mercoledì 26 aprile 2017

Veloce, veloce

La fugacità del tempo.
Presto, presto, presto. Devo fare presto.
E’ tardi, è tardi, è tardi. Non posso fare più niente.
La nostra vita è in totale funzione del tempo che passa, della sabbia che scorre nella clessidra e a volte crediamo di poterlo sopraffare. Crediamo di essere più veloci di lui e intanto il tempo passa e il treno parte, il tempo passa e ho perso il treno. Crediamo di poter prendere in giro il tempo e intanto lui gode. Gode!
‘’E’ tardi, è tardi, è tardi’’ e ride beffardo, maligno, perché sa di essere l’unica mano a giostrare la nostra vita. E più ci disperiamo di lui, più si gonfia il suo ego; più tentiamo indifferenza, più s’impunta e ci castiga. Non si può restare invisibili; il tempo passa e spazza via tutto quello che abbiamo: emozioni, possessi, tempo di, tempo per.

venerdì 21 aprile 2017

Brutto sogno

''E daije mille compless
comme sì già nun ne teness
ce stanno minut ca’ nun pens
e parlà sul che tennent’s.''
D'impulso.
Una strofa di getto, vorrei scrivere. Come le canzoni che ascolto, veloci, concise, cantate con la rabbia di chi ha qualcosa da dire e te lo dice senza sosta, con impeto, con trasporto, con l'aria di chi ti dice tutto, subito, senza ''censura'', senza gentilezze, in tre/quattro minuti.
Vorrei scrivere così, vorrei cantare anch'io così, senza fermarmi e chiudermi nel mio silenzio che seppure non sia fastidioso, non mi si addice.
In questo periodo mi manca trasporto. Non scrivo con trasporto, non studio con trasporto, non parlo con trasporto, ho i sensi appiattiti. L'unica cosa che mi trasporta con un minimo di interesse sei tu.
Sto commettendo un errore, ne son consapevole, ed ogni volta che apro gli occhi, chiudo il rubinetto dell'acqua, smetto di fantasticare, mi dico ''fermati, arrestati finché sei in tempo''.
Vorrei davvero che la realtà in cui ritaglio il mio ruolo di figlia, studentessa, amica, ragazza per i corridoi, sconosciuta per il centro commerciale, possa colmare questa necessità che ho di attenzioni.
Io non ho più niente da dire. Si è appiattita la mia vena critica, si è appiattito il mio credere in positivo o in negativo (semplicemente, non credo, vado a tentoni senza pormi problemi), si è appiattito il mio appagare me stessa nella presenza degli altri, si è appiattito il mio contare su chi mi sta attorno. Non patisco assenze.
Non ho più niente da dire. Impossibile? Magari sì. Sicuramente sì. Ma ciò che ho da dire non voglio dirlo, mi è inutile, mi è difficile e non mi gratifica.
A gratificarmi è l'idea di ascoltare, e non di essere ascoltata.
Sei così complicato, un passo avanti e cento indietro, un sotterfugio per colpirmi e due per ritirarti.
So che non succederà niente tra di noi, mi godo il momento, ''usufruisco'' di questo momento per non annegare nella totale noia di questo periodo.
Questo è ciò che mi dico, per difendermi dall'altro lato di me.
Aprile è sempre il mese più brutto dell'anno. E' sempre il mese in cui sono più apatica, arrabbiata, odiosa, silenziosa, avvelenata e sfortunata.
Bello vero? Cento righe di niente.
''Non ho niente da dire'', ma quando? Ma come? Perché mi prendo in giro?
Non so più scrivere.

domenica 16 aprile 2017

Vaffanculo

Sola.
Mi sento sola come se fossi l'unico essere vivente sulla faccia della terra.
Mi sento tradita, mi sento tradita come se fossi stata io a tradirmi. Ma il peggio è che non posso punirmi per una cosa inflittami da altri.
Il peggio del sentirsi traditi è il non poter dare la colpa a se stessi. Perché se la colpe fosse mia, mi taglierei le vene, mi strapperei gli occhi, mi prenderei a morsi la testa. Quando è un'altra mano a farti male devi stare fermo: fermo perché è intrinseco quel minimo di rispetto per se stessi. Trabocchi, piangi, ti viene da urlare e trattieni non il fare male a te stesso ma il fare male a chi ti ha fatto male.
Mi sento tradita. Infamata. Incompresa. Derisa.
Come se fossi io l'unica persona capace di comprendere il mio punto di vista. E mi farei in mille pezzi, perché voglio solo scomparire. Scomparire e non sentire né chi parla, né chi risponde, né chi sussurra.
Abbandono le imprese disperate, abbandono i casi disperati, abbandono chi non sa sacrificarsi una sola volta per me. Chi non c'è mai quando alzo dito, chi mi scarica addosso tutto quello in cui mi tengo fuori a forza.
In ogni caso, tu vai avanti ed io sono fiero di me. E certe cose tu prova solo a ripeterle.
Le tue promesse camuffate da minacce, se sei un amico vero ora vieni a dirmele in faccia.

E' finito il tempo delle belle poesie

In realtà
non ho più parole per dire quanto male mi fate.
Perché mi sembra così piccola la mia calligrafia
così piccole le parole che uso
così piccolo il mio modo di esprimermi
da non essere in grado neppure di dimostrare un quarto del male che sento
quando mi parlate
quando ridete
quando fate cose e fingete cose.
Non c'è parola che riassuma, né due, né tre,
che possano darmi il senso di pienezza nel dire
''sì, l'ho detto''.
A passo a passo tutto cade
sono pronta.
Sono pronta per contare solo su me stessa
sono pronta per contare anche sulle scontate cose che mi ritrovo a scrivere.
Non conterò su di voi, né su chiunque.
E così come nella storia
le rivoluzioni diventano oppressioni
i vinti saranno vincitori
e gli eventi sono ciclici concatenati tra loro
con la facoltà di tornare sempre ad un unico elemento innescante
così io mi sento nel sentirmi sempre allo stesso modo.
Come due mesi fa, come quattro anni fa.
Io non cambio mai.
E neppure voi.

giovedì 6 aprile 2017

Artrite

Dai una caramella a un bambino
o dai dell'acqua a un pesce
o dai dei sogni a un ragazzo
o dai una penna a un poeta
ti sorrideranno come se quell'attimo fosse l'ultimo
come se fosse l'ultimo scalino prima del salto.
Dai una margherita a una mamma
o dai il braccio a una donna anziana
e ti baceranno come se fosse l'unico modo di dire grazie.
Dammi un unico motivo per non perdere il senno
o dammi un'unica ragione per non lasciarmi andare
o dimmi solo il motivo per cui non dovrei lasciare tutto
cadere ai miei piedi.
Presterei ascolto.

mercoledì 5 aprile 2017

Ninna Nanna



Tu, tu, tu
se tu fossi una chitarra ...
Ti porrei adagio sulle mie cosce per accarezzare le corde del tuo cuore
e farne melodia.
Se tu fossi un neonato
ti dondolerei tra le mie braccia, carezzandoti gli occhi tirati dal pianto.
Tu, tu, tu
Se tu non fossi tu, se io non fossi io
saresti col mento sulla mia spalla, le labbra sulla mia anima
circondati nella vastità di noi.

lunedì 3 aprile 2017

Pesce d'aprile (?)

Nella mia mente è tutto idillio.
E questo mio tendere all'idealizzazione di qualunque cosa fa sì che i miei ricordi siano plasmati di fittizia realtà.
E' stato idillio la mia prima volta, è idillio il rapporto tra me e mio padre, è idilliaca anche la mia sessualità, è idilliaca la mia infanzia e le cose che sono successe quando sono stata solo una bambina.
A volte mi sembra di avere un remoto ricordo di qual è stato il mio vero passato. E sulla mia mente a volte soffiano dei flashback che mi fanno sussultare, proprio così, sussulto. Chiudo istintivamente gli occhi e scrollo di dosso il brivido della consapevolezza.
- ''Che c'è?''
- ''Un brivido di freddo''.
Mi passano davanti agli occhi delle immagini, come se fosse un film, ma come se non fosse il mio. E' mera immagine: non sono io, non mi è nulla familiare, non c'è nulla che mi faccia dire ''Io me lo ricordo''. E' quel brivido a farmi pensare che sia successo a me, che l'abbia fatto io.
In questi momenti mi sento come se avessi la mente vuota, come se la mia mente fosse solo un grosso scatolo vuoto che sembra pesante solo perché poggio tante piccole e finte considerazioni sul coperchio.
Tutti i miei ricordi sono stati manomessi, è tutto artificiale, nulla come è realmente. Ma tutto passa alla dogana. Al mio modo di vivere, va bene così.
I miei sogni, i miei sussulti, i miei disturbi, sanno cosa non ho mai rivelato a nessuno; ma io scrivo, cancello, brucio, è artificiale anche questo che sto scrivendo.

venerdì 24 marzo 2017

Tu che ne sai

Che manca?
Manca la prova, la dimostrazione, la sicurezza che faccia dire ''adesso capisco''. Il periodo che completa il senso dell'azione, il verbo della principale introvabile nelle versioni di Cicerone.
Manca l'atto finale, un nome a questa cosa, un nome a come mi sento io.

domenica 19 marzo 2017

Corre, pcché ten che ffà



Ho fatto docce lunghe ore, ho consumato quintali di trucco per rivendere un corpo che non ti piaceva, per coprire i segni del tuo molestare il mio modo d'essere, ho cancellato i tuoi segni dal mio corpo ed ho cancellato la tua voce, la mia voce, dalla mia testa ed ho fatto di testa mia. Ho sempre fatto di testa mia.
Ed ogni volta che tornavo a casa, mi svestivo di ciò che mi svestiva dall'essere viva e mi lavavo il viso, tu mi ripetevi sempre:''te l'avevo detto, io te lo avevo detto''.
Me lo avevi detto. Ma quando? Come? Il tuo modo di parlare è verbale, segnaletico, simbolico, sensitivo o semplicemente finto? Me lo avevi detto? Ed è possibile che io non riesca a sentire te, che sei parte di me, che sei in me, che sei me, in tutto questo diabolico silenzio? E' possibile che io riesca a perdere il mio istinto ogni volta?
Cerco scuse al mio vendermi come carne al macello, a chi mi parla non rispondo, perché non so che dire, perché è patetico parlare, e tu ti fai all'improvviso vivo e sai solo dirmi ''te l'avevo detto''.
Te l'avevo detto. Te l'avevo detto.

martedì 14 marzo 2017

Il filo di Arianna



La luna accarezza la testa mia che sospirando si volta
verso te che mi chiami; è un grido che stringe allo stomaco.
Ci sarai tu al posto mio, con la luna a fissarti il capo
e a girarti quando la voce di altri ti griderà di restare.
E lì capirai, e lì capirai che non ho urlato di rimando alla tua voce
perché quando il pendio è traversato, quando il corpo ha sudato
quando la voce diventa flebile ed è solo sussurrio in cima al cammino
non si ha il coraggio di urlare. Solo di andare.

martedì 7 marzo 2017

ogni viaggio inizia sempre con un passo

E' passato.
E' solo un attimo.
Un attimo in cui divampi.
E dici:''Io vorrei solo non essere mai esistita, tutto qua. Mi metterei sulla sedia elettrica perché non ce la faccio più''.
Un attimo che passa come passano le nuvole a marzo, un attimo che passa come passa la pioggia, un attimo che passa come passano i giorni, le settimane, i mesi in cui fai finta di non essere te e alla fine quel lato di te, scoppia, e ti fa stare male il doppio.
Ecco, a che è servito questo mese? Ad illudermi di poter brillare? Brillare come? Non è servito a niente.
E' servito a distrarre la mia mente ed annerirmi quando ho abbassato le difese, quando ho riposato e mi sono appisolata. Quando meno lo credevo.
Ma è un attimo, giuro, è un attimo. Un attimo che ti sembra di dover cambiare, che ti sembra di star facendo tutto male, un attimo in cui mandi a 'fanculo tutto quello che segni sull'agenda, poi tutto diventa normale. Normale come sempre, normale come al solito.
E che cambia? Che è cambiato? Niente, non cambia mai niente.
E come posso cambiare, io?
E' stato un attimo, l'attimo in cui sbarri gli occhi e stringi i pugni, poi l'attimo passa.
E quando è passato, mi hai scritto:''Ti odio quando dici così''.
Sì, mi odio anche io.
Forse dovreste smettere di leggermi. Forse dovreste scordarvi di me.
Non mi leggere più.

domenica 5 marzo 2017

Sto coi piedi a terra e il cuore sulle nuvole

La superstizione arriva a tal punto da non farmi parlare per paura del malocchio.
Lo dice anche Hemingway, le cose belle a dirle non succedono mai.
E quindi, non mi permetto neppure di scriverle, perché scriverle significherebbe dirle per farsi ascoltare.
Lo dirò quando la cosa bella ce l'ho tra le mani e non è solo frutto della mia speranza.

lunedì 20 febbraio 2017

Patetica confessione di un giorno come tanti


Se adesso tu te ne vai ...
suonano nelle mie orecchie queste parole.
Non ritornare mai, -ai, -ai
mai, -ai, -ai.
Te lo scrivo in corsivo su un foglio bianco latte
come fosse una dedica su un biglietto d'auguri
da mettere nella cassetta della posta di casa tua
nel quartiere in cui più non vivi.
Adesso che tu te ne vai
lasciandomi coi miei guai, non mi cercare mai
mai, mai
metti un punto sul mio cuore e posa l'ago e il filo.
Lasciami qui a cantare
e ad intonare le parole che non vuoi sentire.

domenica 19 febbraio 2017

End up here



Sono inquieta, ma di un'inquietudine oramai rassegnata. Come se già sapessi ciò che viene dopo, ciò che viene dopo che qualcuno, soprattutto se questo qualcuno sei tu, scopre il mio punto debole.
Il mio punto debole è lei. La gelosia che mi arriccia i capelli quando ti guarda, quando ti guarda come se volesse scoparti; la gelosia che mi fa saltare l'anima di venti metri più in alto, anche se cosciente di dover cadere, o a furia d'aspettare o a furia del tuo tenermi accesa al buio senza né chiedermi di spegnermi e né chiedermi di rimanere accesa.
Sono inquieta perché più ti guardo e più mi convinco del fatto che a te non interessi un bel nulla, perché di fatti, a te non t'interessa di me. Ti interesserebbe se, solo se e soltanto se, tu fossi in completo abbandono. Solo se e soltanto se, non ci fosse nessuno se non me.
Sento questo. Sento di venire dopo lei, che tu ammetta o non ammetta ti attrae e non puoi fare a meno di rispondere al suo richiamo di zoccola in calore, e dopo l'altra lei, che tu voglia dirmelo o no, ti parla come se voi stesse ancora insieme, come se non fosse cambiato nulla dall'estate, come se non fosse cambiato nulla tra me e te.
Che poi, cos'è cambiato tra me e te? E' cambiata una tua consapevolezza, sai di avere un altro stupido cagnolino che ti scodinzola dietro. E cos'è cambiato in me? E' cambiato il mio stato d'animo: vi osservo, la sento io stessa, quella forza che vi attrae l'un l'altro; vi osservo, mi struggo, ti vorrei uccidere. E vorrei uccidere me, che non mi tengo fuori da niente, che non mi interessa di niente pur di guardarti accanto a me, a un centimetro da me.
Slegami. Slegami e vai via da me.

venerdì 10 febbraio 2017

Poco più di niente

Avete mai l'incontenibile voglia di urlare perché? Ed avete mai l'irrefrenabile pulsazione di prendere le persone e giocarci come se fossero delle palle da basket?
Pensate mai che qualunque cosa voi scriviate, sia una cazzata?
Non ho facoltà di dire, di fare, di scrivere o di far ordine nei miei pensieri. Come i morti che solo prima di morire confessano il loro esser nati in cattività, cosí io aspetto il momento giusto, che non riconosco e che mi passa davanti agli occhi mentre penso ad altro.
É un processo che parte e finisce nella nostra mente, ma solo se si ha la volontà di farlo.
Non puoi scrivere se non puoi pensare, non puoi pensare se non vuoi capire.
Quando non dialoghi con te stesso hai la necessità di dialogare con chiunque abbia lingua, voce, labbra per parlare. Diventa un pretesto per provocare e sentirti distratto da te stesso.
Porgi la mano alle persone non perché tu voglia aiutare o essere aiutato, ma perché hai bisogno di un calore che ti manca, un calore che sia in grado di dissipare il tuo incessante pensiero di te.
Provochi, fai la stupida, fai la stronza, nel senso più innocente e nel senso opposto (quanto meno innocente possa essere inteso) e vuoi che gli altri ti parlino perché a te non va né di prendere iniziativa e né di rifiutare iniziative.
Diventa tutto un piano della mente che ha per unico obiettivo il nasconderti da te stesso.
Diventano gli altri padroni di te, i tuoi comportamenti diventano gli unici segni impercettibili della tua disfunzione e mi dispiace di aver detto di stare bene con me stessa, di piacere ai miei occhi mentre mi guardo allo specchio.
Era tutto un modo per coprire il fatto che odio me stessa ma mi piace l'idea che gli altri possano amare me, il mio corpo, il mio modo di essere. Era tutto un modo per coprire il fatto che sono l'oggetto della discreta contemplazione ma non la protagonista stessa della vicenda.
Si tratta di me, del mio corpo, della mia immagine ma lo vivo in terza persona.
Ed, ovviamente, questo é un modo come un altro per parlare di me come se fossi una che vedo tutti i giorni mentre porta il cane a fare passeggiate.
Ed, ovviamente, questo come tutti i post di questi due mesi, non segue un filo logico e non vale poco più di niente.

domenica 5 febbraio 2017

Rose rosse per me




La bella sensazione di essere bella.
Sono bastate un paio di calze a pois ed una gonna sopra il ginocchio a farmi riscoprire una femminilità che ho spesso stentato o ostinatamente rinnegato. E' bastata una gonna a stringere sui miei fianchi e ad evidenziarne il tratto più bello per poter sussurrare a me stessa:''Wow''.
La sensazione di piacere ai miei occhi che mi guardano allo specchio prima di uscire mi dà una sicurezza che, sto notando, attira l'attenzione anche dei più irraggiungibili (non prendetemi per presuntuosa). Sì, ho scoperto il mio potenziale e lo esercito su chi mi guarda.
Mi piace la curva dei miei fianchi, quella del mio seno e quella delle mie gambe che mi piace lasciare né troppo coperte e né troppo scoperte. C'è un qualcosa di meraviglioso nel piacersi: indistintamente, si piace anche agli altri che ci stanno attorno.
L'ho sempre vista come una stronzata, eppure devo ricredermi. Stare a proprio agio con sé stessi implica uno stare a proprio agio in situazioni e vicende diverse rispetto la quotidianità. Voler bene al proprio modo di essere significa poter essere autoironici, poter ascoltare battute su di te senza offenderti per nulla, non nascondersi quando si è in mezzo agli altri.
Quando piaci a te stesso c'è qualcosa di indecifrabile ma evidentissimo nel tuo modo di essere e di comportarti, quando ti piaci chi ti sta attorno lo sa, lo sente, se ne accorge.
E fa tutto parte di un piano che da platonico diventa reale: sei bella, ti senti bella, sei in tregua coi tuoi difetti.

venerdì 3 febbraio 2017

all'ultimo respiro

E' quell'attimo cruciale in cui capisci esattamente come sei.
E' come se per anni non vedessi il sole e alla sua vista, finalmente, ti copri gli occhi intimorito.
Intimorito perché prendi coscienza: chi sono? che ho fatto? in che guaio mi sono cacciata?

mercoledì 25 gennaio 2017

La bestia


E la cosa che odio è che penso hai fatto bene.

Con una sola parola, ti cade tutto il mondo addosso.
Si frantuma tutto ciò che è intorno a te. Rimani solo, assieme ai pezzi del tuo passato prossimo.
Non c'è più niente, a parte l'unico, angosciante, tormentato pensiero:''E' tutta colpa mia''.
E' tutta colpa mia.
E' tutta colpa mia.
E' colpa del mio passato, dei miei non freni, di tutte quelle cose che ho lasciato in bilico nella mia mente: tutto quello che ho lasciato al caso, tutto quello che ho dato in pasto al tempo. Tutto quello che ho lasciato scritto con la matita perché è difficile cancellare ed è ancor più difficile scrivere con la penna nera. Facile è riscrivere sempre la stessa storia, perché non cambi mai.
Con una sola parola, cade tutto a pezzi, e vorresti cavarti gli occhi, strapparti le vene, ingoiare veleno. Vorresti un colpo al cuore pur di non ascoltare e chiedi a dio, se mi vuoi bene, fammi morire adesso.

giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario, vorrei che non finisse mai

Quello scricchiolio di gelo nelle ossa.
Si muove, dilania, non si scioglie.
Mi fa piegare le gambe in preda al freddo, è come se lo sentissi invadere il mio corpo: dalle steppe desolate delle mie gambe, fino alla città gelata della mia mente. Come Napoleone che tenta in tutti i modi di tenere in pugno la Russia.
Lo sento fischiare nelle mie orecchie, lo sento irradiarsi nei calzini bagnati quando piove, e a poco a poco, penetra nelle mie ossa, indebolendomi.
Le mani rugose, violacee, incastrate nelle tasche di cappotti. Sciarpe in cui mi attorciglio in modo da non far infreddolire il collo, il petto, le braccia: i tre punti più delicati per eccellenza, ci ho già sciolto tre scricchiolii.
Sì, fa un freddo cane. Un freddo così si è visto solo nel 2012, qui al Sud. Avevo rimosso le sciarpe di lana che pizzicano, le calzamaglie sfilate, i capelli che ti appiattiscono i capelli ma sono così caldi.
Fa un freddo cane. Eppure, mi perdo nella bellezza di questo inverno, che aspettavo sempre da bambina.

martedì 10 gennaio 2017

... Then I would ...


Venerdì abbiamo fatto l'amore.
Le tue braccia erano la miglior trapunta su cui abbia mai dormito e mentre fuori fioccava e la gente correva per cercare il caldo nei camini delle loro case, io ero nuda, senza calzini, senza vestiti nel tuo letto. E le tue mani mi riscaldavano la schiena e le spalle, mi accarezzavi come se volessi proteggermi, come se fossi porcellana, come se dovessi tenermi a riparo da qualcosa, a riparo da qualcuno.
Mai mi sono sentita così amata, così fusa nel tuo corpo, nella tua mente, in tutto te stesso. E' uno di quei ricordi che si incorniciano e diventano l'idea di un concetto più grande, l'immagine di un universale: l'amore, il tuo nome, le tue mani, il freddo, le coperte. Diventa l'immagine della nostra complicità e mi torna in mente come le insegne pubblicitarie sulle strade trafficate lunghe dieci, venti, trenta metri.
Ti amo. Ti amo come si ama per la prima volta: innocentemente, senza oscura alchimia. Con gli occhi spalancati dallo stupore, lo spavento, la gioia, il senso di colpa.
Come se tutto pesasse, ogni virgola, ogni parola, ogni dito puntato. La paura della spensieratezza, il tuo appagarti in me ed il mio rassicurarmi in te, la soggezione di dire, di fare, di non perdere l'equilibrio.
Sì, la soggezione di non perdere l'equilibrio: addossati l'uno all'altro, con le mani tremanti e le gambe che prima o poi cederanno, su una corda di speranze, aspettative, imprevisti, dissidi. Come due giocolieri al circo.
Ti amo come si ama a tredici e a sessant'anni. Aspettando una chiamata, una vecchia canzone da dedicarti, un bacio, un sorriso. E' calcolare, ritagliare dalla scena e mettere a fuoco tutto quello che fai. Sei un libro aperto, per me. Recepisco ogni cosa.
La tua barba rasata poco spesso, le tue felpe degli stessi soliti colori, gli occhi in cui sprofondo ogni volta che mi dici: ''Quanto sei una stronza''. Ti conosco, ti ho studiato.
Conosci i miei capelli rosso fuoco, i miei capelli rosso rame, le  mille tinte che ho fatto e tutte le frangette che ho tenuto per pochi giorni. Tutti i paia d'occhiali che ho cambiato dalla prima superiore fino adesso, tutti i tratti di me, di ciò che sono, di ciò che mostro agli altri.
Sopravvivo alle tue tempeste di parole, sopravvivi alle mie bufere di neve. Sopravviviamo e allo strenuo di questo inverno insieme, mi sussurri sicuro e deciso:''L'inverno passerà''.

Sì, passerà.