mercoledì 13 dicembre 2017

Parole da dedicarmi

Oggi, di parole non ci sono. Quelle che rimangono impresse nella mia gola,
sono solo parole masticate di perdizione.
Prenderò in prestito le parole degli altri.


Non sarà il buio a far dormire la mia anima.
Non sarà un foglio pieno di frasi che racconterà di me, come di te, in fondo di molto poi non cambia.
Lo stesso cielo, stesso mondo con la stessa rabbia.
Eh già, vorremmo che potessero tutti sentire le nostre voci e quello che ognuno vorrebbe dire.
Dobbiamo dare qualcosa in mezzo agli altri, dobbiamo stare uniti, ma distanti.
Anche se spaventati dai giorni che son più brutti preghiamo per i nostri sogni tutte le notti. Tutte le notti nei nostri sogni c'è un po' di realtà, abbiamo negli occhi la luce della libertà.
Al di là delle montagne, dei fiumi, dei mari, restiamo ciò che siamo, semplicemente esseri umani.
Semplicemente qualcosa di stupendo, qualcosa di orrendo, qualcosa che a volte non comprendo.
Forse è inutile dire ciò che si prova, è inutile cercare una parola nuova per descrivere il momento in cui so vivere meglio. Inutile aspettare che ci arrivi un segno utile.
L'impegno cos'è se non cercare di essere degno? Per questa vita è normale voler dare il meglio.
Desideriamo ciò che è inutile dicendo "voglio", non sorridiamo se non l'abbiamo dicendo "muoio".
Leggo un foglio con delle frasi che non ricordo se scritte da me o scritte da te, che importa in fondo.
Sotto lo stesso cielo, stessa rabbia, stesso mondo, lo stesso modo di dimenticare in un secondo. O di guardare sempre indietro ogni singolo giorno finché non è il nostro turno non saremo di ritorno dal viaggio che ci tiene in pugno e che ci rende simili. Tutti con la stessa paura di essere inutili.
Se hai parole da dedicarmi sono qui ora ad ascoltarle, prima di allontanarmi.
Le mie parole avranno il tuo sapore, ogni giorno di più ed ogni giorno avrò più calore.
Per ogni singolo uomo esiste un sole che nasce con te e ti sorride quando muore.
Dobbiamo solo dare il nostro amore a chi lo vuole, stare in pace anche se non si è dove ci piace, capire se è il momento di parlarsi sotto voce.
Fuori c'è luce, poi buio, poi ancora luce. Tutto quanto accade in modo rapido e veloce, tutto quanto accade in modo così naturale. A volte ci fa star bene, a volte ci fa star male e vale la pena di evadere, senza avere regole come le favole, senza la paura di sentirsi inutile.

lunedì 20 novembre 2017

Gli obesi hanno sempre fame, i tristi hanno sempre di che rimurginare

Non ce la faccio più.
Voglio il cielo blu.
O forse vorrei che tutto si spegnesse
Ma non luce per volta, un black-out che mi lasci sola, nella mia oscurità.
Che questo sia vivere o morire,
Che questo sia un dire o un fare
Chiudo tutti i sogni nel cassetto
e butto via la chiave.
Comunque vada, farò la fine di chi
Stordito dalla fame
Si butta nella mischia non sapendo a che pensare.

domenica 29 ottobre 2017

Riflessione da uno sguardo perso nella malinconia

Mio padre non è mai stato un fanatico della spiritualità. Ha la sua fede, i suoi angeli, i suoi santi cui pregare; ma nè lui, nè io, nè la mia famiglia siamo mai stati la classica famiglia cristiana tutte le domeniche a messa.
Ugo Foscolo ne "Dei Sepolcri" sostiene che le tombe sono il mezzo di connessione coi morti per coloro che hanno voluto bene. La tomba è solo memoria, è solo un momento di comunione con chi non c'è più. E mio padre sin dalle prime settimane dalla morte di mia nonna, almeno un giorno alla settimana lo dedicava alla madre. Anche quando lavorava fuori, il suo primo pensiero era quello di andare a trovare mia nonna. 
Che luogo strano il cimitero. Non dico macabro. Dico, strano. 
Una sensazione che è la stessa di soli altri due momenti della tua vita: quando il pensiero della morte è vicino più che mai, quando la morte è arrivata e tu l'hai vista passare.
Mai come in questo periodo, ci penso spesso. 
Chi muore, dov'e che va? Della tua vita, della tua carne, dei tuoi affetti, della tua memoria, cosa resta? 
Oggi sono stata ad un funerale.
Dopo la morte, la nostra anima continua a vivere la sua interiorità? 
Ricorderà il suo primo parto, il pianto del suo primo bambino, il giorno del suo matrimonio, il natale con i figli, la sua giovinezza coi fratelli, le cose che ha vissuto, le cose che ha affrontato, il matrimonio dei suoi figli, il primo giorno della sua destinazione?
Questo è un discorso usuale, eppure, c'è un pensiero più profondo che sto pensando ma che non so esprimere.

giovedì 26 ottobre 2017

A puttane, io

Che io non sia mai stata niente per me stessa si è sempre saputo.
Adesso, ho la consapevolezza di essere il niente sulla faccia della terra.

domenica 22 ottobre 2017

Bellissimo

(questo post non è niente di speciale, semplicemente, dovevo fare ordine nella mia testa; ma il piano è fallito perché è tutto un casino)

La musica è sempre stata il parametro per capire me ed il mio modo di essere.
Come quando in un'equazione biquadratica, usiamo il parametro t per poter risolvere (sì, qualcosa l'ho imparato in questi cinque anni del cazzo). 
Niente è mai stato il mio forte se non l'uso della parola. Neanche il linguaggio del corpo. 
E certe volte, mi chiedo se ciò che scrivo o se ciò che sento viene recepito da me come viene recepito dagli altri. La risposta è no. Ognuno di noi ha una sorta di quadernino interiore in cui è appuntata ogni singola parola ed ogni singola relativa impressione, ciò che è per te, non è mai per tutti. E allora, chi mi capisce è come me? Condivide con me gli stessi binomi lettere-emozioni? O è solo empatia? 
In questi giorni c'è una canzone che mi rilassa i nervi e mi attorciglia i pensieri: Bellissimo.
I primi dodici secondi di questa canzone, scanditi da dita che suonano un pianoforte, fanno da metronomo alle prime ore che mi sveglio e alle ultime ore prima di acquietarmi nelle coperte. 
E la prima strofa, fa da propaganda a quest'anno di merda che non passa più, o che è passato o che ricomincia o che deve finire quando mi consegneranno il diploma e me ne andrò a fare in culo da qualche altra parte. 

''Beh, è andato tutto storto e sono vivo.
Quest’anno scorso in fondo è stato solo positivo
anche se a volte nello specchio non mi riconosco.
La vita è il morso di un molosso come un cane corso.
Ed al mio amico che mi consiglia l’aggregazione
Ho detto “mi frega zero della tua spiegazione”.
Quando si annega, è vero che dall’imbarcazione
c’è chi si aggrappa a un remo e spiega le vele altrove.''

Non è possibile ripercorrere gli eventi catastrofici dell'anno 2016/2017 in qualche riga di una canzone come tante. Che strano l'aggettivo ''catastrofico''. Mi dà l'impressione di un aggettivo che vuole prendere per il culo, o che vuole essere un modo come un altro per sfottere qualcuno di qualcosa, per presentargli davanti, ironicamente, come e perché non c'è nessuna catastrofe, si è solo melodrammatici.
Quanto odio quando mi si viene detto:''Ma quanto sei melodrammatica!''. Ma se fosse un melodramma o se non fosse una catastrofe vera e propria per me, perché te ne starei parlando?
A un certo punto della mia vita, ho solo modo di pensare che nessuno può capirti veramente eccetto te stesso. Anche se, ammettiamolo, ci sono gli stronzi che ti rinfacciano il fatto che tu ti preoccupi di un qualcosa che alla fine non è niente e gli stronzi che, quasi inteneriti, vogliono tranquillizzarti benevolmente. Di queste due categorie, preferisco la seconda, ma dato che odio sentirmi dire:''Ma no, stai tranquilla, sono cose stupide, una cosa come un'altra'', preferisco una terza opzione. E cioè, tenermi tutto per me. 
Il ritornello di questa canzone è zucchero nel caffè, è il momento di rilassamento all'estrema potenza. Come se quietasse, senza infilare dita nelle piaghe.

''Ho accettato che è bellissimo
rilassarsi nel pericolo,
dentro agli attacchi di panico.
La vita chiede rischi maggiori.
Oggi casa mia è un cunicolo,
arredato dopo un incubo.
Denti neri e sguardo livido,
la vita chiede azzardi migliori.''

In questi giorni, poi, mi è successa una cosa strana. Ho quasi voluto sfidare il destino, se mai esistesse. Mi son detta:''Chiama lo studio della psicologa al consultorio, se ti risponde allora è destino, se non ti risponde, allora è destino''. Beh, alla fine? Ho chiamato. ''Buonasera, consultorio della diocesi bla bla bla bla bla bla, per consultorio familiare clicca 1, per biblioteca clicca 2, per consulto medica clicca 3 ...'' inutile dire che non l'ho fatta manco fatta finire la registrazione, ho attaccato. E la prima cosa che ho pensato è stata.
M'hann fatt o' pacc! Che traslitterato dal napoletano, mi hanno fatto il pacco. E cioè, mi hanno chiusa in una situazione che non prospettavo. E' destino o non è destino? Poco importa.
In questi giorni, poi, ho riflettuto sui miei pensieri blasfemi. Come l'uomo o credere al destino, o credere a Dio, o credere al malocchio, o credere alla magia? Perché l'uomo ha un così alto bisogno di confidare in qualcosa o qualcuno? Perché l'uomo si sente così piccolo e debole da dover pensare che ci sia qualcosa al di sopra di noi capace di giostrare ciò che non possiamo giostrare noi? Noi non ne siamo capaci? Forse no, forse è intrinseco dell'uomo. Forse è intrinseco della natura umana. Forse siamo attratti da una spiritualità necessaria, naturale.
Gli atei si sentono superiori dei cattolici che credono alla vergine maria, la trinità, l'eden, la mela e il serpente. Ma l'ateismo esiste? L'uomo è capace di vivere disincarnato dalla spiritualità spontanea di ognuno di noi? L'uomo può credere solo in se stesso e nella sua razionalità? Perché i cattolici sentono di aver capito qualcosa di universalmente stabile e spiritualmente vero per l'umanità intera? Perché i religiosi sono convinti di aver conosciuto grazie al loro dio la destinazione dell'umanità intera dopo la morte della nostra carne?
Lascio il mio cervello vagare ancora un po' in questi interrogativi inutili e che potrei risparmiami per studiare un po'.




venerdì 20 ottobre 2017

Fra i serpenti a sonagli

Certi giorni, ti senti indifeso.
Indifeso, senza armi, armature, né parole per difendere te stesso, o magari il tuo orgoglio, o magari i tuoi sentimenti. 
Odio definirlo incassare. Io non incasso, io mi lascio sbranare. 
Con la pelle già scuoiata, mi faccio uccidere. Ma le persone non ti uccidono mai per bene, ti accoltellano, ti strappano un rene, ti amputano le gambe ma non ti fanno morire.
E alla fine, tu, sanguinante, senza rene e senza gambe, finisci di uccidere il tuo corpo, i tuoi pensieri, tutto quello che rimane della tua carcassa.
E alla fine della tua giornata, dici, hanno fatto bene ad uccidermi. 
Certi giorni, sei su un orlo: a metà tra l'indifeso, a metà tra il già morto.

Giro di Notte

Lontano dai guai.
Vorrei stare, lontana dai guai.
Poi mi guardo piangere e mi viene da strillare, perché capisco che c'è una forza centripeta più forte di me che mi spinge nel caos.
Voi direte, bella scusa.
Ma io non ho scusanti.

sabato 14 ottobre 2017

Vivo mai, morto mai

Non ricordo in quale bella poesia
Petrarca ammirava la notte, il buio, i grilli
io stasera i grilli li fucilerei.
Voglio pace.

mercoledì 4 ottobre 2017

Il Terrore

L'ultima volta che ci andai risale forse all'aprile del mio terzo anno di medie, perché ricordo bene che in una delle ultime sedute parlammo di mia nonna, che era morta proprio gli ultimi di questo mese.
L'ultima vera seduta non la ricordo per niente bene, perché decisi all'improvviso di non andarci più, senza salutarla, senza chiamarla, senza scambiare un'ultima parola. Dissi a mia madre:''Chiamala e dille che non vado più, sto bene ora''. Non me ne presi nessuna ''responsabilità'', non ebbi le palle, come tante altre volte ancora, come tante altre volte prima, come tante altre volte dopo.
Ricordo che facevamo due sedute a settimana. Le prime sedute sono state terribili: io non parlavo, lei parlava per me, ed io per acconsentire piangevo e per dissentire sbuffavo.
In una seduta dei mesi più caldi, credo forse marzo (ricordo benissimo che in quel periodo correva la festa della donna o qualcosa di simile), mi chiese di farle leggere una mia poesia. Io non mi sono mai permessa, mi sono sempre vergognata dell'idea che qualcuno leggesse di me.
In realtà tra me e lei c'era uno spirito di armonia ed uno spirito di caos. Ero completamente a mio agio ed ero completamente a disagio allo stesso tempo.
Per essere coerente con la mia irresponsabilità nell'avere le palle, le dicevo sempre:''La prossima volta ti farò leggere'', oppure:''qualche volta ti faccio leggere la più bella che ho scritto fino adesso''.
In realtà con lei era sempre ''la prossima volta''. Non capivo se fossi a disagio con lei o con me e con quello che dicevo, scrivevo, facevo sul mio corpo.
Era un continuo fingere, da parte mia. Poi scoppiava il Terrore nella mia testa e lei mi diceva:''Se non vuoi parlarmi, posso almeno sentire come stai da quello che scrivi?''.
La mia passione per la scrittura è nata nel periodo più terrificante della mia vita. Da qualche parte avrò ancora conservato tutto ciò che composi, e che non ho avuto più il coraggio di rileggere, perché certe volte ho l'impressione che non c'è niente di terrificante attorno a me, ma terrificante sono io.
Mi chiese di farle leggere una delle mie poesie preferite, perché sapeva che del programma di terza media mi ero appassionata tantissimo a Leopardi. Io scrissi su un foglio a righe ''A se stesso''.

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.

Continuammo questo ''gioco''. Questo forse è uno dei ricordi più vividi che conservo: discutevamo di letteratura, storia, psicologia. Ricordo che una volta leggemmo insieme ''La pioggia nel pineto'' riflettendo sulle parti più belle di quella poesia.
Ne ho anche dei ricordi che mi fa vergogna a dirli, e che infatti non ho confessato mai a nessuno, neanche a mia madre.
In questi anni ci ho pensato spesso. Mi sembra tutto un ricordo sfumato, lontano, troppo passato da poter ricordare.
E in questi giorni, in questi mesi, ci ho pensato anche di più. Avrei voluto ritornarci. Per chiedere scusa, per dirle che non è cambiato niente, per chiederle cosa ha detto a mia madre i primi di maggio quando decisi di non andarci più e quando le chiese di venire in studio perché doveva parlarle.
Una parte di me si chiede se lei avesse previsto tutto questo. Una parte di me si chiede curiosamente cosa lei potrebbe dirmi se dicessi:''Sto così'' e mi denuderei, una volta per tutte, per la prima volta in mesi e mesi. Una parte di me si dice che sono stronzate. Una parte di me invece mi sussurra:''Sei stata senza per cinque anni, perché adesso?''.
Mi sono sempre chiesta cosa ho. Fluttuano attorno a me cose, cose e cose. E non mi sento più me, come non mi sono mai sentita veramente. Mi chiedo se attorno a me qualcuno sa cosa penso, se magari ci si accorge, se magari si nota che qualcosa mi complessa la vita di tutti i giorni.
In questi giorni sono senza forze, senza voglia, senza niente. Non è un senso di vuoto, è un senso di <inganno estremo>. E' un senso di essere piccola sotto una trave pesante ma su cui appoggio vasi di fiori, cestini con caramelle, festoni colorati.
La più grande domanda del mio passato adesso è diventata un interrogativo a cui rispondere: lei immaginava questo? Lei sapeva che sarebbe successo questo? Lei che ha capito di me che io non riesco a capire, né mia madre, né nessuno? 

lunedì 2 ottobre 2017

Fa che sia inerzia

Odiami se vuoi.
Odiami e detestami.
Piangi di me e ridi di me
fino a perdere i sensi
fino a farmi perdere i sensi.
Odiami se vuoi.
Alzo gli occhi attorno e vedo solo avvoltoi.
Sarà per questo che non ti guardo mai
sarà per questo che non volgo lo sguardo al tuo specchio nell'animo.
Mi spezzerei, in mille pezzi.
Diverrei non cenere
ma polvere, invisibile, incastrata nel tessuto di ciò che resta di me.

domenica 1 ottobre 2017

Il Sole e la Luna

Il sole chiedeva alla luna
di fargli un po' compagnia
e lei lo ascoltava, mentre volgeva lo sguardo altrove.
Un lupo solo chiedeva alla luna
di fargli un po' compagnia
e lei lo ascoltava mentre abbassava lo sguardo su di lui.
Il sole si offese e la luna rientrò;
la luna rientrò e il sole bussò alla sua porta.
Quando la luna ad occhi chiusi e a bocca asciutta
comparve nell'imbrunire delle sette
il sole la cercò e lei lo ascoltava, muta
pianse, e non parlò più.
Il dramma dei simili,
parlarsi e non capirsi
non parlarsi e non capirsi.

domenica 24 settembre 2017

Niente temporali, io e questo sole, oggi, siamo come fidanzati

Settembre è sempre stato il periodo dei cambiamenti.
''Smetto di fumare'', ''smetto di mangiare'', ''smetto di non studiare per settimane intere'', ''smetto di essere stronza''.
Questo settembre è un settembre diverso, un settembre positivo, senza finti propositi ma più che altro un settembre con la grinta del propormi in cose differenti e la tranquillità nel portarle a termine (senza ansia, senza sopruso, senza essere tiranno di me stessa).
L'ho capito, e mi sembra di aver salito una quindicina di scale per quanto sono stata abituata a costringermi in certe cose.
Non smetto di fumare, perché fumare mi rilassa. Ho prefissato cinque sigarette al giorno o anche meno, e quando mi viene l'ansia di avere poco da fumare e troppa voglia di fumare, dico a me stessa:''stai sciolta''.
Non smetto di mangiare, sono a regime, sempre, comunque, da adesso a quarant'anni. Eppure, mi concedo le mie ''fantasie''. Una settimana a mangiare solo insalata, fette biscottate, acqua e ieri sera: kebab, maionese, patatine, provola, insalata. Oggi: caffellatte e cornetto ripieno di nutella.
Non smetto studiare e non smetto di non studiare, si studia quanto basta. Addio settimane intere di studio, addio settimane a recuperare interi programmi di fisica e greco. Addio!
E non smetto neanche di essere stronza, perché c'è un lato del mio carattere che mi rende pungente, non posso farci nulla, con tutta la mia buona volontà.
Si trova un equilibrio, un equilibrio per ogni cosa. Arrivi ad un certo punto del mese, della settimana, dell'anno, che hai bisogno di stare in equilibrio. Né in eccesso e né in difetto, in equilibrio con te stessa, i tuoi vizi, le tue attitudini.
Per un verso, sono portata a dire con consapevolezza che questo senso di armonia durerà pochi e pochi giorni: quest'anno dovrò diplomarmi e ciò comporta uno studio maggiore per non rinunciare all'ottanta a cui aspiro. Studiare richiederà pazienza, organizzazione, costanza ed io smadonnerò già dalla settimana prossima, perché, tra parentesi, dovrei addirittura patentarmi entro novembre. Saranno mesi di nervoso, di bestemmie, di pianti isterici e di ''io non mi presento'', ''io non mi diplomo'', ''vaffanculo io non ci vado all'università'', ''vaffanculo a me che volevo patentarmi''.
Ne ho la consapevolezza ma non mi interessa. Oggi è domenica, non si va a scuola, mamma non lavora e c'è il ragù. C'è un sole cocente e un leggero venticello quasi poetico.
Vaffanculo al lunedì, a storia dell'arte, alle mille materie orali in cui devo prepararmi per domani: oggi è domenica ed è una bellissima giornata. E niente e nessuno può cambiare il mio buonumore. 

martedì 19 settembre 2017

Ho raccolto Fiori


Ho raccolto Fiori
come se fossi un fioraio.
Li ho tenuti, raccolti nella mia mano, stretti
come le mani di mia sorella racchiuse nelle mie quando camminiamo
per le strade della city.
Sono appassiti, un po' per il tempo senza acqua
un po' per la stretta del mio pugno.
Sono appassiti uno ad uno ed adesso
ho comprato un fiore di plastica.

Non appassisce, ma vuole fiocchi, odori, vasi in cui poggiarsi. 
Mi distraggo pensando ai fiori che potevo non cogliere
ai fiori che non dovevano appassire, al fatto che i mazzi di fiori non fanno proprio per me. 

giovedì 14 settembre 2017

Ultimo primo giorno di scuola

Il sedici settembre dello scorso anno scrissi di Lei.
La belva, Maga Magò versione scheletrica e riccia, l'attaccapanni in ferro battuto con due occhi e un paio di stivali consumati ed invernali, anche a giugno.
Ebbene sì ... dopo quattro anni, la nostra storia alla Catullo (di amore e odio) si porta a conclusione.
E' diventata preside. Ed è andata via. E non c'è più. E adesso italiano lo studiamo con un'altra professoressa che non è lei. E adesso la mia professoressa al top della classifica, non è più la mia professoressa. E' solo un bellissimo pensiero al quale associo il mio amore per lo studio, per la letteratura italiana, per i versi.
Mi ha fatto strano non vederla per i corridoi. Mi fa strano pensare che mentre io penso lei non pensa alla mia classe, a questi quattro anni indimenticabili, a questo liceo che lei ha lasciato con la quarta e io non voglio lasciare per nessun motivo al mondo.
Questo è il mio ultimo anno.
Durante il mio primo anno di liceo non avrei mai pensato di dirlo, e dirlo mi commuove. Mi mancherà il liceo.
Mi mancherà come ad un neonato manca l'odore della mamma.
Il quattordici settembre dell'anno prossimo io non sarò nell'aula 36 al secondo piano, l'ultima classe del corridoio sulla sinistra, vicino le scale d'emergenza.
Mi mancherà tutto questo: le sigarette fumate di fretta e furia nei bagni, nel cortile, sulle scale d'emergenza. Mi mancheranno le strilla della vicepreside e mi mancheranno i panini della salumeria del liceo.
L'erba bagnata che diventa fanghiglia, la cappa di studenti che si accumulano all'entrata per ripararsi dalla pioggia, i fogli volanti con gli appunti, le tapparelle che ti cadono addosso. Il buongiorno del Signor Savio, le chiacchiere coi professori, le chiacchiere nei bagni con gente a caso, le tute mai messe per educazione fisica, il caffè scroccato dal signor Felice.
Mi mancherà tutto questo e mi mancheranno tanti altri piccoli dettagli, tante altre piccolezze, che a dirle, mi sento stupida.
Sarò patetica, sarò melodrammatica, sarò semplicemente giovane, adolescente, incapace di rassegnarmi al dover crescere. Ma io, io, resterei sempre qua. Sempre alle superiori, tutta la vita. Sempre in bilico tra le responsabilità e la libertà, tra la maturità e la leggerezza, tra il senso del dovere e il senso dello svago, tra le stronzate e i discorsi seri, tra persone e persone, che sono esattamente come me: liceali.

- Rimarrete sempre in me.
Rimarrà in me ogni singolo pezzo di questo liceo.
Rimarrà un tratto di tutti i miei professori nella mia intimità
rimarrà un tratto di tutti i miei compagni di classe nelle memorie di questi quasi cinque anni.
Rimarranno in me le occupazioni, i presidi, i progetti, le iniziative
le discussioni, i convegni, gli incontri con autori
tutto quello che il liceo mi ha regalato
per farmi crescere, per farmi capire, per farmi imparare, per farmi scoprire da me stessa e dagli altri.
Vorrei che non finisse mai. -

lunedì 21 agosto 2017

C azzo A iutami O S parisci


Spesso mi piacerebbe allontanarmi dal caos.
Vorrei per un minuto allontanarmi dalla confusione attorno e dentro me.
Vorrei poter scucire quest'ombra di disarmonia che mi si è incollata addosso e non mi lascia ad ogni mio salto, ogni mia corsa, ogni mio fermarmi in un punto e tentare di scrollarmi tutto di dosso.
Ruotano attorno a me nomi, fatti, sensazioni, ricordi, urla, cose di cui mi pento, cose che rimpiango. Mi trascino dietro tutto ciò che è impossibile da trascinare.
Le due metà di me si tirano i capelli. Una attacca l'altra di giorno, e vince. L'altra attacca la prima di notte, mentre meno se lo aspetta, e vince.
Il giorno è per i propositi. Per le riflessioni. Per i piani, per i pianti.
La notte è per i vizi. Per cadere nelle stesse cose con cento persone diverse, per godermi ogni singolo minuto con l'ansia di pentirmene.
E' una mania ellittica che mi rinchiude in me stessa. Che mi fa socchiudere gli occhi, che mi fa pregare il mio dio affinché possa salvarmi da questo, in un modo o nell'altro.

mercoledì 16 agosto 2017

R

R

Una volta mi dedicasti una canzone di Lorenzo Fragola.
Non l'ascoltai nemmeno, tanto che ero esaltata dal fatto che tu mi avessi dedicato una canzone.
Forse era quello l'unico appello di cui non ho colto l'allarme.
E adesso, mi costringo in canzoni di cui odi il genere musicale e che ti dedico con tutta la mia forza del pensiero, sperando che ci sia una qualunque forza diversa dalla mia a suggerirti il mio nome. E a ricordarti di me.

lunedì 14 agosto 2017

Tu t'è scurdat e' me



Ho sempre camminato per strada fissando negli occhi chi passava.
Ed ogni volta, ho sempre camminato per quelle strade ricordandomi di ogni paio di occhi
che ho incontrato.
Ho impresso nella mia mente voci, portamenti, andature
come se la mia mente fotografasse tutto ciò che vivo.
Nella mia mente ti ho disegnato così bene da vederti riflesso ogni volta
avvinghiato alle mie spalle, con una mano che solletica il collo
mentre mi guardo allo specchio. 
Sei così vivo dentro me che a volte mi sembra di vedere i cerchi di fumi
che facevi prima di passarmela. E in silenzio, fingo di non sentirti così vicino.
Vorrei che si spegnesse la fiamma che mi tiene calore in tutto questo fare e in tutto questo dire
perché a volte mi giro di scatto riconoscendo la tua voce
senza mai pensare che tu t'è scurdat 'e me.

domenica 6 agosto 2017

Al buio, cerco, ad occhi chiusi


Ieri notte mi è crollato l'ultimo briciolo di calore addosso
è stato un masso venuto giù per niente.
Ha fatto un grosso tonfo e ha sparso la mia stanza e la mia casa di faccende vecchie
arcaiche, protagoniste della vita dei mostri nei nostri armadi.
Ieri notte mi è crollato l'ultimo briciolo di vivo addosso
è stato ... pesante. Mi ha inciso tagli che pur di non vedere deciderò di scuoiarmi viva la pelle.
Ieri notte mi è crollato l'ultimo appiglio di speranza addosso
mi ha spiaccicato la testa, mi ha sfracellato il cuore. Mi ha fatto così male da farmi piangere l'intera notte
da farmi spezzare in due la vena su cui avrei voluto incidere un augurio per domani.
Si è spaccato in due l'ultimo ologramma, ricordo di chi sono.
Non sono più.
Non esisto più.
Esiste il mio cercare i pezzi di me caduti per sbaglio nel posto vuoto in cui faccio entrare chiunque
pur di non pensare che è vuoto.
Non sono niente.
Non rimane che un taglio, che mi ha fatto venire paura di morire
non rimane che la mia voce, che mi grida puttana
non rimane che la mia voce, che cerca aiuto a bocca chiusa.

venerdì 28 luglio 2017

Non ero l'unica per te

I miei demoni cavalcano i miei pensieri
si anneriscono i miei occhi, si stringono le dita su loro stesse
corrugo la mia fronte, le mie labbra schiuse, ghigno.
L'aria che tira mi fa afferrare una pistola
carica delle stronzate a cui non ho mai replicato.
Siamo io e te, nel parcheggio in cui ti scuoierò la pelle.
In cui ti squarcerò la gola.
Tu non mi meriti.
E le tue spalle che si voltano, spavalde
e la tua faccia che si gira mentre ti fisso aspettando che mi parli
contano più delle tue tante parole.
Vali zero.
Mi hai atterrita
e non ti sei preoccupato di come avrei fatto a rialzarmi.