previsto tutto questo. Una parte di me si chiede curiosamente cosa lei potrebbe dirmi se dicessi:''Sto così'' e mi denuderei, una volta per tutte, per la prima volta in mesi e mesi. Una parte di me si dice che sono stronzate. Una parte di me invece mi sussurra:''Sei stata senza per cinque anni, perché adesso?''.
Mi sono sempre chiesta cosa ho. Fluttuano attorno a me cose, cose e cose. E non mi sento più me, come non mi sono mai sentita veramente. Mi chiedo se attorno a me qualcuno sa cosa penso, se magari ci si accorge, se magari si nota che qualcosa mi complessa la vita di tutti i giorni.
In questi giorni sono senza forze, senza voglia, senza niente. Non è un senso di vuoto, è un senso di <inganno estremo>. E' un senso di essere piccola sotto una trave pesante ma su cui appoggio vasi di fiori, cestini con caramelle, festoni colorati.
La più grande domanda del mio passato adesso è diventata un interrogativo a cui rispondere: lei immaginava questo? Lei sapeva che sarebbe successo questo? Lei che ha capito di me che io non riesco a capire, né mia madre, né nessuno?
Ne ho anche dei ricordi che mi fa vergogna a dirli, e che infatti non ho confessato mai a nessuno, neanche a mia madre.
In questi anni ci ho pensato spesso. Mi sembra tutto un ricordo sfumato, lontano, troppo passato da poter ricordare.
E in questi giorni, in questi mesi, ci ho pensato anche di più. Avrei voluto ritornarci. Per chiedere scusa, per dirle che non è cambiato niente, per chiederle cosa ha detto a mia madre i primi di maggio quando decisi di non andarci più e quando le chiese di venire in studio perché doveva parlarle.
Una parte di me si chiede se lei avesse previsto tutto questo. Una parte di me si chiede curiosamente cosa lei potrebbe dirmi se dicessi:''Sto così'' e mi denuderei, una volta per tutte, per la prima volta in mesi e mesi. Una parte di me si dice che sono stronzate. Una parte di me invece mi sussurra:''Sei stata senza per cinque anni, perché adesso?''.
Mi sono sempre chiesta cosa ho. Fluttuano attorno a me cose, cose e cose. E non mi sento più me, come non mi sono mai sentita veramente. Mi chiedo se attorno a me qualcuno sa cosa penso, se magari ci si accorge, se magari si nota che qualcosa mi complessa la vita di tutti i giorni.
In questi giorni sono senza forze, senza voglia, senza niente. Non è un senso di vuoto, è un senso di <inganno estremo>. E' un senso di essere piccola sotto una trave pesante ma su cui appoggio vasi di fiori, cestini con caramelle, festoni colorati.
La più grande domanda del mio passato adesso è diventata un interrogativo a cui rispondere: lei immaginava questo? Lei sapeva che sarebbe successo questo? Lei che ha capito di me che io non riesco a capire, né mia madre, né nessuno?
lunedì 2 ottobre 2017
Fa che sia inerzia
Odiami se vuoi.
Odiami e detestami.
Piangi di me e ridi di me
fino a perdere i sensi
fino a farmi perdere i sensi.
Odiami se vuoi.
Alzo gli occhi attorno e vedo solo avvoltoi.
Sarà per questo che non ti guardo mai
sarà per questo che non volgo lo sguardo al tuo specchio nell'animo.
Mi spezzerei, in mille pezzi.
Diverrei non cenere
ma polvere, invisibile, incastrata nel tessuto di ciò che resta di me.
Odiami e detestami.
Piangi di me e ridi di me
fino a perdere i sensi
fino a farmi perdere i sensi.
Odiami se vuoi.
Alzo gli occhi attorno e vedo solo avvoltoi.
Sarà per questo che non ti guardo mai
sarà per questo che non volgo lo sguardo al tuo specchio nell'animo.
Mi spezzerei, in mille pezzi.
Diverrei non cenere
ma polvere, invisibile, incastrata nel tessuto di ciò che resta di me.
domenica 1 ottobre 2017
Il Sole e la Luna
Il sole chiedeva alla luna
di fargli un po' compagnia
e lei lo ascoltava, mentre volgeva lo sguardo altrove.
Un lupo solo chiedeva alla luna
di fargli un po' compagnia
e lei lo ascoltava mentre abbassava lo sguardo su di lui.
Il sole si offese e la luna rientrò;
la luna rientrò e il sole bussò alla sua porta.
Quando la luna ad occhi chiusi e a bocca asciutta
comparve nell'imbrunire delle sette
il sole la cercò e lei lo ascoltava, muta
pianse, e non parlò più.
Il dramma dei simili,
parlarsi e non capirsi
non parlarsi e non capirsi.
di fargli un po' compagnia
e lei lo ascoltava, mentre volgeva lo sguardo altrove.
Un lupo solo chiedeva alla luna
di fargli un po' compagnia
e lei lo ascoltava mentre abbassava lo sguardo su di lui.
Il sole si offese e la luna rientrò;
la luna rientrò e il sole bussò alla sua porta.
Quando la luna ad occhi chiusi e a bocca asciutta
comparve nell'imbrunire delle sette
il sole la cercò e lei lo ascoltava, muta
pianse, e non parlò più.
Il dramma dei simili,
parlarsi e non capirsi
non parlarsi e non capirsi.
lunedì 25 settembre 2017
domenica 24 settembre 2017
Niente temporali, io e questo sole, oggi, siamo come fidanzati
Settembre è sempre stato il periodo dei cambiamenti.
''Smetto di fumare'', ''smetto di mangiare'', ''smetto di non studiare per settimane intere'', ''smetto di essere stronza''.
Questo settembre è un settembre diverso, un settembre positivo, senza finti propositi ma più che altro un settembre con la grinta del propormi in cose differenti e la tranquillità nel portarle a termine (senza ansia, senza sopruso, senza essere tiranno di me stessa).
L'ho capito, e mi sembra di aver salito una quindicina di scale per quanto sono stata abituata a costringermi in certe cose.
Non smetto di fumare, perché fumare mi rilassa. Ho prefissato cinque sigarette al giorno o anche meno, e quando mi viene l'ansia di avere poco da fumare e troppa voglia di fumare, dico a me stessa:''stai sciolta''.
Non smetto di mangiare, sono a regime, sempre, comunque, da adesso a quarant'anni. Eppure, mi concedo le mie ''fantasie''. Una settimana a mangiare solo insalata, fette biscottate, acqua e ieri sera: kebab, maionese, patatine, provola, insalata. Oggi: caffellatte e cornetto ripieno di nutella.
Non smetto studiare e non smetto di non studiare, si studia quanto basta. Addio settimane intere di studio, addio settimane a recuperare interi programmi di fisica e greco. Addio!
E non smetto neanche di essere stronza, perché c'è un lato del mio carattere che mi rende pungente, non posso farci nulla, con tutta la mia buona volontà.
Si trova un equilibrio, un equilibrio per ogni cosa. Arrivi ad un certo punto del mese, della settimana, dell'anno, che hai bisogno di stare in equilibrio. Né in eccesso e né in difetto, in equilibrio con te stessa, i tuoi vizi, le tue attitudini.
Per un verso, sono portata a dire con consapevolezza che questo senso di armonia durerà pochi e pochi giorni: quest'anno dovrò diplomarmi e ciò comporta uno studio maggiore per non rinunciare all'ottanta a cui aspiro. Studiare richiederà pazienza, organizzazione, costanza ed io smadonnerò già dalla settimana prossima, perché, tra parentesi, dovrei addirittura patentarmi entro novembre. Saranno mesi di nervoso, di bestemmie, di pianti isterici e di ''io non mi presento'', ''io non mi diplomo'', ''vaffanculo io non ci vado all'università'', ''vaffanculo a me che volevo patentarmi''.
Ne ho la consapevolezza ma non mi interessa. Oggi è domenica, non si va a scuola, mamma non lavora e c'è il ragù. C'è un sole cocente e un leggero venticello quasi poetico.
Vaffanculo al lunedì, a storia dell'arte, alle mille materie orali in cui devo prepararmi per domani: oggi è domenica ed è una bellissima giornata. E niente e nessuno può cambiare il mio buonumore.
''Smetto di fumare'', ''smetto di mangiare'', ''smetto di non studiare per settimane intere'', ''smetto di essere stronza''.
Questo settembre è un settembre diverso, un settembre positivo, senza finti propositi ma più che altro un settembre con la grinta del propormi in cose differenti e la tranquillità nel portarle a termine (senza ansia, senza sopruso, senza essere tiranno di me stessa).
L'ho capito, e mi sembra di aver salito una quindicina di scale per quanto sono stata abituata a costringermi in certe cose.
Non smetto di fumare, perché fumare mi rilassa. Ho prefissato cinque sigarette al giorno o anche meno, e quando mi viene l'ansia di avere poco da fumare e troppa voglia di fumare, dico a me stessa:''stai sciolta''.
Non smetto di mangiare, sono a regime, sempre, comunque, da adesso a quarant'anni. Eppure, mi concedo le mie ''fantasie''. Una settimana a mangiare solo insalata, fette biscottate, acqua e ieri sera: kebab, maionese, patatine, provola, insalata. Oggi: caffellatte e cornetto ripieno di nutella.
Non smetto studiare e non smetto di non studiare, si studia quanto basta. Addio settimane intere di studio, addio settimane a recuperare interi programmi di fisica e greco. Addio!
E non smetto neanche di essere stronza, perché c'è un lato del mio carattere che mi rende pungente, non posso farci nulla, con tutta la mia buona volontà.
Si trova un equilibrio, un equilibrio per ogni cosa. Arrivi ad un certo punto del mese, della settimana, dell'anno, che hai bisogno di stare in equilibrio. Né in eccesso e né in difetto, in equilibrio con te stessa, i tuoi vizi, le tue attitudini.
Per un verso, sono portata a dire con consapevolezza che questo senso di armonia durerà pochi e pochi giorni: quest'anno dovrò diplomarmi e ciò comporta uno studio maggiore per non rinunciare all'ottanta a cui aspiro. Studiare richiederà pazienza, organizzazione, costanza ed io smadonnerò già dalla settimana prossima, perché, tra parentesi, dovrei addirittura patentarmi entro novembre. Saranno mesi di nervoso, di bestemmie, di pianti isterici e di ''io non mi presento'', ''io non mi diplomo'', ''vaffanculo io non ci vado all'università'', ''vaffanculo a me che volevo patentarmi''.
Ne ho la consapevolezza ma non mi interessa. Oggi è domenica, non si va a scuola, mamma non lavora e c'è il ragù. C'è un sole cocente e un leggero venticello quasi poetico.
Vaffanculo al lunedì, a storia dell'arte, alle mille materie orali in cui devo prepararmi per domani: oggi è domenica ed è una bellissima giornata. E niente e nessuno può cambiare il mio buonumore.
martedì 19 settembre 2017
Ho raccolto Fiori
Ho raccolto Fiori
come se fossi un fioraio.
Li ho tenuti, raccolti nella mia mano, stretti
come le mani di mia sorella racchiuse nelle mie quando camminiamo
per le strade della city.
Sono appassiti, un po' per il tempo senza acqua
un po' per la stretta del mio pugno.
Sono appassiti uno ad uno ed adesso
ho comprato un fiore di plastica.
Non appassisce, ma vuole fiocchi, odori, vasi in cui poggiarsi.
Mi distraggo pensando ai fiori che potevo non cogliere
ai fiori che non dovevano appassire, al fatto che i mazzi di fiori non fanno proprio per me.
Iscriviti a:
Post (Atom)

