mercoledì 5 aprile 2017

Ninna Nanna



Tu, tu, tu
se tu fossi una chitarra ...
Ti porrei adagio sulle mie cosce per accarezzare le corde del tuo cuore
e farne melodia.
Se tu fossi un neonato
ti dondolerei tra le mie braccia, carezzandoti gli occhi tirati dal pianto.
Tu, tu, tu
Se tu non fossi tu, se io non fossi io
saresti col mento sulla mia spalla, le labbra sulla mia anima
circondati nella vastità di noi.

lunedì 3 aprile 2017

Pesce d'aprile (?)

Nella mia mente è tutto idillio.
E questo mio tendere all'idealizzazione di qualunque cosa fa sì che i miei ricordi siano plasmati di fittizia realtà.
E' stato idillio la mia prima volta, è idillio il rapporto tra me e mio padre, è idilliaca anche la mia sessualità, è idilliaca la mia infanzia e le cose che sono successe quando sono stata solo una bambina.
A volte mi sembra di avere un remoto ricordo di qual è stato il mio vero passato. E sulla mia mente a volte soffiano dei flashback che mi fanno sussultare, proprio così, sussulto. Chiudo istintivamente gli occhi e scrollo di dosso il brivido della consapevolezza.
- ''Che c'è?''
- ''Un brivido di freddo''.
Mi passano davanti agli occhi delle immagini, come se fosse un film, ma come se non fosse il mio. E' mera immagine: non sono io, non mi è nulla familiare, non c'è nulla che mi faccia dire ''Io me lo ricordo''. E' quel brivido a farmi pensare che sia successo a me, che l'abbia fatto io.
In questi momenti mi sento come se avessi la mente vuota, come se la mia mente fosse solo un grosso scatolo vuoto che sembra pesante solo perché poggio tante piccole e finte considerazioni sul coperchio.
Tutti i miei ricordi sono stati manomessi, è tutto artificiale, nulla come è realmente. Ma tutto passa alla dogana. Al mio modo di vivere, va bene così.
I miei sogni, i miei sussulti, i miei disturbi, sanno cosa non ho mai rivelato a nessuno; ma io scrivo, cancello, brucio, è artificiale anche questo che sto scrivendo.

venerdì 24 marzo 2017

Tu che ne sai

Che manca?
Manca la prova, la dimostrazione, la sicurezza che faccia dire ''adesso capisco''. Il periodo che completa il senso dell'azione, il verbo della principale introvabile nelle versioni di Cicerone.
Manca l'atto finale, un nome a questa cosa, un nome a come mi sento io.

domenica 19 marzo 2017

Corre, pcché ten che ffà



Ho fatto docce lunghe ore, ho consumato quintali di trucco per rivendere un corpo che non ti piaceva, per coprire i segni del tuo molestare il mio modo d'essere, ho cancellato i tuoi segni dal mio corpo ed ho cancellato la tua voce, la mia voce, dalla mia testa ed ho fatto di testa mia. Ho sempre fatto di testa mia.
Ed ogni volta che tornavo a casa, mi svestivo di ciò che mi svestiva dall'essere viva e mi lavavo il viso, tu mi ripetevi sempre:''te l'avevo detto, io te lo avevo detto''.
Me lo avevi detto. Ma quando? Come? Il tuo modo di parlare è verbale, segnaletico, simbolico, sensitivo o semplicemente finto? Me lo avevi detto? Ed è possibile che io non riesca a sentire te, che sei parte di me, che sei in me, che sei me, in tutto questo diabolico silenzio? E' possibile che io riesca a perdere il mio istinto ogni volta?
Cerco scuse al mio vendermi come carne al macello, a chi mi parla non rispondo, perché non so che dire, perché è patetico parlare, e tu ti fai all'improvviso vivo e sai solo dirmi ''te l'avevo detto''.
Te l'avevo detto. Te l'avevo detto.

martedì 14 marzo 2017

Il filo di Arianna



La luna accarezza la testa mia che sospirando si volta
verso te che mi chiami; è un grido che stringe allo stomaco.
Ci sarai tu al posto mio, con la luna a fissarti il capo
e a girarti quando la voce di altri ti griderà di restare.
E lì capirai, e lì capirai che non ho urlato di rimando alla tua voce
perché quando il pendio è traversato, quando il corpo ha sudato
quando la voce diventa flebile ed è solo sussurrio in cima al cammino
non si ha il coraggio di urlare. Solo di andare.

martedì 7 marzo 2017

ogni viaggio inizia sempre con un passo

E' passato.
E' solo un attimo.
Un attimo in cui divampi.
E dici:''Io vorrei solo non essere mai esistita, tutto qua. Mi metterei sulla sedia elettrica perché non ce la faccio più''.
Un attimo che passa come passano le nuvole a marzo, un attimo che passa come passa la pioggia, un attimo che passa come passano i giorni, le settimane, i mesi in cui fai finta di non essere te e alla fine quel lato di te, scoppia, e ti fa stare male il doppio.
Ecco, a che è servito questo mese? Ad illudermi di poter brillare? Brillare come? Non è servito a niente.
E' servito a distrarre la mia mente ed annerirmi quando ho abbassato le difese, quando ho riposato e mi sono appisolata. Quando meno lo credevo.
Ma è un attimo, giuro, è un attimo. Un attimo che ti sembra di dover cambiare, che ti sembra di star facendo tutto male, un attimo in cui mandi a 'fanculo tutto quello che segni sull'agenda, poi tutto diventa normale. Normale come sempre, normale come al solito.
E che cambia? Che è cambiato? Niente, non cambia mai niente.
E come posso cambiare, io?
E' stato un attimo, l'attimo in cui sbarri gli occhi e stringi i pugni, poi l'attimo passa.
E quando è passato, mi hai scritto:''Ti odio quando dici così''.
Sì, mi odio anche io.
Forse dovreste smettere di leggermi. Forse dovreste scordarvi di me.
Non mi leggere più.

domenica 5 marzo 2017

Sto coi piedi a terra e il cuore sulle nuvole

La superstizione arriva a tal punto da non farmi parlare per paura del malocchio.
Lo dice anche Hemingway, le cose belle a dirle non succedono mai.
E quindi, non mi permetto neppure di scriverle, perché scriverle significherebbe dirle per farsi ascoltare.
Lo dirò quando la cosa bella ce l'ho tra le mani e non è solo frutto della mia speranza.

lunedì 20 febbraio 2017

Patetica confessione di un giorno come tanti


Se adesso tu te ne vai ...
suonano nelle mie orecchie queste parole.
Non ritornare mai, -ai, -ai
mai, -ai, -ai.
Te lo scrivo in corsivo su un foglio bianco latte
come fosse una dedica su un biglietto d'auguri
da mettere nella cassetta della posta di casa tua
nel quartiere in cui più non vivi.
Adesso che tu te ne vai
lasciandomi coi miei guai, non mi cercare mai
mai, mai
metti un punto sul mio cuore e posa l'ago e il filo.
Lasciami qui a cantare
e ad intonare le parole che non vuoi sentire.

domenica 19 febbraio 2017

End up here

Sono inquieta, ma di un'inquietudine oramai rassegnata. Come se già sapessi ciò che viene dopo, ciò che viene dopo che qualcuno, soprattutto se questo qualcuno sei tu, scopre il mio punto debole.
Il mio punto debole è lei. La gelosia che mi arriccia i capelli quando ti guarda, quando ti guarda come se volesse scoparti; la gelosia che mi fa saltare l'anima di venti metri più in alto, anche se cosciente di dover cadere, o a furia d'aspettare o a furia del tuo tenermi accesa al buio senza né chiedermi di spegnermi e né chiedermi di rimanere accesa.
Sono inquieta perché più ti guardo e più mi convinco del fatto che a te non interessi un bel nulla, perché di fatti, a te non t'interessa di me. Ti interesserebbe se, solo se e soltanto se, tu fossi in completo abbandono. Solo se e soltanto se, non ci fosse nessuno se non me.
Sento questo. Sento di venire dopo lei, che tu ammetta o non ammetta ti attrae e non puoi fare a meno di rispondere al suo richiamo di zoccola in calore, e dopo l'altra lei, che tu voglia dirmelo o no, ti parla come se voi stesse ancora insieme, come se non fosse cambiato nulla dall'estate, come se non fosse cambiato nulla tra me e te.
Che poi, cos'è cambiato tra me e te? E' cambiata una tua consapevolezza, sai di avere un altro stupido cagnolino che ti scodinzola dietro. E cos'è cambiato in me? E' cambiato il mio stato d'animo: vi osservo, la sento io stessa, quella forza che vi attrae l'un l'altro; vi osservo, mi struggo, ti vorrei uccidere. E vorrei uccidere me, che non mi tengo fuori da niente, che non mi interessa di niente pur di guardarti accanto a me, a un centimetro da me.
Slegami. Slegami e vai via da me.

venerdì 10 febbraio 2017

Poco più di niente

Avete mai l'incontenibile voglia di urlare perché? Ed avete mai l'irrefrenabile pulsazione di prendere le persone e giocarci come se fossero delle palle da basket?
Pensate mai che qualunque cosa voi scriviate, sia una cazzata?
Non ho facoltà di dire, di fare, di scrivere o di far ordine nei miei pensieri. Come i morti che solo prima di morire confessano il loro esser nati in cattività, cosí io aspetto il momento giusto, che non riconosco e che mi passa davanti agli occhi mentre penso ad altro.
É un processo che parte e finisce nella nostra mente, ma solo se si ha la volontà di farlo.
Non puoi scrivere se non puoi pensare, non puoi pensare se non vuoi capire.
Quando non dialoghi con te stesso hai la necessità di dialogare con chiunque abbia lingua, voce, labbra per parlare. Diventa un pretesto per provocare e sentirti distratto da te stesso.
Porgi la mano alle persone non perché tu voglia aiutare o essere aiutato, ma perché hai bisogno di un calore che ti manca, un calore che sia in grado di dissipare il tuo incessante pensiero di te.
Provochi, fai la stupida, fai la stronza, nel senso più innocente e nel senso opposto (quanto meno innocente possa essere inteso) e vuoi che gli altri ti parlino perché a te non va né di prendere iniziativa e né di rifiutare iniziative.
Diventa tutto un piano della mente che ha per unico obiettivo il nasconderti da te stesso.
Diventano gli altri padroni di te, i tuoi comportamenti diventano gli unici segni impercettibili della tua disfunzione e mi dispiace di aver detto di stare bene con me stessa, di piacere ai miei occhi mentre mi guardo allo specchio.
Era tutto un modo per coprire il fatto che odio me stessa ma mi piace l'idea che gli altri possano amare me, il mio corpo, il mio modo di essere. Era tutto un modo per coprire il fatto che sono l'oggetto della discreta contemplazione ma non la protagonista stessa della vicenda.
Si tratta di me, del mio corpo, della mia immagine ma lo vivo in terza persona.
Ed, ovviamente, questo é un modo come un altro per parlare di me come se fossi una che vedo tutti i giorni mentre porta il cane a fare passeggiate.
Ed, ovviamente, questo come tutti i post di questi due mesi, non segue un filo logico e non vale poco più di niente.

domenica 5 febbraio 2017

Rose rosse per me

La bella sensazione di essere bella.
Sono bastate un paio di calze a pois ed una gonna sopra il ginocchio a farmi riscoprire una femminilità che ho spesso stentato o ostinatamente rinnegato. E' bastata una gonna a stringere sui miei fianchi e ad evidenziarne il tratto più bello per poter sussurrare a me stessa:''Wow''.
La sensazione di piacere ai miei occhi che mi guardano allo specchio prima di uscire mi dà una sicurezza che, sto notando, attira l'attenzione anche dei più irraggiungibili (non prendetemi per presuntuosa). Sì, ho scoperto il mio potenziale e lo esercito su chi mi guarda.
Mi piace la curva dei miei fianchi, quella del mio seno e quella delle mie gambe che mi piace lasciare né troppo coperte e né troppo scoperte. C'è un qualcosa di meraviglioso nel piacersi: indistintamente, si piace anche agli altri che ci stanno attorno.
L'ho sempre vista come una stronzata, eppure devo ricredermi. Stare a proprio agio con sé stessi implica uno stare a proprio agio in situazioni e vicende diverse rispetto la quotidianità. Voler bene al proprio modo di essere significa poter essere autoironici, poter ascoltare battute su di te senza offenderti per nulla, non nascondersi quando si è in mezzo agli altri.
Quando piaci a te stesso c'è qualcosa di indecifrabile ma evidentissimo nel tuo modo di essere e di comportarti, quando ti piaci chi ti sta attorno lo sa, lo sente, se ne accorge.
E fa tutto parte di un piano che da platonico diventa reale: sei bella, ti senti bella, sei in tregua coi tuoi difetti.

venerdì 3 febbraio 2017

all'ultimo respiro

E' quell'attimo cruciale in cui capisci esattamente come sei.
E' come se per anni non vedessi il sole e alla sua vista, finalmente, ti copri gli occhi intimorito.
Intimorito perché prendi coscienza: chi sono? che ho fatto? in che guaio mi sono cacciata?

mercoledì 25 gennaio 2017

La bestia


E la cosa che odio è che penso hai fatto bene.

Con una sola parola, ti cade tutto il mondo addosso.
Si frantuma tutto ciò che è intorno a te. Rimani solo, assieme ai pezzi del tuo passato prossimo.
Non c'è più niente, a parte l'unico, angosciante, tormentato pensiero:''E' tutta colpa mia''.
E' tutta colpa mia.
E' tutta colpa mia.
E' colpa del mio passato, dei miei non freni, di tutte quelle cose che ho lasciato in bilico nella mia mente: tutto quello che ho lasciato al caso, tutto quello che ho dato in pasto al tempo. Tutto quello che ho lasciato scritto con la matita perché è difficile cancellare ed è ancor più difficile scrivere con la penna nera. Facile è riscrivere sempre la stessa storia, perché non cambi mai.
Con una sola parola, cade tutto a pezzi, e vorresti cavarti gli occhi, strapparti le vene, ingoiare veleno. Vorresti un colpo al cuore pur di non ascoltare e chiedi a dio, se mi vuoi bene, fammi morire adesso.

giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario, vorrei che non finisse mai

Quello scricchiolio di gelo nelle ossa.
Si muove, dilania, non si scioglie.
Mi fa piegare le gambe in preda al freddo, è come se lo sentissi invadere il mio corpo: dalle steppe desolate delle mie gambe, fino alla città gelata della mia mente. Come Napoleone che tenta in tutti i modi di tenere in pugno la Russia.
Lo sento fischiare nelle mie orecchie, lo sento irradiarsi nei calzini bagnati quando piove, e a poco a poco, penetra nelle mie ossa, indebolendomi.
Le mani rugose, violacee, incastrate nelle tasche di cappotti. Sciarpe in cui mi attorciglio in modo da non far infreddolire il collo, il petto, le braccia: i tre punti più delicati per eccellenza, ci ho già sciolto tre scricchiolii.
Sì, fa un freddo cane. Un freddo così si è visto solo nel 2012, qui al Sud. Avevo rimosso le sciarpe di lana che pizzicano, le calzamaglie sfilate, i capelli che ti appiattiscono i capelli ma sono così caldi.
Fa un freddo cane. Eppure, mi perdo nella bellezza di questo inverno, che aspettavo sempre da bambina.

martedì 10 gennaio 2017

... Then I would ...

Venerdì abbiamo fatto l'amore.
Le tue braccia erano la miglior trapunta su cui abbia mai dormito e mentre fuori fioccava e la gente correva per cercare il caldo nei camini delle loro case, io ero nuda, senza calzini, senza vestiti nel tuo letto. E le tue mani mi riscaldavano la schiena e le spalle, mi accarezzavi come se volessi proteggermi, come se fossi porcellana, come se dovessi tenermi a riparo da qualcosa, a riparo da qualcuno.
Mai mi sono sentita così amata, così fusa nel tuo corpo, nella tua mente, in tutto te stesso. E' uno di quei ricordi che si incorniciano e diventano l'idea di un concetto più grande, l'immagine di un universale: l'amore, il tuo nome, le tue mani, il freddo, le coperte. Diventa l'immagine della nostra complicità e mi torna in mente come le insegne pubblicitarie sulle strade trafficate lunghe dieci, venti, trenta metri.
Ti amo. Ti amo come si ama per la prima volta: innocentemente, senza oscura alchimia. Con gli occhi spalancati dallo stupore, lo spavento, la gioia, il senso di colpa.
Come se tutto pesasse, ogni virgola, ogni parola, ogni dito puntato. La paura della spensieratezza, il tuo appagarti in me ed il mio rassicurarmi in te, la soggezione di dire, di fare, di non perdere l'equilibrio.
Sì, la soggezione di non perdere l'equilibrio: addossati l'uno all'altro, con le mani tremanti e le gambe che prima o poi cederanno, su una corda di speranze, aspettative, imprevisti, dissidi. Come due giocolieri al circo.
Ti amo come si ama a tredici e a sessant'anni. Aspettando una chiamata, una vecchia canzone da dedicarti, un bacio, un sorriso. E' calcolare, ritagliare dalla scena e mettere a fuoco tutto quello che fai. Sei un libro aperto, per me. Recepisco ogni cosa.
La tua barba rasata poco spesso, le tue felpe degli stessi soliti colori, gli occhi in cui sprofondo ogni volta che mi dici: ''Quanto sei una stronza''. Ti conosco, ti ho studiato.
Conosci i miei capelli rosso fuoco, i miei capelli rosso rame, le  mille tinte che ho fatto e tutte le frangette che ho tenuto per pochi giorni. Tutti i paia d'occhiali che ho cambiato dalla prima superiore fino adesso, tutti i tratti di me, di ciò che sono, di ciò che mostro agli altri.
Sopravvivo alle tue tempeste di parole, sopravvivi alle mie bufere di neve. Sopravviviamo e allo strenuo di questo inverno insieme, mi sussurri sicuro e deciso:''L'inverno passerà''.

Sì, passerà.

sabato 7 gennaio 2017

O' posto mio

Su un terrazzo illuminato dalle luci della notte
e bagnato dall'insipido mare di Sorrento
sogno di saper scrivere sul mio corpo quello che la notte condanna
ciò che questo bianco perla della Luna mette in palio a chi la guarda
a bocca aperta, e a mani incrociate.
Sì, l'incipit sarebbe questo.
Una poeticità che è pateticità dell'idea stessa di questo momento.
Non c'è terrazzo
non c'è luce
non c'è il mare e non si è neppure a Sorrento.
Su una panchina in mezzo al niente
col vento che soffia e fischia e fa temere che il niente diventi il caos
sogno di saper dare in pasto alla penna il luogo in cui vivo
in cui emergo, in cui rimango a galla.
I palazzi alti e grigio sporco, il silos che è padrone di tutto ciò che è ai suoi piedi
come il dito medio della mano che sovrasta gli altri quattro.
Le altalene, distrutte cento volte in due mesi e riparate almeno duecento volte in più
la Conad sporca in ogni angolo e ogni infessura, i marciapiedi rosicati dal tempo che passa
come un treno italo, veloce, sui binari della stazione
e quelle piante rampicanti sugli edifici popolari che li fanno sembrare ruderi di campagna.
Le persone sono ominidi, la tradizione è Alto Medioevo.
Tutto spento, tutto tace, tutto oscuro nello squallore di queste aiuole che sono diventate foreste
di questa piazza che è solo il posto in cui un pensionato cerca di vivere friggendo panzarotti e simili.
Non c'è terrazzo, non c'è stupore, il fumo dell'inceneritore copre anche le stelle
e la luna, e le rondini, e tutto ciò che c'è di bello nell'alzare gli occhi al cielo
ma rimane casa mia.
Rimane il mio più grande progetto di rivalsa.
Rimane parte di me, rimango qua.

domenica 1 gennaio 2017

Promemoria, augurio per il nuovo anno

Non perdonare mai tre persone: chi ti delude sempre nella stessa maniera, chi vuole farti sentire in colpa qualunque cosa tu faccia e tuo padre.

sabato 31 dicembre 2016

Ma le sento un po' mie, le paure che hai


Sei la parte di me più simile al peggio di me.
Sei l'ologramma del mio essere futuro, sei il disegno della rassegnazione e della disillusione che sento già mie, per quanto siano lontane, che sento già nostre, per quanto io sia incapace di arrendermene.
Sei la risposta alla domanda ''perché mi odio, perché mi faccio odiare'', hai gli occhi di ciò che odio vedere nello specchio quando mi alzo nel bel mezzo della notte, sei quello che mi lascia senza nulla da dire. Perché tutto ciò che pensi è un'equazione matematica complicatissima uguale solo per incognite alla mia. Ed io non so mai da dove iniziare, non so mai dove è necessario che si tappezzi prima.
Siamo così identici e per paura di ammettere la complicanza nell'essere uguali ci rintaniamo in ciò che più ci sembra sicuro quando niente è al suo posto:''siamo diversi, abbiamo aspirazioni diverse, siamo troppo distanti''.
E' una scusa, una cantilena ripetuta mille e mille volte. Una scusa.
Una maschera per giustificare il mio odiare te, riflesso nei miei atteggiamenti e nelle mie agonie e per giustificare il tuo odiare me, quando ti ripeto senza freno ''E allora lasciamoci, lasciami, lasciami adesso!''.



''Tu sei la luce nella notte
la chiave delle porte
il sangue sulle nocche nelle giornate storte.
Tu sei la mia sorte
la vena sopra al collo quando mi scopro forte,
le volte che non mollo. 
Tu sei la mia anima, le ali del decollo
la carica, la stamina, sul palco o sul foglio.
Tu sei questo sogno, la mia speranza unica
tu sei ciò che voglio. Tu sei la mia musica.''

sabato 17 dicembre 2016

Tremore

Non avrei mai voluto saperlo, perché avere la consapevolezza di significa pensare a cosa fare per. E sapere cosa fare per, non significa sempre essere in grado di.
Non avrei potuto esprimerlo in modo peggiore, ne son consapevole. Ma non saprei esprimerlo altrimenti.
A volte, ma mai come oggi, preferirei non sapere certe cose. E' sempre meglio non saperne, piuttosto che sapere e fingere di non esserne a conoscenza.
Quando si conosce un qualcosa, una cosa qualsiasi, che riguardi noi stessi o che riguardi chi vogliamo bene, siamo coinvolti. E pur se non riguardi chi vogliamo bene, ne siamo coinvolti comunque, perché sapere significa sapere, agire, difendere.
Avrei voluto tacesse, così da non chiedermi continuamente ''e mo' che faccio? che facciamo?'', ma forse non l'avrei voluto davvero. No, non l'avrei voluto davvero, il sol pensiero di non saperlo e di non averlo saputo prima di oggi mi terrorizza.
Il fatto è che io non posso fare finta di niente, perché quando si è scoperta la pancia e mi ha fatto vedere quei lividi e quei graffi, sono tremata. Tremata, come se qualcosa nella mia testa cadesse a pezzi.
E se è stato un tremore vederla ''accarezzata'' da mani violente, è stato un tremore notare cosa quelle mani violente le hanno messo in testa.
E cosa si fa in questi casi? Cosa?
Cosa si dice? Come si agisce?

martedì 6 dicembre 2016

Non ce la faccio più, voglio il cielo blu

Se ci fate caso è una di quelle cose che nessuno chiama mai col loro vero nome.
''Era una brutta malattia'', ''era una  cosa molto brutta'', ''era quella cosa là''.
E' come se le persone, nominandolo senza alcun remore, lo sentissero d'un tratto più vicino, a due passi dal viso, a due passi dalla lingua che ha osato pronunciare.
Devasta piccoli, ragazzi, adulti e anziani. Senza distinzione e ad occhi bendati. Come quando si gioca allo schiaffo del soldato: noi tutti con le spalle al muro e lui batte un colpo sulle spalle di chi gli è più simpatico.
Mi fermo a pensarci spesso, specialmente nell'ultimo periodo.
Si è quasi terrorizzati dal suo nome. Quando su internet spiegano cos'è non ci sembra quasi mai una cosa tanto grande. E' quel nome che incute terrore, fa venire la tachicardia, ti fa sbarrare gli occhi dalla paura.
E' quel nome che dissesta l'ordinarietà, è tutto ciò che c'è dietro quel nome che ci sembra una galassia di mali, una sorta di via lattea completamente nera e buia, in cui a fluttuare c'è solo il nero della morte. Quando penso a lui, penso ad una sorta di buco nero che si dilata e risucchia l'essere di chi deve liberarsene per sopravvivere.
Ma cosa sei? E perché fai morire le persone?