domenica 25 giugno 2017

fermarsi a pensare



Ovunque io porti lo sguardo, ovunque io tenda orecchio, la mia mente sintetizza una sola unica parola, un solo ed unico messaggio che fa da input alle mie riflessioni: leggerezza.
Borbottano:''Nella vita ci vuole leggerezza'', consigliano:''Nella vita non devi essere pesante''.
Ma che ne sapete voi della vita? Che ne sapete, voi, della mia vita?
Ovunque, sul mio corpo, la mente scrive a penna nera: esigo leggerezza, esigo leggerezza, hai bisogno di leggerezza. Come se anche la mia mente avesse firmato una coalizione anti-me.
Ma come si fa ad essere leggeri? Come fate a mettere da parte i vostri mille pensieri, le vostre mille paure, il vostro vissuto, le vostre paranoie, i vostri dubbi, i vostri pregiudizi, le vostre impressioni, il vostro sesto senso, la vostra intuizione, il vostro spirito di dissociazione? Come fate ad essere leggeri?
Lo capisco adesso, scrivendo ciò che state leggendo, voi riuscite ad essere leggeri quando dovete fare i conti solo con voi stessi., quando non avete terze persone, nessuna spiegazione da dare, nessuno che vi metta in crisi. Non so se potete capirmi, non so se mi faccio capire.
Dicono, siamo leggeri quando prendiamo le cose così come vengono, senza l'ansia di dire di fare di chiarire di programmare. E invece, no, quella per me non è leggerezza. Quello è vivere per vivere, accontentarsi di come viene e se non viene come speravamo, continuare ad accontentarsi finché non si gira la frittata.
Nella vita ci vuole leggerezza. Ed io, leggera non lo sarò mai.

giovedì 22 giugno 2017

<< Non sente nessuno >>

Ma se la folla dice buttati
e tu sei su un precipizio
non puoi non buttarti
perché la debolezza è una mano
che fruga nel tuo stomaco e assottiglia i sensi
tanto da rendere flebile la cognizione della realtà.
Se la folle poi dice non buttarti
tu calati in te stesso a costo di non vivere il reale
che non esiste, se non solo nella tua testa
questo concetto sdradicato dalla tua sensibilità.
Ma se la folla ti dice buttati
non fingere di non esistere, sei tangibile come la tua voce 
i tuoi passi, le tue partite, le tue pillole
e se la folla ti dice buttati
tu buttati, in qualunque cosa possa distrarti dall'incoscienza del tuo vivere
la maria, le poesie di Pasolini, quelle di Pavese
qualunque vizio si possa rimediare
al limite, alla fine, di questa tua vita.
E se questo non bastasse a farti vivere per conto tuo
tu sai che fare. 
Tu sai che farne. 


martedì 20 giugno 2017

Forse, non m'importa

Vi siete mai sentiti come se la soddisfazione di tutto ciò in cui riuscite dipenda da altre mille cose, e mai da voi? Come se la soddisfazione fosse vostra, ma non lo è mai veramente.
Come se foste totalmente estranei a voi stessi e solo con mille e mille gratificazioni voi vi destaste da quel senso di stordimento.
Non avete piacere di voi stessi, avete piacere solo delle moine che gli altri fanno parlando di voi.
Vi siete mai sentiti insoddisfatti, ma non perché potevate dare di più, ma perché qualunque cosa voi facciate non è mai per voi ma per un briciolo di elogio?
Arriva quel momento della tua vita in cui nessuno più ti elogia, devi elogiarti da solo. Arriva quel momento della vita in cui bisogna crederci, e io, lo dico con franchezza, non riesco più a crederci.

domenica 18 giugno 2017

La rivincita dei non ricchi di spagna

Questo post è stato scritto in un momento di importante crisi di portafoglio.
Per cui, si sconsiglia di prendermi seriamente. O forse no.


Mia madre dice sempre che chi non ha mai avuto i soldi nella vita, fa di tutto per averli e alla fine ci riesce. Ci riesce e ne conserva quanti più ne può, perché è ossessionato dall'idea di accumulare e averne sempre nei momenti più particolari.
Mio padre invece dice sempre che chi non ha mai avuto i soldi nella vita, fa di tutto per averli e una volta che ci riesce li sperpera tutti quanti, indistintamente. E finisce per diventare come i classici ''ricchi di spagna'': soldi, soldi, soldi, sfizi, sfizi, sfizi, soldi, soldi, soldi. Per mio padre è una cosa che si trasmette con cadenza irregolare, una generazione sì e una generazione no.
Ed io credo che sia fermamente così. Perché chi ha troppo e non dà niente fa crescere i propri figli con la voglia di avere sempre di più e di sprecare sempre di più, alla faccia di chi aveva e non ha dato niente. E chi cresce con genitori che non hanno regole, danno, danno, danno, senza pensarci più di una volta, o si impuntano e decidono di guadagnarsi ciò che vogliono o si lasciano andare alla mania dei genitori stessi.
Ma qualunque sia la genesi di questa teoria, qualunque sia la genesi dell'argomento ''chi non ha mai avuto i soldi nella vita'', debbo dire che se fossi io, se avessi così tanti soldi alla zio Paperone, col cazzo che starei con la taccagna di quelli che hanno e conservano.
In momenti come questi, desidererei avere tanti soldi da non preoccuparmi di niente: vacanza con gli amici? Andiamo. Trecento, quattrocento, cinquecento euro? Che cambia? Tanto ce li ho e me li mangio alla faccia vostra. Una macchina mia? E che fa. La finanziaria, l'assicurazione? Tanto sono ricca di spagna.
L'unico motivo per cui conservo, conservo e conservo, è per garantirmi nel futuro quell'arroganza dell'avere e del poter spendere, investire, sperperare.
Spesso, quando passa il mio ex fidanzato, a bordo della sua celeberrima bmw, regalata da papino, tutti i miei amici si voltano e mi dicono:''Il ricco di Spagna del tuo cuore!''.
Quell'arroganza, presunzione, ostentata ''ricchezza'' mi incattivisce. Mi incattivisce, nel senso non proprio del termine. Sbatti i tuoi duecento euro nel portafoglio ogni sabato sera a me che ne ho dieci/venti? Stupendo.
Tra dieci anni c'avrò i milioni. Nel quartiere più bello di Milano. La Michael Kors (non quella di dieci euro) e le Louboutin che adesso si equiparano a due stipendi di papà. E tu rosichi.
Perché hai sempre avuto tutto e ti manca la cazzimma. Ti manca la determinazione, l'orgoglio, la rabbia di chi ha visto gli altri pieni e punta in alto.
Succhiate, ricchi di spagna figli di papà.

giovedì 15 giugno 2017

Adesso sono qui

Adesso sono qui
Adesso sono qui da qualche anno
qui, lontano da dove mi hai lasciato
vicino a ciò che mi è rimasto
e tra le mie braccia stringo il sogno di ciò che non sono diventato.

mercoledì 14 giugno 2017

Dentro è come fuori

''Waited on you for so long, too many days since January
I'm still sitting here alone
we should have did this already.''
Il calore.
La furia.
Il sudore.
L'irrequietezza.
Non riesco a stare ferma.
Non riesco a muovermi più di così.
Rimbombano nella mia mente momenti vecchi di anni, indelebili, incancellabili, che vomito fuori dalla mia mente a fatica.
Ti odio, ti odio, ti odio.

domenica 11 giugno 2017

Immergiti

Dare alla luce ciò che vive nella nostra mente.
E' questa la cosa più bella del potere di creare.
Dare la vita ad un modo di essere, ad un modo di vivere, ad un modo di sembrare che cova nella nostra mente e dargli un nome, un'entità, una nazione, un ideale, che non è solo immaginazione.
Non solo irreale, ma surreale.
A volte mi piace pensarli come persone nate da me ma completamente estranee al mio mondo.
Parlo di Yulian e Gioia, a Roma, che odiano se stessi, la loro città, la loro famiglia. O di Jonathan che rivive l'esperienza del carcere giorno per giorno, pur se oramai è passato, pur se oramai è lontano dalle palazzine che lo hanno condannato. O di Angelica e Gianluca, che si sono conosciuti e riconosciuti ma che oramai ''è andata così''. O di Lena che non c'è più, o di Miss Jane, cameriera di colore nel primo dopoguerra. O di Davide Mezzanotte o di Elsa e suo fratello, rintanato in un vizio che lo rosica giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino ad estinguerlo completamente.
Mia madre le chiama storie, ''stai scrivendo una storia?''. No.
Sto scrivendo delle persone. Delle persone che sento vive, attorno a me. Persone che faccio rivivere appena metto dita sulla testiera del pc.
E quante di queste persone ne ho perse, quante ne ho dimenticate e quante mi piace non ricordare affatto. Come, ad esempio, Emily. O Angelique, o Lavinia, o il signor Antonio e Lady Nikky.
Nella mia mente ci sono posti, persone, vite vissute, vite mancate, vite distrutte, vite morte. Ed è come se le avessi vissute tutte allo stesso modo, con la stessa intensità con la quale vivo la mia realtà.
E' questa la cosa più bella dell'essere in grado di scrivere e dare sfogo ad una fantasia che impregna la nostra percezione di vero.

venerdì 2 giugno 2017

hospital for souls

Qualunque sia il tuo problema, fai prima a risolverlo da sola, o a non risolverlo affatto.
Perché se aspetti un segno, una mano, una piccola parolina o un piccolo sacrificio, nel frattempo che arrivino ti è caduto il tempo addosso e sei in stato di decomposizione da qualche settimana.
Non dipendo da nessuno, qualunque cosa io voglia fare, la faccio da me, senza l'intromissione di alcuno. Eppure, mi irritano. Mi irrita.
Mi irrita dover sempre essere per gli altri quello che gli altri non sono mai per me.
Lo stesso discorso che pongo lo potrebbero fare altre mille mie ''vittime'', ma l'unica cosa che mi viene da dire adesso è: ma porcogiuda.
Costa a voi tanto quanto costa a me, e perché non lo fate costare? Perché devo fare sempre tutto da me?
Voglio allontanarmi da questo mio senso di solitudine e di abbandono e la gente più mi ci butta dentro. Più emergo e più mi fanno affogare.
Non voglio essere sola. Non voglio neanche pensare di poter esserlo, ma ciononostante, io, mi sento sola.
E poi sussurrano:''Tu non sei sola''. E allora perché sono sola in tutte le cose che mi tocca fare? Non sono sola? Eppure così mi sembra.
Ma non fa nulla, ho diciotto anni, la pelle dura e una testa di merda che sopporta, sopporta, sopporta, e quando non sopporta più, fa finta di sopportare.
Continuo con me, con la mia strada. Continuo a leggere e ad indispettire la mia mente.
Sono persa.
Ma piuttosto che trovarvi, preferisco perdermi quanto più ci si possa perdere in se stessi.

Un lato di me che neppure io comprendo

- Tu con me non ci parli mai. Tu con me non ci parli mai. Tu con me non ci parli mai, con me non ci parli.
- Ma non è colpa mia.
- Tu con me non ci parli mai.
- Ma è più forte di me.
- Tu con me non ci parli mai.
- E cosa posso mai dire?
- Tu con me non ci parli mai. Tu con me non ci parli mai.
- Ma non lo faccio di proposito.
- Tu con me non ci parli mai. Tu con me non ci parli mai, con me non ci parli.
- Io con te non ci parlo mai. Io non parlo mai con nessuno.

Ci pensi mai?

Tratteggio sul mio corpo i punti in cui amavi toccarmi
vorrei non scordarmi mai delle tue mani su di me.
Ricalco le mie labbra con le dita
chiedendomi come sarebbe adesso
dopo tanto tempo, stare qui con te.
Mi chiedo dove sei, che fine hai fatto
se sei ancora come eri o se sei cambiato.
Se sei diventato adulto o se hai ancora
le mani di chi ha solo diciott'anni, se sei un uomo adesso
o giochi ancora con il cuore delle bambine che ti piace avere intorno.
Vorrei riconoscerti adesso, vorrei poter sapere se proprio adesso mi ameresti
adulta come sono
disillusa come sono diventata.

lunedì 29 maggio 2017

Fermati

Non me ne ricordo.
E' stato il periodo più brutto della mia vita e non me lo ricordo.
Non so dire quando è iniziato, perché è iniziato, quando è finito, se è mai finito.
Non me lo ricordo.
Ma so di avere avuto il periodo più brutto di tutti solo in momenti come questi, in cui piccoli flashback mi fanno sussultare dalla paura.
Chiudo gli occhi e vedo il sangue, chiudo gli occhi e mi vedo piangere con le mani sporche.
Non so dire cosa successe. So, ma non so dirlo.
Piccole immagini che mi bloccano il respiro. Ero io? Quando è successo? Ero io?
Il più grande mistero per me e per gli altri, sarà sempre il mio passato.

Tu, con me non ci parli mai

Il malessere è il mio circolo vizioso.
S’infrange sui miei occhi e chiede, solo e saccente
credevi fosse finita tra me e te?
La psichiatria fa tabula rasa
innocente e sveglia, sussurra
credevi di essere un caso clinico, per me?
E la mia voglia di parlare ripiega su se stessa
e raggrinzisce le mie mani, che si nascondono, sfuggono al tocco degli altri
e, facendo un passo indietro, inciampo sul cosa dire e sul come fare.
Resto ferma.
Arrivo, voi andate. E invece m’impianto qui, adesso, con me
a fare finta di non sentirmi sola 
a pensare a cosa dire per sembrare meno sola.


sabato 27 maggio 2017

Lettera ai miei fratelli


Lettera ai miei fratelli

Abbiate sempre il coraggio di essere voi stessi. Non abbiate mai paura di dire, d'imporvi, di difendervi.
Difendetevi sempre, sempre e comunque. Sappiate riconoscere il momento giusto per difendervi e sappiate sempre quali armi usare, nel bene e nel male.
Non abbiate mai timore di voi stessi, conoscetevi, riflettete sul vostro essere e fate vincere le vostre qualità. Non importa cosa dicono gli estranei, i conoscenti, le persone che vanno e vengono nelle vostre vite, siate in grado di essere pienamente voi stessi in tutte le sfaccettature della bellezza che conservate nella vostra anima.
Crescete. Sbagliate. Mentite. Chiedetevi il perché, chiedetevi il perché non. Credete sempre nei vostri valori e non lasciate che qualcosa possa distrarvi dalle cose che vi fanno dormire sicuri la notte.
Crescete e non dimenticatevi della famiglia. Crescete e non abbiate paura di vedervi cresciuti. Non lasciatevi impressionare da niente, piuttosto fate sì che questa impressione vi renda più sicuri, più pronti, più vigili. Sappiate difendervi l'un con l'altro, perché il valore della famiglia è l'unico valore che perdura nel tempo. Magari partiremo, ognuno avrà la sua vita, andremo lontano, non saremo più incastrati nelle stesse pareti della stessa città, litigheremo e la nostra famiglia diventerà la vostra famiglia - vostra moglie, i vostri mariti, i vostri figli -  eppure, un pezzo del nostro cuore avrà sempre i nostri nomi.
Sperimentate, capite voi stessi, maturate, lottate per ciò che volete nella vostra vita e nella vita di chi vi vuole bene.
Vivete la vostra vita pienamente e non rimpiangete mai niente: non lasciatevi niente alle spalle e non ostacolate il vostro stesso cammino. Che i ricordi, le emozioni, le foto nell'album di famiglia, possano passarvi davanti agli occhi ogni volta che vi sentite soli. E se vi sentite soli, lasciate che la solitudine vi abitui alla solitudine della vita.
Non lasciate che gli altri vi trascurino, né lasciate che il vostro magone vi faccia trascurare la vostra intelligenza, il vostro corpo, la vostra anima.
Imparate a guardare il bicchiere mezzo pieno e imparate tutti i mille sotterfugi per essere felici. Il primo di questi, è voler bene a se stessi.
Non abbiate paura di chi vi punta il dito, di chi vi giudica , di chi vi offende o di chi vi umilia.
Sì, non avete torto: questo mondo fa proprio pena. Ma se mai accadesse, crediate ancor di più in voi stessi e siate ancor più determinati nella vostra ragione d'essere. Non avete nulla che non va, non avete nulla di umiliante, nulla che valga la pena non avere. Esistete, avete vita, respirate e ridete.
Non lasciate che vi tolgano il sorriso.
Non correte dietro a nessuno, non siate schiavi di nessuno. Né schiavi di qualcosa. Non abbiate vizi e ossessioni, siate contenti nella vostra quotidianità.
Sappiate sempre accontentarvi di avere voi stessi, fate sì di essere sempre in pace col vostro modo d'essere e coi vostri rancori e coi vostri difetti e con le vostre mancanze.
Rispettatevi, e fatevi rispettare.
Non cadete in basso e fate sempre prevalere i valori che ci sono stati insegnati: la cortesia, la gentilezza, la bontà. Sarete rivendicati, se vi faranno del male.
Non limitatevi mai a niente, non legatevi a quel che non vi rispecchia, non sprecate la vostra intelligenza né il vostro essere perle in mezzo al mare. Non legatevi mai. Nemmeno a me, nemmeno a mamma, nemmeno a papà. Siate liberi, siate liberi nell'immensità di questa terra e fate sempre di testa vostra. Non siate burattini di nessuno, né in bene e né in male. Siate chi volete essere, non accontentate gli altri, accontentate i vostri sogni, i vostri obiettivi, le vostre aspirazioni, ciò che vi chiama a sé.
Vogliate sempre bene a voi stessi, contate sempre sulla vostra famiglia. Perché nonostante i mille problemi, i mille scheletri nell'armadio, le mille strade frastagliate che stiamo tutti riedificando a poco a poco, solo noi, solo noi, la vostra famiglia, vi vogliamo bene anche più di quanto possiate volere bene a voi stessi.
E anche se incattiviti, sapremmo sempre volerci bene.

lunedì 22 maggio 2017

Me per tre

Mi vedi fiorita dall'altro lato della strada
osservi me.
Osservi e pensi, che forse non ero solo erbaccia.

mercoledì 17 maggio 2017

Con la bocca sull'orecchio, non chiamare il mio nome

Ondulano i miei capelli sul tuo viso
e le tue mani lasciano scie di freddo sulla mia schiena
nuda, spoglia, inconsapevole dei tuoi pugnali.
Pensavo mi spingessi contro di te
contro la tua bocca, contro i tuoi baci;
pensavo mi volessi
ed era solo un modo per accoltellare in pieno,
nel punto giusto, qui. A metà schiena
a metà del mio esistere, a metà dell'istinto di difendermi.
E mentre piangevano le mie dita sul tuo viso e la mia bocca sulla tua
intanto scorreva, scorreva giù per il mio corpo, sangue rosso nero
e a me mancava la paura, mancava l'allarme
mancava il dissenso, il mio assenso
la mia coscienza.
Un punto all'amplesso, e mi mordo la guancia.
Se non ti senti amato il sesso non conta niente.

sabato 13 maggio 2017

E' una cascata di parole


E’ una cascata di parole.

Scorrono nella tua mente e sta a te afferrarle e bagnartene le mani.
E’ un flebile suono che ti accarezza delicatamente le orecchie mentre, ad occhi chiusi, lasci le mani in balia dell’acqua che purifica, si trascina via l’asprezza della forma delle tue vene che pulsano ancora sotto i polsi.
Le parole s’infrangono sul tuo corpo e penetrano a poco a poco, centimetro in centimetro, e dentro te? Quiete.

venerdì 12 maggio 2017

Mi scuso con me stesso perché questo rende grandi



Maggio.
L'afa, le improvvise vampate di calore, l'improvviso rabbuiarsi delle nuvole che mai son state così irrequiete il mese di maggio.
La festa della mamma, le rose sbocciate che tempestano i balconi degli stretti quartieri che vedono passare bambini coi supersantos, anziani a braccetto con le loro nipoti, mamme che tengono per mano i bambini con la voglia di correre, urlare, giocare.
E' così diverso dall'inverno. A febbraio c'ero solo io, qui, sulla panchina. E questo affollarsi di rumore, di colore, di vita, mi costringe a risvegliarmi, a destarmi, dal margine di malinconia in cui precipito quando mi sento sola.
A volte mi sembra un pugno nell'occhio, questa mia tristezza patologica. E' quasi come se fosse un livido che si espande ogni giorno di più, in ogni centimetro in più. E quando meno me ne accorgo, spunta fuori, e mi si dice:''Ma cosa c'è? Che hai?'', e mi costringo scoprirmi e non dovrei, perché i lividi destano la curiosità di chi non li conosce, o di chi non li ha avuti scuri come i tuoi.
- Ma ti fa male? Come te lo sei fatta?
E toccano, premono le dita sulla macchiolina viola, sanno qual è il punto debole, lo scoprono, sapranno dove toccare, dove farti male.
E' uno sconforto dalle dimensioni oceaniche, è tutto un concatenarsi di canzoni, parole, poesie, di penna sul foglio e vorticosi graffi inutili su una tabula bianca, rasa, che soffre la franchezza di un vuoto di parole. Come se dicesse:''Fa come vuoi, fa ciò che vuoi, cuoricini, rombi, cubi, linee e disegnini, ma non scriverai. Non ci riuscirai''.
Ma qualcosa è cambiato, perché i miei occhi non mi ripetono:''Sei banale'', ma mi dicono e sussurrano:''C'è qualcosa in te che va scoperto, che va mostrato, anche se non sai di cosa si tratti. E finché non ci riuscirai, sarai banale''.


''Mi scuso con me stesso
perché questo rende grandi.
Non certo la barba, né arrivare a diciott'anni.
Tra drammi e gioie, sulla pelle ho alcuni danni
ma nel cuore porto tagli che non vogliono cicatrizzarsi.''

sabato 29 aprile 2017

Dislocazione

666, il numero di satana
l'ossessione del mese di aprile,
sei, sei, sei, sei sufficiente,
l'assassinio dei miei sensi
la gloria della mia intelligenza,
il simbolismo del mio ingegno
l'esulto del mio impegno, il momento del felice 6.

mercoledì 26 aprile 2017

Veloce, veloce

La fugacità del tempo.
Presto, presto, presto. Devo fare presto.
E’ tardi, è tardi, è tardi. Non posso fare più niente.
La nostra vita è in totale funzione del tempo che passa, della sabbia che scorre nella clessidra e a volte crediamo di poterlo sopraffare. Crediamo di essere più veloci di lui e intanto il tempo passa e il treno parte, il tempo passa e ho perso il treno. Crediamo di poter prendere in giro il tempo e intanto lui gode. Gode!
‘’E’ tardi, è tardi, è tardi’’ e ride beffardo, maligno, perché sa di essere l’unica mano a giostrare la nostra vita. E più ci disperiamo di lui, più si gonfia il suo ego; più tentiamo indifferenza, più s’impunta e ci castiga. Non si può restare invisibili; il tempo passa e spazza via tutto quello che abbiamo: emozioni, possessi, tempo di, tempo per.

venerdì 21 aprile 2017

Brutto sogno

''E daije mille compless
comme sì già nun ne teness
ce stanno minut ca’ nun pens
e parlà sul che tennent’s.''
D'impulso.
Una strofa di getto, vorrei scrivere. Come le canzoni che ascolto, veloci, concise, cantate con la rabbia di chi ha qualcosa da dire e te lo dice senza sosta, con impeto, con trasporto, con l'aria di chi ti dice tutto, subito, senza ''censura'', senza gentilezze, in tre/quattro minuti.
Vorrei scrivere così, vorrei cantare anch'io così, senza fermarmi e chiudermi nel mio silenzio che seppure non sia fastidioso, non mi si addice.
In questo periodo mi manca trasporto. Non scrivo con trasporto, non studio con trasporto, non parlo con trasporto, ho i sensi appiattiti. L'unica cosa che mi trasporta con un minimo di interesse sei tu.
Sto commettendo un errore, ne son consapevole, ed ogni volta che apro gli occhi, chiudo il rubinetto dell'acqua, smetto di fantasticare, mi dico ''fermati, arrestati finché sei in tempo''.
Vorrei davvero che la realtà in cui ritaglio il mio ruolo di figlia, studentessa, amica, ragazza per i corridoi, sconosciuta per il centro commerciale, possa colmare questa necessità che ho di attenzioni.
Io non ho più niente da dire. Si è appiattita la mia vena critica, si è appiattito il mio credere in positivo o in negativo (semplicemente, non credo, vado a tentoni senza pormi problemi), si è appiattito il mio appagare me stessa nella presenza degli altri, si è appiattito il mio contare su chi mi sta attorno. Non patisco assenze.
Non ho più niente da dire. Impossibile? Magari sì. Sicuramente sì. Ma ciò che ho da dire non voglio dirlo, mi è inutile, mi è difficile e non mi gratifica.
A gratificarmi è l'idea di ascoltare, e non di essere ascoltata.
Sei così complicato, un passo avanti e cento indietro, un sotterfugio per colpirmi e due per ritirarti.
So che non succederà niente tra di noi, mi godo il momento, ''usufruisco'' di questo momento per non annegare nella totale noia di questo periodo.
Questo è ciò che mi dico, per difendermi dall'altro lato di me.
Aprile è sempre il mese più brutto dell'anno. E' sempre il mese in cui sono più apatica, arrabbiata, odiosa, silenziosa, avvelenata e sfortunata.
Bello vero? Cento righe di niente.
''Non ho niente da dire'', ma quando? Ma come? Perché mi prendo in giro?
Non so più scrivere.