giovedì 12 luglio 2018

Imparadisiarsi



La terra scivola sotto i miei piedi
o è il calore a farmi scivolare giù
nella mia fantasia.
Oltre il mio balcone c'è un'enorme distesa di rosso
milioni, miliardi, di papaveri rossi.
Schiocco le dita e diventano margherite
batto le mani e diventano orchidee
soffio sulle dita e diventano primule.
I piedi non calpestano, accarezzano i loro petali e i loro steli
e se chiudi gli occhi e abbandoni l'offensiva
la melodia più bella mai suonata rapisce gli istinti di protezione.
Corro su prati senza mai inciampare o pungermi di spine
sotto il sole che non cuoce la pelle come una volta
con un vento artico a portarmi i capelli in alto
fino alle nuvole, fino a branchi di angeli in volo.
Oltre il mio balcone è dove tutto può succedere
dove caldo e freddo coesistono
sole e luna si guardano faccia a faccia
aspettando che l'una lasci il posto all'altra.
Oltre il mio balcone, oltre i prati, le nuvole e gli angeli
c'è la fine dei miei pensieri scritti ovunque
la fine delle parole d'altri a ricomparire nella mia memoria
la fine dei disegni colorati a pastello sulle mura di diari segreti.
Oltre il mio balcone, oltre i prati
e i papaveri, le margherite, le orchidee e le primule
i colori pastello diventano penne in argento
i diari segreti, se ci passi un dito sopra, sembrano cambiare la loro pelle;
come i serpenti. Diventano agende, numeri, dati, liste, promemoria.
Da qui, vedo tutto questo
e il mio esercito di fantasia mi urla
ritirata, ritirata, ritirata!
E senza che accenni a spostarmi d'un solo passo
i fiori diventano carcasse e il vento mi volta la faccia.
Piove.
Ritirata, ritirata, ritirata!
Mi siedo nel bel mezzo di un temporale tra carcasse di uomini
non aprono neppure bocca eppure li sento perdersi poco a poco
come chi ha la gola strozzata ma tenta di liberarne l'ingorgo.
Riprendo la melodia da dove era finita, chiudo gli occhi e poggio le mani in alto verso sole
e luna e nuvole.
S'irradia la mia luce.
Schiocco le dita e sento margherite crescere sotto i miei piedi
batto le mani e sento orchidee allungarsi sulle mie braccia
soffio sulle mie dita e mi sento come ricoperta di primule e foglioline.
Oltre il mio balcone, oltre i prati, le nuvole e gli angeli
non c'è null'altro se non mille, milioni di prati rossi.

martedì 10 luglio 2018

Impossibilità di certezze assolute

Sono partita da qui e sono arrivata fin qui.
(Questa è l'introduzione al tema della mia tesina che ho presentato in commissione)



Impossibilità di certezze assolute


Un Viandante cammina lungo un sentiero. Con gli occhi volti al cielo ad ammirare stormi di rondini in cammino. Coi piedi a calpestare foglie che l'autunno lascia libere di volare. Le mani congiunte dietro la schiena, il passo d'un Uomo che non saprebbe cos'altro scegliere se non il camminare lentamente ed osservare quel sentiero come se non fosse solo un sentiero.
Il Viandante giunge ad un bivio: non sa dov'è che porti il sentiero alla sua destra, né sa dov'è che porti il sentiero alla sua sinistra.
- ''E adesso dove vado?'' -, il Viandante si chiede. E nella sua mente delle voci sussurrano domande, chiedono risposte; altre le ammoniscono; altre lo interrogano su dove abbia intenzione di andare.
- ''Calma'' -, dice a se stesso.
- ''Osserva''- s'impone.
Il Viandante osserva i due sentieri e gli sembrano uguali. La stessa luce, oscurata da nuvole presagio di una nuova pioggia, illuminano i due percorsi.
S'incammina verso destra. Non c'è orma, non c'è rumore; c'è silenzio.
Il Viandante decide di tornare al bivio e s'incammina verso sinistra. Non c'è orma ma uno strano sussurrio lo invita a procedere.
Il Viandante s'irrigidisce; si chiede di chi sia quella voce, si chiede se ci sia qualcuno al di là del bivio.
- ''E se ci fosse qualcuno con un'ascia pronto ad uccidermi e a derubarmi? E se questo sentiero fosse stregato? E se qualcuno mi maledicesse e questa sarebbe la via della mia perdizione? E se magari qualcuno vorrebbe che passassi di qui? Per farmi del male? O perché è questa la mia strada?'' - il Viandante si siede su un masso a pensare. E quei pensieri lo intimidiscono, lo angosciano, lo esasperano a tal punto da passare giorni seduto a pensare senza mai sapere quale fosse la sua strada.
In un giorno di intensa pioggia, il Viandante tenta di incamminarsi sul sentiero alla sua sinistra, chiedendosi se quella voce non fosse solo un'illusione, un mero scherzo delle voci nella sua testa.
La pioggia lo aveva stancato.
- ''Non ho certezza che questa sia la mia strada. Ma non ho certezza che neppure l'altra sia la strada su cui camminare. Cosa fare, allora? Restare qui a tormentare i miei pensieri? Piuttosto, seguirò il cammino su cui i miei piedi decideranno di camminare''.
Il Viandante prosegue verso sinistra. Cammina tra foglie secche e fanghiglia. I giorni passavano e il Viandante, tanto perso nei suoi pensieri, non s'era neppure accorto del sole che era tornato ad illuminare il suo sentiero.
- ''E' questo il mio sentiero? E' qui che dovrei camminare? E se avessi sbagliato al principio del mio cammino? E se non dovessi trovarmi qui, adesso; e se avessi perso solo tempo? Già, il mio tempo. Magari ho solamente sprecato tempo. Magari se avessi scelto il sentiero sulla destra, non avrei camminato invano''.
Intanto, primule fiorivano sull'erbetta ai piedi degli alberi in fiore; gli animali si svegliavano dal loro letargo. E se il Viandante avesse chiuso per un momento gli occhi e se avesse tacitato quei pensieri che affollavano la sua mente, avrebbe potuto sentire lo scroscio dell'acqua di un fiume poco lontano, il cinguettio dei passeri che zampettavano qua e là.
Beatitudine, se solo avesse ascoltato: sarebbe bastato un minuto di quiete e la natura del sentiero avrebbe acquietato il suo animo in un vorticoso dubitare.
Il sentiero sta per finire: il Viandante s'accorge di stare per arrivare ad un nuovo bivio.
Un uomo gli dà le spalle e il Viandante non sa chi sia, né perché si trovi lì, né perché abbia incontrato proprio quell'uomo.
- ''Perché è qui? E' un viandante in cammino? E se volesse uccidermi proprio adesso che è finito il mio sentiero?'' - il Viandante s'interroga. S'avvicina all'uomo, che si volta e sorride.
L'uomo guarda le sue scarpe logore e gli dice: - ''Beh, lei ha camminato tanto. Ma ne è valsa la pena: questo è uno dei sentieri più belli che io abbia mai traversato.''
Il Viandante non sa di cosa l'uomo parli, poiché, preso dall'ossessiva volontà di avere la certezza di star camminando sul sentiero giusto, non si è accorto della bellezza del suo viaggio.
Il Viandante guarda l'uomo tirando la bocca agli estremi, simulando un sorriso, si siede su un masso e incomincia a pensare verso quale nuovo sentiero deve incamminarsi.

We watched the sunset over the castle on the hill




Sono passate settimane dal ventotto giugno, il giorno in cui ho sostenuto l'esame orale. E in tutto questo tempo, tra un libro e l'altro e tra una sigaretta e l'altra, non ho mai avuto la convinzione di dover scrivere. Mai fino ad ora: mi ci sono preoccupata tanto e adesso, con una certa lucidità, posso dire che l'esame di maturità è stata una bella esperienza.
Sconvolgente della prima prova è stato il brano di narrativa nell'analisi del testo poetico; della seconda prova è stato eccitante dover tradurre Aristotele; della terza prova mi hanno agitato i calcoli di matematica e soprattutto i miei vuoti di memoria. L'esame orale poi ... il commissario di greco latino mi ha vivisezionato al punto che il mio amatissimo professore di storia e filosofia ha esclamato ai miei amici in aula:''A momenti Giovanna la picchierà''.
Il mio esame orale non è stato una passeggiata, la commissaria di scienze mi ha fatto fare degli esercizi di chimica che a dirlo adesso non so neppure cosa siano! Tutto sommato, me la sono cavata. E proprio conversare con la commissaria di scienze non è stato come essere in esame, ma è stato come fare lezione in classe. Io scrivevo gli esercizi e mi ha messo nella condizione di correggere i miei stessi errori.
E' stata una bella esperienza, durata un'ora e mezza, ma pur sempre bella ed istruttiva.
Appena concluso il mio orale son corsa fuori. Ho fumato tre sigarette di fila e credevo di essermi giocata tutto: pensavo agli esercizi di chimica o al fatto che la prof contestasse qualunque cosa riguardo il mio punto di vista e mi dicevo che i miei punti allo scritto sarebbero valsi a poco. Fin quando la mia professoressa di italiano mi ha sussurrato:''Brava, hai fatto un bell'esame. Hai mostrato la tua maturità e la commissione ti ha premiato''.
E che bel premio. 90/100.
Immaginate la mia faccia alla vista di quel voto.
Mi sono sentita appagata, soddisfatta, in pace, orgogliosa di me. Ho studiato tanto, notte e giorno si direbbe, cercando di non trascurare nulla. E' stato un voto inaspettato ed ovviamente sempre desiderato.
E spero che questo sia solo uno dei miei tanti successi, solo il primo step di una strada sempre in salata e sempre piena di vincite.
Mi mancherà tanto il liceo, perché il liceo è stata la mia seconda casa, il mio punto di riferimento. Mi mancheranno tantissimo le lezioni di storia e filosofia e di italiano. Ecco: sono ad un punto della mia vita in cui non so se rivivere il tutto e tornare indietro o se portare tutto con me ed andare avanti.
Avanti a me c'è un'incognita a cui spero di rispondere nel modo giusto. Però cazzo ... mi mancherà il liceo. Il mio liceo, la mia scuola, la mia classe, i miei compagni, i miei professori, la mezzaluna dove prima di entrare c'è la sigaretta fissa delle 8:00, l'angolo del progetto bookcrossing, i convegni in auditorium ... il preside e la presidenza. Le scale di emergenza. Le pizze della pizzeria a cinque passi da scuola. La sala professori, i bagni con le porte rotte, la professoressa C. le cui urla si sentirebbero a chilometri, la professoressa S. sempre alla caccia di chi fuma negli angoli della scuola, gli spalti in palestra.
Tutto questo mi mancherà e resterà sempre con me. Lo porterò nella mia memoria, nel mio vissuto, negli angoli più belli della mia anima. Ho amato gli anni del liceo. Io e il liceo abbiamo un legame speciale che non si spezzerà mai.
Io sarò per sempre Esposito Giovanna al primo banco terza fila sulla sinistra della cattedra. Un giorno, sarà tutto uguale ma mai così diverso: io dietro la cattedra del liceo di cui sono stata studente.



mercoledì 30 maggio 2018

a house is not a home

io non sono più a casa.
la mia casa è volata via pezzo a pezzo
credevo non sarei arrivata a dire questo
a dire che non mi sento a casa a casa mia.
eppure solo questo voglio dire
io non sono più a casa
non c'è più niente qui
neppure la voglia di tentare
solo la voglia di andare via.

martedì 15 maggio 2018

Libero fluire

La sera i nervi si annodano e mi fanno sbraitare
pungo con i miei artigli ciò che urta distrattamente il mio umore.
Poi, guardi i miei occhi
e sembra stupido e scontato ma si sciolgono i miei nodi
vivo l'eterno e in eterno starei appoggiata al tuo viso
a non sentire più il peso delle parole premere sulla mia gola
a non sentire più il peso di quello che penso sulle mie spalle.
Fluido, scorre il sangue nelle vene
strano come tu abbia il potere di far cambiare me
di liberarmi dalla forma che odio di me.
Sembra stupido e scontato
ma se mi sentissi adesso diresti
che non è stupido e scontato
è solo bellissimo.

venerdì 4 maggio 2018

Lungo la strada

''Sai, da quando ho chiesto al tempo di essere meno lento, adesso chiedo a me di stare al passo ma non ci riesco.''

Sì. Io ho perso tempo.
Ho perso tempo prezioso ed ho preferito prepararmi a lavorare piuttosto che iniziare a lavorare. Ho perso tempo e ne sto perdendo tanto anche adesso, adesso che perdo tempo a dirmi di aver perso tempo.
Il tempo. E' volato. Sono passati mesi, fino ad arrivare a maggio ed io non me ne sono neppure accorta. Ho perso del tempo per fare dell'altro, eppure non significa che il tempo perso sia stato del tempo sprecato.
Quest'anno scolastico, il mio ultimo anno, il quinto, quello della maturità, è trascorso in momenti di studio e momenti di svago; momenti di noia e momenti di autodeterminazione; momenti che ricorderò come se fossero i miei primi momenti e momenti di sconforto, dubbiosi pensieri. Ho rivalutato me stessa, non sempre nel modo giusto, perché nonostante Io sia Io e nonostante io sia l'unica a sapere cosa davvero voglio, non so mai da che parte stare. Forse perché non mi sento in grado, non mi sento all'altezza, non so mai cosa vada bene per me finché non succede, finché non accade.
Il tema della mia tesina è: l'Impossibilità di certezze assolute.
E questo è il pensiero che ho maturato in questi mesi ed è questo il pensiero che mi porta, adesso, a cercare di prendere certe cose con una leggerezza che non ho mai posseduto. Non ho certezza di fallire, non ho certezza di avere successo, ho la certezza di voler tentare e in qualunque modo vada, io so di aver tentato.

''Da sempre io punto all'eccellenza e se devo avere poco, scelgo di avere niente''.

Sì. Preferirei avere niente.
Ne ho tantissimi di difetti e ne ho tantissime di strane convinzioni, eppure nella mia vita è stato sempre così: o tutto o niente. Niente mezze misure, le cose a metà non mi piacciono e non mi piaceranno mai.
Quest'anno scolastico è stato un anno ''travagliato''. All'inizio non mi è stato per niente semplice conciliare lo studio con le responsabilità che ho a casa quando i miei genitori sono a lavoro.
La verità è che non ho mai studiato così poco.
E oggi la professoressa di italiano, in preda a una giusta ramanzina, ci ha chiesto di vedere cosa c'è nel nostro sacco. 
Un esame di coscienza trasparente, senza specchi e senza inganni, io e il mio raccolto.
Le letteratura italiana del quinto anno per me è un mistero. Mettendo da parte stralci di pensiero di diversi autori, che appunto sempre durante le spiegazioni in classe, io ne so poco e niente. In realtà mi dispiace un po' perché la letteratura italiana è sempre stata la mia passione, tanto da pensare di iscrivermi a lettere dopo il liceo. Da qui, un'altra incertezza del mio avvenire: io voglio insegnare. Insegnare sarà il mio mestiere perché nella mia vita la parte più bella di me è stata affinata dall'istituzione scolastica. La mia professoressa d'italiano delle scuole medie e la mia professoressa di italiano dal secondo al quarto anno di superiori ed il mio idolo, il professore di storia e filosofia del quarto e quinto anno, sono stati punti fondamentali della mia formazione scolastica e non.
Sono loro i miei punti di riferimento ed anche io vorrei avere la possibilità di essere per altri un punto di riferimento così importante.
Io credo nell'istituzione scolastica nonostante ne odi le gerarchie, il lungo tempo in cui arrangiarsi per poter infine avere una cattedra e questo nuovo modello di scuola che dà troppa importanza a cose inutili: l'alternanza, prima fra questi, tremila progetti per avere un credito neppure sufficiente, visite al teatro ed uscite didattiche che poche volte servono a qualcosa.
Credo nell'istituzione scolastica e da alunna vorrei diventare insegnante. Ne sono capace? Ne sono all'altezza? Non lo so. Ma so che questa è la mia inclinazione.
La mia inclinazione però deve riversarsi in una scelta, che agli occhi degli altri può apparire semplice perché - giuro che così mi è stato detto - le due facoltà a cui sono orientata sono ''uguali''. Spiegatemi adesso se lettere classiche o moderne e storia sono la stessa facoltà. Perché a parte degli esami comuni, sono due indirizzi che camminano paralleli: l'uno ha bisogno dell'altro, ma sono comunque paralleli.
Nelle materie scientifiche ho sempre fatto pena e in realtà non so quanto me la caverò agli orali. Scienze è esterno e fisica e matematica sono in commissione interna: ho lavorato molto per l'interrogazione finale di scienze e devo dire che mi sono presa delle belle soddisfazioni. Okay che il voto non fa la persona, ma ricordo un compito di chimica svolto al secondo anno (in cui presi 3 -) e mi viene in mente l'interrogazione di giovedì scorso (8 brillava sul registro, mancava poco che piangessi).
Storia e filosofia sono i miei cavalli di battaglia, soprattutto storia. Amo la storia e il mio studio non finisce mai: anche quando smetto di studiare, RaiStoria è quello che mi serve per rilassarmi, e ci riesce benissimo.
Storia dell'arte l'ho sempre odiata e sono felice che non sia materia d'esame. Soprattutto se ricapitolo il programma di quinta: il Romanticismo (che d'accordo, è di una bellezza infinita. Il romanticismo francese è di quanto più bello si possa ammirare) e le varie avanguardie storiche, di cui mi è piaciuto solo l'Espressionismo dei Fauves (consiglio Armonia in rosso di Matisse).
Da quando il nostro caro professore di latino e greco ci ha insegnato a leggere con attenzione prima che gettarsi a capofitto sui dizionari, alla ricerca di stralci di versione, ho imparato a tradurre molto meglio. Il latino mi piace tanto, la letteratura latina inoltre è tanto ma tanto più interessante della letteratura greca: non so perché, ma dagli albori della letteratura greca e latina, che si incomincia al terzo anno, ho sempre visto il mondo romano più pragmatico rispetto il mondo greco, anche se è la Grecia la culla della nostra cultura.
Ho studiato, in fin dei conti, non come l'anno scorso, ma sicuramente in modo fruttuoso, per fortuna.
Non vedo semplicemente l'ora di diplomarmi: voglio lavorare, avere qualcosa di tasca mia e finalmente scaricare questo stress pre-esame e questo stress che annuncia l'imminente fine del mio percorso da liceale.
Sono passati cinque anni e sono maturata tanto, ho ancora tanto da imparare ma non ho fretta: il cammino dell'uomo trova fine solo alla morte ed ho deciso di godermi ogni istante del mio viaggio.
Godrò delle opportunità, delle occasioni, non mi abbatterò se non andrà come previsto, non annegherò di nuovo in mille dubbi che mi distraggono dall'obiettivo finale: fare ciò che mi piace, essere chi sono, dire ciò che penso, diventare chi voglio diventare.
Ho il mio obiettivo di fronte a me e non lascerò che né io né nessun altro me lo annebbi. 
Questa è la mia vita e la protagonista sono io.

venerdì 20 aprile 2018

Nessi e compromessi

Fumo per tutta la noche
penso ad un modo per andarmene.
Ballo un mambo con la morte
giro Santa Maria per rinascere.
Ne accendo una per chi non c'è più
una per chi se ne è andato via.
Lungo le coste di Malibù
la mia voce segue quella melodia.
Sai che ho la testa sulle nuvole
che non ho intenzione di scendere.
Non ho un piano, né schema, né regole. Non avrò mai niente da perdere.


Ho sempre voluto avere il carattere di mia madre.
Soprattutto se penso: di avere gli stessi occhi di mio padre e la stessa forza di mio padre - di stesso modulo e di verso opposto -.
Risolutiva, immediata, veloce, determinata, senza schemi e regole, libera nel libero fluire istintivo delle azioni. 
Così è mia madre, così non sono io.
Il mio intelletto procede per sezioni, successioni; filtra il materiale quotidiano attraverso limiti, postulati, regole di precedenza, schematizzazioni ed eventi pianificati.
Il mio intelletto è una macchina e la mia sensibilità non è né eretta nella sua impostatura né fredda e pianificatrice come la mia mente.
La mia mente è una torre in cui ascensori salgono, scendono, si bloccano, sbagliano piano e mi costringono a trovare nessi e compromessi per fare bene ciò che la mia mente deve saper fare: ragionare.
La mia sensibilità è invece quel fuoco che distrugge la mia torre indistruttibile e sì, mi grida un messaggio nelle orecchie che risuona quando la mia anima non ha voce: stai sbagliando tutto. Tu non sei il tuo artificio.
Alla resa dei conti, è sempre la mia sensibilità ad essere la causus belli nella mia mente. La mia giornata è un piano, uno schema e la regola che deve essere rispettata ne è una: rispettare l'intero piano, per filo e per segno.
Mente metodica ed analitica, così una persona che ho smesso di conoscere mi ha definito. Se magari funzionasse come si deve, la mia mente.
Se lasciassi le cose succedere da sé, se dedicassi il tempo non a pianificare ma a lasciarmi andare, magari la mia mente funzionerebbe uniformemente, bilanciando mente e sensibilità, istinto e ragione. E no, non sarei tranquillo, perché la tranquillità è privilegio di pochi momenti.
Almeno non sarei in bilico ma in equilibrio, non in tranquillità ma neppure in tensione.

giovedì 29 marzo 2018

La via del vuoto


La via del vuoto non ha destinazione.
Sembra non finire mai. Cammini, fino a stancarti i piedi e ti sembra di essere sempre a metà strada.
E ad ogni passo in più maturi l'idea di star camminando a vuoto: la via del vuoto non porta ad alcun vuoto, è essa stessa un vuoto lacerante che ti indebolisce ad ogni fosso, ogni strettoia, ogni desolata strada. La via del vuoto è il percorso primo dell'uomo; e nonostante le infinite volte che l'uomo la percorre, non si impara mai la direzione né il senso del viaggio né il modo di camminare senza farsi troppo male.

venerdì 23 marzo 2018

La confessione

Non ricordo quanti anni avessi; ma ricordo quella stanza, quelle tapparelle chiuse e la porta chiusa a chiave.
Non so quanti anni siano passati, ma ricordo chi, quando, dove, come. Il perché l'ho ignorato per tutto questo tempo e solo adesso ho trovato la risposta al mio perché.
Non so dire se quel momento l'ho ricordato per tutta la vita o l'ho dimenticato per tutta la vita.
Comunque sia, quel momento è celato dentro di me e in certi istanti, fa male da morire. Fa un male che mi sale da dentro e mi arriva alla gola, mi appesantisce il petto, mi incatena, mi fa impazzire.
E' un male che non ho mai saputo gestire e non saperlo gestire, adesso, lo rende un male abnorme dentro me. E' come una marea di fumo che quando arriva mi soffoca e mi annebbia la mente di niente se non di furiosa insofferenza, di cospicuo mal di vivere, di malinconia.
Sono lontana dai pensieri cattivi, adesso, ma l'affacciarsi di nuvole grigie mi pone in uno stato di ansia e agitazione, che mi fa temere per me e per quello che sto costruendo passo a passo, con la pazienza che non ho mai avuto e con l'amore che non mi è mai stato dato.
Io ne ho fatte di cazzate nella mia vita. Un po' come tutti, un po' come nessuno.
E sono pentita di tutto e sono contenta di niente. Cancellerei la mia vita dal punto zero alla mia morte e sono sicura che se rinascessi, qualcosa l'avrei capito prima. Avrei evitato di gettarmi in attimi di cui adesso sono pentita a denti stretti. Avrei evitato, avrei evitato, avrei evitato, perché adesso cancellarli dalla mia mente non è come cancellarli dalla mia coscienza.
Io sono i miei pesi e i miei contrappesi. E potrei dire che nella mia vita ho fatto di tutto per funzionare come si deve. Il mio cuore è un marchingegno in sicurezza con password, allarmi, linee di limite, confini da ciò che sono stata e ciò che voglio essere.
Io sto bene. Davvero, sono felice. Ho imparato a ragionare con me stessa. Ma quando ripenso alle cazzate che ho fatto mi viene da nascondermi, difendermi, nascondere ogni prova per dimostrare che passato è passato, quella ero io e questa sono io. Ma quando ripenso alle cazzate che penso mi viene da piangere, basta una goccia a far traboccare il vaso e piango dal nervoso, dalla pressione, dalla paura che tutto mi cada addosso all'improvviso. Ma quando ripenso a me, alla mia coscienza, alla mia intima intimità, mi viene voglia di sputarmi in faccia. Perché io non dovrei essere qui a rimuginare, non dovevo fare le miriadi di cazzate che ho fatto, stupida, stupida, stupida. Stupida, cretina, imbecille, stronza.
Ne avessi fatta una buona.
Perché quando ripenso a quello che succedeva in quella stanza chiusa a chiave, quando nessuno c'era, apriva, bussava, a me viene voglia di correre nel tempo ed arrivare lì, a quel primo momento, e distruggere quella stanza, distruggere quella porta, lasciarmi libera come non l'ho fatto prima: come non l'ho fatto quando la prima volta ho trascorso minuti senza dire una parola, con gli occhi chiusi, la bocca serrata e la mente da un'altra parte.
Perché io voglio essere migliore. Voglio essere migliore come lo sto diventando adesso. Voglio essere di un migliore sentito, di un migliore mio, di un migliore che si genera dal buono che stava spegnendosi prima di arrivare fin qui.
Io sono arrivata fin qui, con tutto quello che potevo fare, con tutto quello che potevo dire, con tutto quello che mi ha fatto stringere i denti ed aprire gli occhi, con tutto quello che ho sopportato ad occhi chiusi e con la mente altrove, pensando solo ad una cosa: a vivere, a vivere con la serenità che sapevo avrei trovato, a vivere per una cosa che stavo cercando e dopo tempo ho trovato. La tranquillità.
Perché sarà migliore - pensavo - ed io sarò migliore, come un bel film che lascia tutti senza parole.


mercoledì 21 marzo 2018

Catarsi

Mi dici che penso spesso a cose brutte. Ed è così.
Non ho mai capito cos'è che mi porta a pensare sempre al più nero di tutte le tonalità di nero, eppure, proprio adesso mi rendo conto che il nero fa parte di me.
Nero è quello che è stato quand'ero bambina, nero è quello che è stato quando ero ''ragazzina''. Nero è quello che sono adesso.
No, non è realistico pensare che io sia nero. Io sono bianco, rosa, blu, arancione, verde, grigio, rosso. Ho una gamma vasta di colori manco facessi il tuo mestiere - l'imbianchino - e non è colpa mia se quando la tela si colora di grigio, io penso già al nero. Non posso farci nulla, è anche questa una parte del mio inconscio. E ho imparato, o sto imparando, a conviverci.
Proprio da questo mio conviverci nasce il mio pensiero. La mia consapevolezza. La mia sicurezza. La non-probabilità, ma l'assolutezza.
A volte ho quasi vergogna di rivelare i miei pensieri, ma quando il bisogno di dirteli si fa vivo sulla mia pelle, cerco modo di addolcirli.
Mi è capitato di pensare a se un giorno tu non ci fossi più. Se un giorno tu morissi.
Ecco, non spaventarti, mi capita di pensare spesso alla mia vita senza le persone più importanti della mia vita. Ho pensato a se mia madre o mio padre morissero, se morisse mio nonno, se morissero i miei fratelli. E più penso e più mi avvicino alle persone, più quelle persone per me diventano aria, acqua, cibo della mia vita. L'essenziale della mia vita. Inconsapevolmente.
Se tu morissi, io morirei con te. Morirei a metà: la mia parte di me morirebbe all'impatto, l'altra parte di me, quella che tu conosci, quella che è legata indissolubilmente a te, rimarrebbe viva, pur senza l'altra metà.
Ma vivere nell'incompiutezza non è vivere, in realtà: è solo una fase di incubazione alla morte.
Se tu un giorno non ci fossi, sembra stupido e scontato, io non avrei di che parlare, di che interessarmi, di che vivere. Non avrei di che pensare se non al fatto che tu non ci sia e la mia vita rimarrebbe statica, ferma, assopita, addormentata, fino a che il disfarsi della mia vita mi poserà su di una nuvola immensa di assenza.
E mente penso e mi distraggo, torni alla mia mente tu. E il nero scompare, la morte scompare, rimane la mia mente nuda, pura; tu per me sei catarsi.

sabato 17 marzo 2018

Rimpianti o rimorsi?

Se avessi avuto la capacità analitica di pensare, ragionare, schematizzare le situazioni; se imparassi a non agire e a non trascinarmi nel mio lugubre rancore; se potessi ritornare indietro di soli dodici ore e se in me vivesse il pensiero:''potrò pentirmi o non potrò pentirmi'', io non sarei come sono adesso. Non farei ciò che ho fatto adesso. Non mi sentirei come mi sento adesso.
Colpevole, stupida, degradata a quello che non sono.
Eppure le cose di cui ti penti smettono di essere un pallino fisso nella tua testa solo dopo che le hai fatte. E quando sbiadisce il rancore ti dici:''ma io cos'è che ho fatto? che casino è questo?''.
Adesso vorrei una sola cosa: chiudere gli occhi e aspettare che il rimorso passi e mi lasci stare.

venerdì 16 marzo 2018

Supplica alla pazzia




E' cagnat tutt' cos ma nun sì cagnat tu 
te puort appriess troppi' cos e dic ca' nun cia' faje chiù

ven e và e l'uocchie tuoije so' semp chill e' primm
sbalordit, mpressiunat, nun o' sapive tiemp primm?
O' sapive o nun o' sapive

t'è guardat sul e bracc
e itt ngap a te:''nun te preoccupà, e' cos cagnene''
e invece n'è cagnat nient fin e' mo'

e si me guard dint o' specchij pens sul aro' stong mo'?
Tu ca' te vist accis nderr o' liett

me puo' dicere qual è o' motiv, pcché n'è fatt nient?
E me dic ngap a me: ''chell a' fa' l'agg fatt ije''
comm faje a sta' quiet sì po' arint tien l'ansia?

Tien l'ansia p'ogni cos
m' scemunisc tutt e' vot.
E tiemp cagnene e sì cagnat pur tu 
ma staser quann chiur l'uocchie, allor, nun ce pensà chiù.

E' cambiata ogni cosa ma non sei cambiata tu
ti porti dietro troppe cose e dici che non ce la fai più
viene e va e i tuoi occhi sono sempre quelli di prima
sbalorditi, impressionati, non lo sapevi prima di adesso?
Sapevi o non sapevi
ti sei riguardata solo le braccia
e hai detto nella tua mente: ''non ti preoccupare, le cose cambiano''
e invece non è cambiato nulla fino adesso
e se mi guardo nello specchio penso solo dove sono adesso?
Tu che ti sei vista uccisa ai piedi del letto
mi puoi dire qual è il motivo, perché non hai fatto nulla?
E dici nella mia testa:''ciò che c'era da fare l'ho fatto io''
come fai a stare tranquilla se poi dentro ti assale l'ansia?
Hai l'ansia per ogni cosa
mi rincretinisci tutte le volte.
I tempi cambiano e sei cambiata anche tu
ma stasera quando chiudi gli occhi, allora, non ci pensare più.



venerdì 9 marzo 2018

Suona nella mia vita, ancora

Sei la parte più bella di me.
E non è una frase fatta, nè un qualcosa detto così, tanto per dirlo.
Sei la parte più bella di me.
In me luccicano i tuoi sogni, i tuoi desideri, i tuoi sentimenti, le tue parole.
In me vive ciò che resta di me solo quando sento le tue braccia stringermi.
In me vivono i tuoi occhi, il modo in cui ridi, la tua luce. E pure se a volte mi sento l'unica persona sulla faccia della terra, tu sei l'unica persona che vorrei sempre accanto a me, anche quando non è il momento.
Perchè tu non hai bisogno di parole per capire, ti basta guardare il mio viso; perchè per curare il mio umore ti basta guardarmi negli occhi e parlarmi piano, non con la voce ma con il cuore. Perchè di mattina il mio primo pensiero è sapere se sei già a lavoro, perchè di sera il mio ultimo pensiero è sapere se sei già tornato a casa.
Perchè in realtà ancora devo cercarla quella parola che mi fa sentire dentro di aver trovato ciò che racconta quello che provo per te: nessuna parola può dirmi qual è quella sensazione dell'avere le tue braccia attorno alla mia schiena e di chiudere gli occhi, beata, fuori dal tempo e dal mondo, fuori da tutto e fuori dai vortici che risucchiano i miei pensieri.
Chiudo gli occhi e mi culla il tuo volermi bene. Chiudo gli occhi e non sono mai sola, vicino a me, accanto a me, dentro me, ci sei sempre tu.


lunedì 26 febbraio 2018

Secretum

Attivata la sveglia alle 7:00.
Spenta la flebile luce sul comodino.
Si rigirava nel letto, da un lato all'altro. Poi, mani lungo i fianchi, braccia sotto il cuscino, a pancia sotto, a pancia all'aria, ma non riusciva a prender sonno.
Il pensiero di doverlo uccidere gli rosicava il buonsenso.
- Lo avveleno? No, lo uccido con le mani mie. No, sarà il tempo a farlo morire. E se il tempo lo facesse morire troppo tardi? E se lo facessi morire io, io che fine farei? No, devo ucciderlo. Ma non posso ucciderlo. Ma io, voglio ucciderlo.
Pensava, con gli occhi aperti nel buio, con le coperte tirate fino al mento.
Mosse i piedi dall'agitazione, rabbrividì al contatto dei piedi nudi col pavimento freddo.
Camminò silenziosamente lungo il corridoio, guardandosi attorno. Lo sapeva che qualcuno gli avrebbe piantato un coltello in gola o sulla schiena. Ma non aveva paura, si sarebbe difeso non per istinto di autoconservazione, ma per difendere la volontà di uccidere per primo, di essere il più forte, di vendicare le cicatrici dei coltelli già piantati in passato.
- E se il giorno del Giudizio Universale non esistesse? Se fosse una mera verità, uno dei tanti dogmi a cui o si crede o non si è cristiani, io sarei uguale a lui? Andremmo entrambi in paradiso? Io sono uguale a lui. La stessa ostinazione distruttrice ma alla rovescia in me e alla rovescia in lui. Anche per questo siamo uguali. Dio, quanto vorrei strozzarlo. Perdonami sol al pensiero, ma quanto vorrei strozzarlo. Lo vorrei veder morire nelle mie mani, dimenarsi mentre gli manca l'aria, ucciderlo per asfissia. Sì, devi sentirti mancar l'aria, è l'unico modo per farti sentire sottopelle le volte in cui hai oppresso me, hai tolto l'aria a me, fino a farmi morire. Fino a farmi impazzire.
Vorticavano pensieri cupi nella sua mente e sentiva i muscoli delle gambe tirare, tanto da farlo zoppicare piano piano.
- E' questa la tua punizione, o Dio? E' questa la punizione che infliggi ai tuoi agnelli quando si allontanano dal gregge? E dimmi, quali sono state le sue punizioni da quand'è nato fino a che morirà, fino a che il sangue smetterà di circolare e si coagulerà nelle vene deboli e invecchiate dalla meschinità, la pazzia, la demenza, la violenza? Odi me, punisci me, castighi me. Ebbene, dammi la morte. Non c'è morte più salvifica di questa che mi toglierebbe l'animo, il pensiero, l'intelletto di uccidere, uccidermi, scagliare sassi contro il cielo.
Aprì la porta del bagno, girò la chiave, si sedette ai piedi della doccia aspettando una risposta.
Passarono i minuti, accese una sigaretta e si sciacquò il viso che aveva lo stesso colorito dei suoi pensieri.
- Tu, che tuo figlio lo hai generato e non creato dalla stessa sostanza del padre, hai gettato il mio seme nel ventre di mia madre che mi ha partorito dopo nove mesi che aspettavo di tornare a casa. Io non volevo nascere, e tu mi hai fatto nascere. Forse sono nato perché ho una missione da compiere. Forse mi hai fatto nascere perché sono io l'eroe delle vite che devo salvare. E se mai mi avessi dato la missione di ucciderlo, mi punirai per questo? E se tu mi perdonerai, qualcun altro mi punirà?
Puniranno me, ma non puniranno lui. E lui, dove sconterà la sua pena? Se mai la scontasse, si intende. Tu, che sei onnipotente e onnipresente, non sei all'oscuro dei suoi mali? Tu che puoi tutto, tu che tessi il destino della vita degli uomini che costringi a far vivere qui sopra, li senti i miei pensieri? Riesci a sentire anche i suoi? E dimmi, cos'è che pensa? La coscienza gli pesa e si dà alla pazzia quando il peso è troppo pesante da sostenere e si sente scoppiare? Oppure non sente niente, freddo come i suoi occhi, cupo come il suo sguardo, asettico, apatico, rinchiuso nella sua biforcuta ed inutile ed indesiderata vita?
Lo stato di natura ci vuole tutti prede e predatori, l'unica persona di cui io non sia preda è lui. Sono io il suo predatore. Chissà che faccia farà quando vedrà la mia faccia, artefice del suo destino. Chissà se piangerà - ma lui non piange mai -, chissà se si difenderà, chissà se la scorderà mai la mia faccia mentre lo uccido o se la vedrà ogni volta che ricorderà la sua morte. Sì, mi auguro di sì. Così sentirà ciò che si sente a rivedere le stesse cose davanti agli occhi per anni e anni, giorni e giorni, così sentirà ciò che si sente a risentire le stesse sensazioni ogni volta che si è soli con se stessi.
Scacciò via quei pensieri e con la testa calata nell'acqua fredda del lavandino ripulì la sua mente per qualche minuto. Il freddo penetrava nelle sue orecchie, su per il naso, agghiacciandogli le tempie. Beatitudine.
Si asciugò il viso, tornò nel suo letto, piegò le gambe in grembo e tentò di chiudere gli occhi.
- Sei misericordioso, dicono. E allora abbi misericordia di me quando sarò al tuo cospetto con un corpo inerme caricato sulle spalle e il sapore del suo sangue sotto il naso.
Hai fatto lo stesso con le Dieci Piaghe in Egitto: punire i cattivi.




domenica 4 febbraio 2018

Smezziamoci una sigaretta

(Original Sin)


Gli occhi socchiusi dal sonno e il mal di testa 
il vino di ieri sera gocciola ancora da neurone a neurone 
e ho la testa invasa da gente come in festa; 
acquietandomi su divani e poltrone  
non riesco a ricordare il momento in cui abbiamo detto no. 
Non superiamo il limite, fermiamoci adesso 
partiamo per Nettuno 
da galassia in galassia; io e te una cosa sola, come quando facciamo sesso.
Lasciamo qui ciò che abbiamo e partiamo con ciò di cui abbiamo bisogno  

amami, stringimi, salvami, seguimi, non svegliarmi da questo sogno.

venerdì 2 febbraio 2018

Letargo

Spesso mi sono chiesta:''Io chi sono?''. Oggi mi chiedo:''Io, come mi comporto?''.
Mi sento fragile. E la mia fragilità è legata in un connubio colossale; mi sento fragile e sono adirata, spinosa, lacerante.
All'alba dei miei diciannove anni, lo dico penna su foglio: è questa la prima delle due cose che odio in modo incalcolabile di me.
In me esiste un meccanismo di difesa che mi atterra al cospetto degli altri. Odio essere in un modo e sentirmi in un altro. Tra l'essere e il fare c'è di mezzo un modus operandi che sta rosicando me, tutte le parti di me, quelle che fingo di non sentire, quelle che acquieto ogni giorno fino a crollare.
Sì, gli esseri umani spesso crollano. E a volte, crollo anche io. Ma ogni volta che crollo mi sembra di aver già perso dal principio. Più crollo e più ciò che mostro agli altri mi allontana dalle parole, dalle soluzioni, dalle frasi di circostanza che non farebbero stare meglio me, ma farebbero stare meglio gli altri attorno a me, che ancora si preoccupano di me.
Mi assale la paura. La paura di non essere chi penso di essere nei miei castelli in aria, di non essere per gli altri ciò che sono per me, di perdere ciò che ho costruito attorno a me.
E mentre le mie labbra si socchiudono sembro adirata, incazzata, stronza, ma non è ciò che sento dentro di me. Dentro me tutto cade, non ho certezze, non ho auguri da pormi, non ho una strategia per fare ordine in me.
E' questa la cosa che più odio di me: mostrare gli aculei anche se ho freddo. E' questa l'unica cosa che so fare.

In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace nel mondo, chiedevo la mia.
(Cesare Pavese)

domenica 7 gennaio 2018

Il gallo canta tre volte


Io non ti odio, ma neppure ti voglio bene. O meglio, ti voglio bene per quanto è possibile volere bene ad una persona che ha “cercato” di crescerti fino adesso.
Sì, dico “cercato” perché non ci sei mai riuscito. Se per crescere intendiamo il nutrire, o il vivere un legame, se intendiamo il condividere delle emozioni, o dell'accorgersi delle crepe o se intendiamo lo stesso veder crescere - nel senso stretto - la vita di una persona, tu non mi hai mai cresciuto. Hai visto le candeline spegnersi ma non hai fatto niente. E anche quando ho fatto io, da me, per un legame che adesso credo mai esistito, tu non hai risposto: l'unica risposta che hai dato è l'assenza di risposta.

Dire non ti odio è una parola grossa. A caratteri cubitali scrivo ti odio su fogli, polsi, lo impreco al cielo, lo impreco al mondo, che ti odio. Come ho odiato solo me.

venerdì 29 dicembre 2017

Rilassarsi

Qualche tempo fa, pensavo


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Buongiorno.
Il cielo sembrerebbe essere nero, eppure sprazzi di luce ogni tanto vengono fuori. Alle sette di stamattina - appena messo piede nelle pantofole - il cielo era totalmente annerito, quasi che sembrava notte e il mio stomaco si è contorto dalla stanchezza.
Ogni tanto penso, stanca ma tranquilla. Stanca ma non scocciata: oppure, scocciata ma non nervosa. Ma nemmeno ... nervosa ma che poi si rilassa.
Sono passati un paio di mesi ma ancora non ne ho parlato come dovrei.
La cosa che più mi ha sorpreso di Lui è stata la sua ''risposta'': io ho aperto il mio libro e Lui mi sta leggendo a poco a poco, memorizzando le mie parole, i miei atteggiamenti, i miei modi di fare, quello che odio sentirmi dire, quello che mi fa arrabbiare, quello che voglio dimostrare nei miei piccoli gesti, che ultimo secondo i miei tempi.
Lui, è stata una scoperta. E se fino adesso dicevo di aver conosciuto l'amore, allora, forse, non era l'amore di cui avevo bisogno. Non era l'amore, punto.
Era forse una necessità, quella di credere di avere conosciuto l'amore. Per consentire alla parte più buia di me di credere che io non sia fatta per amare, per provare ciò che adesso provo spontaneamente senza costrizioni, regole, forzature, bugie, messe in evidenza, correttori sui difetti.
Lui, è stata una scoperta. E con lui, sto scoprendo lati di me che prima credevo non esistessero, o che fossero da bruciare, o che fossero diversamente funzionanti. Sembrerebbe banale, oppure infantile, ma si tratta di un perfetto marchingegno secondo cui Io e Lui, cresciamo, insieme, biunivocamente.
E' venuta fuori una persona che non conoscevo poi chissà quanto, la vera Me.

lunedì 18 dicembre 2017

Quando per me i diamanti sono una leggenda

http://suldivanoconjaneausten.blogspot.it/2017/12/emily-dickinson-poesie-3.html?m=1


Mi espongo in vetrina.
O forse, il mio modo di essere sfila al mio cospetto, e mi guarda, come a convincermi di essere bella, di sapersi tenere in piedi, di riuscire a camminare coi miei occhi addosso. Mi derido, davanti i miei occhi giudici. Vergogna.
E una volta nuda, la mia penna volge lo sguardo altrove, nulla sembra osservarmi, eccetto me.
Il foglio finge di non sapere, i miei sospiri di sollievo s'incontrano coi miei sospiri di condannazione.

Mi compro da regina. Insaziabile di perfezione, mi costringo a non curvare la schiena, stai dritta, mi mi dico, non accorgendomi del peso del diadema che si accascia sulle mie spalle.
Mi compro da farfalla. Insaziabile della libertà di essere nuda nel mio squallore, nella mia miseria, nei miei recinti di ferro filato. Mi assale la parola di me, regina di me, mia padrona, mia schiava, mia dannazione. Mi assale il sorriso di me, farfalla del mio esistere, mia scongiura, mia salvezza, mio paradiso. Che abbia demorso o no, che abbia pianto o no, anche oggi il mio estro mi ha comprato.

mercoledì 13 dicembre 2017

Parole da dedicarmi

Oggi, di parole non ci sono. Quelle che rimangono impresse nella mia gola,
sono solo parole masticate di perdizione.
Prenderò in prestito le parole degli altri.


Non sarà il buio a far dormire la mia anima.
Non sarà un foglio pieno di frasi che racconterà di me, come di te, in fondo di molto poi non cambia.
Lo stesso cielo, stesso mondo con la stessa rabbia.
Eh già, vorremmo che potessero tutti sentire le nostre voci e quello che ognuno vorrebbe dire.
Dobbiamo dare qualcosa in mezzo agli altri, dobbiamo stare uniti, ma distanti.
Anche se spaventati dai giorni che son più brutti preghiamo per i nostri sogni tutte le notti. Tutte le notti nei nostri sogni c'è un po' di realtà, abbiamo negli occhi la luce della libertà.
Al di là delle montagne, dei fiumi, dei mari, restiamo ciò che siamo, semplicemente esseri umani.
Semplicemente qualcosa di stupendo, qualcosa di orrendo, qualcosa che a volte non comprendo.
Forse è inutile dire ciò che si prova, è inutile cercare una parola nuova per descrivere il momento in cui so vivere meglio. Inutile aspettare che ci arrivi un segno utile.
L'impegno cos'è se non cercare di essere degno? Per questa vita è normale voler dare il meglio.
Desideriamo ciò che è inutile dicendo "voglio", non sorridiamo se non l'abbiamo dicendo "muoio".
Leggo un foglio con delle frasi che non ricordo se scritte da me o scritte da te, che importa in fondo.
Sotto lo stesso cielo, stessa rabbia, stesso mondo, lo stesso modo di dimenticare in un secondo. O di guardare sempre indietro ogni singolo giorno finché non è il nostro turno non saremo di ritorno dal viaggio che ci tiene in pugno e che ci rende simili. Tutti con la stessa paura di essere inutili.
Se hai parole da dedicarmi sono qui ora ad ascoltarle, prima di allontanarmi.
Le mie parole avranno il tuo sapore, ogni giorno di più ed ogni giorno avrò più calore.
Per ogni singolo uomo esiste un sole che nasce con te e ti sorride quando muore.
Dobbiamo solo dare il nostro amore a chi lo vuole, stare in pace anche se non si è dove ci piace, capire se è il momento di parlarsi sotto voce.
Fuori c'è luce, poi buio, poi ancora luce. Tutto quanto accade in modo rapido e veloce, tutto quanto accade in modo così naturale. A volte ci fa star bene, a volte ci fa star male e vale la pena di evadere, senza avere regole come le favole, senza la paura di sentirsi inutile.