sabato 3 agosto 2019

Going through changes

Anche nel dolore, mi sono sempre convinta del fatto che in me ci fosse qualcosa di inimitabile. Qualcosa che non tutti hanno. Qualcosa di indecifrabile e straordinario che rende me diversa dagli altri.
Ho sempre pensato che gli altri non viaggiassero sulla mia altezza d'onda.
Ora, non ne sono più convinta.
Se in me c'è qualcosa di straordinario, questo è un virus o una malattia.
Non sono diversa dagli altri. Non sono come loro.
Sono peggio.

martedì 23 luglio 2019

Buon auspicio

E se domani non sarà più un giorno come un altro
Me ne andrò
Verso i mari, gli orizzonti, via da qua.

In cerca di fortuna, in cerca di un nuovo sole
Come le rondini che migrano da un emisfero all'altro.

E se domani non sarà più un giorno come un altro
Me ne andrò
Con valigie vuote e scarpe rotte.

In cerca di fortuna, in cerca di nuove lune
Come lupi che corrono liberi ululando al cielo.

E se domani non sarà più un giorno come un altro
Me ne andrò
Mano nella mano, io e te, con niente in tasca e niente in mente
Ma tutto qui, nelle nostre mani
Nel nostro cuore
Nella nostra forza quando ne siamo uno, per due.

venerdì 19 luglio 2019

10 minuti o poco più

Mangio l'unghia, faccio un tiro
sputo l'unghia, fumo ancora
mi piace fumare
mi piace fumarla
mi distraggo e poi sorrido
ma poi ripenso, che fastidio
però quei dieci minuti sono da dio. 

Il Mostro sono io

Arriva il giorno in cui uno tira le somme. Per cercare di capire, per cercare di farsene una ragione.
Eppure mai nessun conto è perfetto: dimentichiamo sempre qualcosa, qualcuno, anche il più insignificante dettaglio - che sommato a tutti gli altri, non è poi così insignificante -.
E' difficile ricostruire oggettivamente una vicenda, qualunque essa sia. La memoria è amorosa e poetica e l'inconscio spesso modifica delle circostanze per far sì che tutto vada liscio: non è la memoria ad adattarsi alla realtà, è la realtà che prende le sembianze della memoria quasi cancellando la sua verità.
Per lungo tempo mi sono soffermata su me stessa. In silenzio, ad occhi chiusi. Nei meandri della mia mente ho focalizzato - ossessivamente - l'attenzione su di me, senza che nessuno potesse notarlo. Questi mesi sono stati mesi dalla scorza dura. Ho pensato, ripensato, pensato e ripensato e questo mio flusso di coscienza si è riversato in niente. Non c'è carta che testimoni tutto questo mio pensare e sono sicura che tutto questo sia passato inosservato, o quasi.
Ho sempre insistito su cosa gli altri avessero fatto a me. Sulle mie cicatrici, il mio vissuto, la mia follia. Mai ho pensato di interrogarmi su quali fossero le cicatrici che io ho procurato agli altri.
Anche questo significa crescere: riconoscere i propri errori.
Anche questo significa perdonarsi: accettare ciò che è stato e lasciarlo andare.
La mia cicatrice più profonda, quella dalla quale è sgorgato più sangue, quella che per anni mi ha tormentato e quella che solo oggi, a vent'anni, ho accettato e riconosciuto in toto, l'ho inferta con altrettanta cattiveria ad una persona che non se lo meritava. Per niente. Una persona che è a me vicina, vicinissima, e verso la quale sento un rimorso che mi lacera dentro. Segreti di questo tipo hanno pochi testimoni e così come è successo a me, io credo che questa persona non abbia ancora realizzato cosa sia successo. O forse l'ha realizzato e così come son stata furtiva io, lo è stata lei? L'ha accettato? Ne piange la notte? Sente anche lei quel male dentro che dalla bocca dello stomaco sale fino alla gola? Quel male che ti fa desiderare di urlare ma ti toglie le forze per farlo?
Non lo saprò mai. Perché? Perché un conto è addentrarsi in speculazioni di questo genere, un conto è parlare e rendere tutte queste congetture ed ipotesi, nuda e sporca verità.
E' dura la verità. Dura da capirsi e da accettarsi. E nonostante tentiamo in tutti i modi di farcela piacere - modificandola - certi dati di fatto tornano alla mente come le scene di un vecchio film di cui non si ricorda niente se non quelle scene. E' per questo che sono sicura che lei saprà.
Se non è ancora arrivato, arriverà quel giorno in cui accosterà tutti i tasselli del puzzle e mi odierà - come io ho odiato chi mi ha ferito -.
Quando arriverà quel giorno io non sarò impassibile nella mia corazza di rame: racconterò tutto, dalla A alla Z e implorerò il perdono che nel profondo del mio cuore ho voluto che gli altri porgessero a me. Chiederò perdono e non basteranno le lacrime e le scuse a perdonarmi. E anche qualora questa persona mi perdoni, io non perdonerò mai me stessa. E porterò dentro di me questo macigno fino al giorno in cui morirò, rivivendo tutto ciò che è stato proprio come un film di cui si ricordano solo quelle scene.  Neppure a Dio confesserò questo. E per questo mi punirà due volte e io accetto il rischio.
Le cicatrici non rispecchiano solo il chi, il quando e il dove. Hanno anche un perché, pure se non sempre un perché si trova.
Ho sempre pensato che a certi dolori bisogna essere destinati. Ora non la vedo più così: chi sono io, per infliggere un dolore di questo tipo a un altro? Il Padreterno? L'Onnipotente? Chi sono io per scegliere il destino di una persona? Chi sono io per condizionarla per sempre? E allora se non siamo destinati ... questo dolore è un puro caso?
Mi rifiuto di pensare al caso; noi non siamo plastica versata in mare, libera di percorrere tutte le vie dell'oceano e soggette a qualunque tipo di accadimento.
Io credo che il dolore sia come un demonio che con le nostre esalazioni, con il nostro tocco, si diffonde come un morbo dall'uno all'altro.
Perdonami per quello che ti ho fatto. Non è stato Dio, non è stato il caso. Sono stata io. Sono stata io con la mia inconsapevolezza, che ora è consapevolezza, a farti male. Sono stata io.


sabato 11 maggio 2019

Sogno all'orizzonte

Scrivere per caso era lasciarsi andare al gioco della pura osservazione e invenzione, che si muove fuori di noi, cogliendo a caso fra esseri, luoghi e cose a noi indifferenti. Scrivere non per caso era dire soltanto di quello che amiamo. La memoria è amorosa e non è mai casuale. Essa affonda le radici nella nostra stessa vita, e perciò la sua scelta non è mai casuale, ma sempre appassionata e imperiosa. Lo pensai; ma poi lo dimenticai, e in seguito ancora per molti anni mi diedi al gioco dell'oziosa invenzione, credendo di poter inventare dal nulla, senza amore né odio, trastullandomi fra esseri e cose per cui non sentivo che un'oziosa curiosità. - N. Ginzburg

Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare il pianoforte; magari sarei diventata la Chopin del ventunesimo secolo, o forse non sarei diventata nessuno fuorché quella che ora sono.
Mi sarebbe piaciuto anche imparare a dipingere; magari sarei diventata la Raffaello o la Mantegna del ventunesimo secolo, o forse sarei diventata un'artista di strada, o forse non sarei diventata nessuno fuorché quella che sono.
Ma più di tutti, mi sarebbe piaciuto scrivere.
La poesia è stata per me una compagna di viaggio. E' stata quel contenitore in cui conservare ogni sensazione, ogni emozione, ogni fissazione, ogni incubo. La mia prima poesia l'ho scritta a quattordici anni. La mia psicologa mi chiese di scrivere, visto che non parlavo. E io scrissi. Ma lei quella poesia non l'ha mai letta, c'è stata un'unica persona ad averla letta e forse la persona in questione neppure se ne ricorda.
La poesia è sempre stata catarsi. Sì, una purificazione, un sentimento di pace e armonia. Quando ordini su carta il disordine nella testa, ti senti in pace. Ma soprattutto, ti senti più prossimo a te stesso: ora quella poesia scritta sei anni fa è balzata sulla mia scrivania e quell'odore di chiuso - soffocante - lo sento proprio sotto al naso. Sento anche il rumore della tempesta in arrivo. Ed è bastata una poesia di due pagine e mezzo a farmi vivere di nuovo e di nuovo ancora un momento della mia vita che non mi abbandonerà mai veramente.
E' questo quello che amo della poesia: quello che lasci scritto, una volta scritto, non appartiene più a te. Magari c'è il tuo nome segnato in basso, ma non è più tua. Perché la poesia è una forza centripeta che vive per sé. Ha un'esistenza autonoma che si potenzia quanto più la sua sinfonia fa vibrare gli animi della gente. 

Ed è per questo che amo leggerla. Perché la poesia non è di nessuno, la poesia è di tutti quelli che se ne innamorano. Non ha padroni e non ha schiavi.
Ho ripreso a leggere, in questo periodo. Ed ho letto libri bellissimi. Espiazione, Quando Teresa si arrabbiò con Dio, Il caso del cane ucciso a mezzanotte, La strada che va in città, Il giovane Holden.

Ognuno di questi mi ha lasciato un marchio dentro, specialmente i primi due, che avrei voluto non finissero mai. Quand'ero più piccola pensavo che leggere servisse a sentirsi meno soli. A distanza di anni non credo il contrario. Ma io non leggo perché mi sento sola, leggo perché a volte ho bisogno di astrarmi. La vita ordinaria a volte ti scurisce la vista: come bianco e nero sono le pagine dei manuali universitari, così sono le discussioni in famiglia. E finisci per vedere tutto allo stesso modo: le giornate e i pomeriggi di studio scorrono, le giornate di lavoro finiscono, le serate tranquille finiscono e quando ti distendi sotto le coperte, neppure il buio nella stanza è più scuro della tua ordinarietà. Leggere non è per me solo astrazione. Non mi basta vedere nuovi mondi, sentire nuove emozioni, rifugiarmi in un mondo in cui a tutto c'è inizio e fine e sta a te scoprirlo e sta a te accettarlo.
Quella vena poetica che mi portava a scrivere poesie ad ogni momento del giorno - a scuola, aspettando la sera, a notte fonda - non so dire se si è ostruita o semplicemente non funziona più.
Io credo che si sia ostruita. Credo che fare come faccio - ignorare ogni cosa - mi abbia portato ad ignorare il fatto di avere sempre avuto un'amica con me, la mia penna. E ora, offesa la penna, offesa la vena poetica, più di tre parole in fila non vengono fuori.

Ho provato a scrivere un romanzo, ma sono ferma al capitolo quattro. Ho dubbi, incertezze? No. Difficoltà a stilare una trama, un canovaccio, un programma di narrazione? No. 
Quello che voglio scrivere lo so già. Quello che voglio scrivere mi passa davanti agli occhi ogni minuto.
Voi direte, allora scrivi. 

Non posso: perché la passione, il fervore, la scintilla negli occhi dei personaggi che popolano i miei castelli in aria, scompaiono quando la penna tenta di incollarli al foglio. Non scrivo con leggerezza. I miei schemi mentali mi impongono di guardare la scrittura nello stesso modo in cui guardo alla mia vita: un sistema chiuso, regolato, controllato. In una vita in cui tutto deve essere regola e ciò che non è regola è fonte di disagio, non c'è spazio per la scrittura, che è per antonomasia un processo naturale, leggero, spontaneo. 
Io nella mia vita non posso sbilanciarmi mai. Perché i miei spiriti poi non la finiscono di parlare e incasinarmi.
Ma come posso io scrivere, se sono la prima a censurarsi?

martedì 5 marzo 2019

''Trascorsi giorni interi senza dire una parola''

Immaginate di fare il viaggio attorno alla terra in solo cinque minuti. Un viaggio così veloce che al termine del vostro girovagare non saprete né dove siete stati né cos'è che avete visto.
E' ciò che succede nel mio viaggio nella fantasia: salto da un'epoca ad un'altra, da un personaggio all'altro e nella mia mente restano modelli. Schemi. Non nomi. Non storie. Non trame.
Lo si chiama blocco dello scrittore. Invece io lo chiamerei stato di fermo nel mondo della fantasia.
Vorrei scrivere di tutto e di niente.
La verità è che quando si scrive bisogna scendere a compromessi: non scrivere di te perché non ne avrai mai il coraggio fino in fondo. Non scrivere di ciò che non ti appartiene perché perderai il filo conduttore. Non mettere troppo di te: i tuoi personaggi devono essere un miscuglio di tre elementi (te stesso, ciò che ti piace in chi ti sta attorno e ciò che non ti piace in chi ti sta attorno, ciò che vorresti essere se avessi un altro nome un'altra vita un'altra storia).
Quando si scrive però non si seguono regole. Quando si scrive l'unica regola da seguire è una: liberati e libera i tuoi pensieri. Sii fluido come un fiume, dissetante come un bicchiere d'acqua, limpido come le sorgenti.
Vorrei davvero scrivere col cuore e la penna in mano. Vorrei che tutta questa mia fantasia scoppiasse e mi uscisse dalle orecchie. Ho bisogno di sentire mia la mia unica passione. Ho bisogno di sentirmi mia.
Ho bisogno di sentire la mente scivolare sul foglio e vorrei che la mia mania di censurarmi non bloccasse ogni tentativo di uscire da questo stato di fermo nel magico mondo della mia fantasia.
Vorrei sublimare la mia carica di negatività. Non riesco più a mettere tre parole in fila.

mercoledì 13 febbraio 2019

Tu sei la luce nella notte


In un giorno di tua assenza
tornano gli incubi
ad assillare notti scure e senza stelle.

Zeus quando realizzò di essere impotente
di fronte alla forza dell'animo umano
ci condannò all'eterno peregrinare
dando all'uomo un'unica sensazione,
quella di essere incompleto.
Ogni anima fu divisa con taglio chirurgico
in due simili metà e da quel mitico momento
il viaggio dell'uomo sulla terra trascina con sé
due interrogativi: che ci faccio qui e chi è la mia anima gemella.
L'uomo al primo è capace di rispondere solo
quando esala il suo ultimo sospiro.
Quando la morte abbraccia la nostra fragile esistenza
sapremo  chi c'è a capo di tutto e perché questo nostro
lungo, avventuroso e sfortunato viaggio.
Al secondo l'uomo risponde
quando sente l'anima vibrare
in collisione con la sua immagine speculare.
Quando sente il fiato mancare
quando cresce l'enfasi nella certezza di non aver perso la ragione della sua vita.

Io quando sono con te
travalico le leggi della fisica
non tocco il cielo con un dito
è il cielo che tocca me e penetra in me
mi liberi dai limiti della conoscenza concessa all'uomo.

Zeus non aveva paura dell'uomo
aveva paura del sentimento covato in ogni uomo
che quando si sente in connessione con la sua metà
crede di poter fare tutto:
scampare al giudizio universale, vincere il male
e rifugiarsi nell'unica cosa che può guarirlo.
L'amore della sua metà.
Un'anima quand'è sola è spenta
e il buio rende i suoi spiriti deboli sotto il peso dell'inconsistenza
della vita umana.
Due anime ricongiunte non hanno paura del buio
e colorano insieme i tasselli più scuri della loro unità.

In un giorno di tua assenza
sento le tenebre
bussare alla porta della luce.

domenica 2 dicembre 2018

In saecula saeculorum

Anche la pelle cancella i segni che ti hanno lasciato e diventa nuova: pura.
Eraclito lo aveva predetto: Panta réi.
Pirandello lo aveva attestato. Siamo fiumi in piena e non ci bagniamo mai con la stessa acqua. Dentro di noi non scorre mai lo stesso sangue. Non possiamo essere come siamo in eterno.
La natura umana gioca brutti scherzi: anni a convincerti di essere ciò che sei e scopri che non sei chi credevi di essere. Guardi le tue mani, i tuoi occhi, l'espressione che assumi quando ridi o quando piangi e diventi cosciente di non essere ciò che ricordavi, di non essere ciò che speravi.
La forma umana è duttile e tu sei malleabile come plastilina e s'insinua in te un pensiero: chi è l'ingegnere di questa linea del tempo, chi è che fa del mio essere una serie di corrispondenze e subordinazioni?
Ognuno è artefice del proprio destino.
Ma non l'ho chiesto io di cambiare rotta, non l'ho chiesto io di cambiarmi dentro.
E seppur l'avessi chiesto, io non me ne ricordo.
Questi sono gli anni del mio Medioevo e non ho fatto domanda né per il disordine, né per il dubbio, né per la paura.
Qualcuno mi ha buttata in questo assillante pensiero di non essere come dovrei, di essermi allontanata da me, dalla matrice che mi ha generata.
Ma un seme non cresce mai lontano dal suo albero e questo seme è nero. Nero nella sua sfumatura più scura.
E alla fine capisci che ciò che sei è il prodotto di quello che hai nascosto, di quello che hai celato, di quello che hai ignorato, di quello che hai ricostruito e modificato nel tuo inconscio per poter vivere questa vita. Questa merda di vita.

sabato 24 novembre 2018

I'm covering my ears like a kid

Forse è solo mal di vivere.
Ci siamo incontrati tanto, tanto tempo fa, da che ne ho memoria. E non mi ha mai lasciato andare.
Quello che faccio io è l'esperimento che tutti gli uomini, di tutti i tempi, hanno condotto; parlo della fenomenologia del malessere.
Al diavolo la lirica. La poetica. La sensibilità di quelli che scrivono i libri. Al diavolo tutte queste cose.
L'unica cosa che so dire è che mi sento in piena. Straripo. Sgorga furia da tutti i segni sulla mia pelle.
E vorrei cancellarmi. Vorrei piangere e ammutolirmi, l'unico modo che mi rimane per ribellarmi. E vorrei tirarmi fuori da queste macerie ma tutto crolla così in fretta.
Troppo in fretta.
È il caso di ammettere che da queste macerie nessuno può tirarmi fuori, se non lo voglia io, se non sia io a chiederlo.

venerdì 9 novembre 2018

Via d'uscita



Sono arrivata ad un punto mediano tra l'assoluta certezza e la disarmante incertezza.
L'uomo quando non si riconosce più nel suo essere, nelle sue maschere, nei vestiti che indossa, nelle cose che dice e in quelle che fa, crede di essersi perso. Ed è esattamente come mi sento io.
Perdersi significa perdere l'orientamento. E perdere l'orientamento significa pensare di non avere la giusta percezione delle cose. Non avere la giusta percezione delle cose porta l'uomo ad un bivio: o ci si appoggia alla sensibilità, quella più primitiva che è in noi, e ci si abbandona a cose fatte senza criterio; o ci si fossilizza su pensieri dai quali non si riesce ad uscire.
Io credo di rientrare in quelli che scelgono - inconsapevolmente - di tirare avanti così come la vita viene, di continuare ad agire non perché convinta delle mie azioni, ma perché dell'idea che sia necessario farlo. Ed è sul serio così? E' necessario agire, in qualunque contesto si parli? L'uomo può permettersi una pausa?
No. 
Nel momento in cui ti guardi allo specchio e vedi tutto ciò che non avresti mai immaginato di vedere, la tua mente è in corsa verso l'uscita. E nella frenesia di venirne fuori, nel furore di quell'immagine riflessa che rivedi ogni secondo davanti agli occhi, non puoi che scappare. A gambe levate, più veloce della luce. Non puoi che convincerti che è tutto sogno. Ma all'improvviso, il suono della verità ti assorda le orecchie e nel profondo di te stesso sapevi che prima o poi sarebbe successo.
Non mi sento più io. Non riconosco quella che vedo nello specchio. Non vedo più me in ciò che scrivo, non vedo più me nel mio modo di far parte di questo grande, grandissimo mondo.
Sono passati mesi, mesi in cui il pensiero di aver perso il seme più pulito, più puro, più forte della mia anima mi ha tenuta in allerta, in ansia, in agitazione. In costante ... inquietudine.
La parte più sporca di questo gioco malato è che una volta che ti sei abbandonato a certi stimoli, non riesci più a farne a meno. E certi stimoli diventano vizi. E i vizi diventano fissazioni. Ed anche i vizi finiscono per diventare un problema, un problema ancora più grande del problema in sé: perché prima di ritornare in te, devi liberarti di quello che ha creato l'immagine distopica che hai di te.
Perché per sentirti puro, trasparente, in comunione con te stesso, devi liberarti di quello che ti fa sentire sporco. Così come la sensibilità fallace ti ha portato da farfalla a bruco, così la ragione e l'ordine devono aiutarti a compiere una seconda metamorfosi. Quella che ti riporterà nell'equilibrio che hai perso e che rivuoi per te.
Facile a dirsi.
Ma a farsi?

giovedì 8 novembre 2018

Senza stimoli



Sospirando mi dissero
l'uragano Katrina tu mi porti alla mente
e io, nel dubbio di ridere
o scatenare la mia furia
stetti zitta muta
tavola piatta.
Il mare è calmo da un po'
ma è vuoto
d'armonia e d'equilibrio
vuoto di odori suoni
vita.
Se a piedi scalzi raggiungessi riva
mi sorprenderebbe persino sentirlo freddo
o caldo che sia, questo pozzo di segreti.
Lo immagino così
un mondo d'astrazione a cui sono preclusa
un mondo di moto e dinamismo che mi attrae
e che il mio stato di fermo respinge.
Le mie orecchie non s'allegrano con queste voci
i miei occhi si chiudono all'ordinarietà
le mie dita bramano superfici nuove
la mia mente è anelito a nuovi tramonti
e nuove albe.
Campo incolto, ma figuro un giardino fiorito
profumate orchidee, ma semino semi di grano.
Non so dire se io sia in letargo
o già in pensione.
Qualcosa desterà la mia vena lirica
qualcosa infuocherà la mia curiosità
e questo vuoto tornerà a colmarsi
a straripare di emozioni
a portarmi sul letto della vita
che fluisce alle mie spalle.
Prima che i miei sensi decadano sotto il peso
della pretesa che io stessa ripongo in me.

mercoledì 24 ottobre 2018

Escamotage

E' una sinfonia che scorre nelle vene
un'alternanza di tasti bianchi e tasti neri
che sentirei come materiale dentro di me
se solo poggiassi il dito sulla giugulare.
E' la sinfonia dei cattivi pensieri
della malasorte, del castigo inflittomi
è la sinfonia che mi attraversa e spinge 
e reclama il suo posto tra la gente.
Ho la pelle così dura e la lingua così intorpidita 
che seppur volessi, non saprei lasciarla libera.
Il suono di certi miei pensieri 
è meglio che rimanga un segreto
il mio perenne anelito al suicidio lirico
sarà solo mia fantasia. 


lunedì 3 settembre 2018

Rifiorire

Spesso me ne rendo conto: sono tante le cose che non dico. Non perché non mi fidi di te o perché mi senta a disagio a parlarti di alcune cose. Più che altro tante cose non le dico perché non escono neppure una volta dalla mia bocca; rimangono intrappolate nella mia mente e magari finiscono su fogli, post-it, diari. Sono tante le cose che non dico ma che tu capisci comunque: posso anche dirti ''non c'è niente, è tutto ok'' e dirtelo cento, duecento, trecento volte in una giornata; ma se sai che non è così, non ci credi neppure la prima volta che te lo dico. 
Perché con te è così.
Non ho bisogno di difese, non ho bisogno di proteggermi. E se c'è un motivo per cui io sto bene con te è perché tu capisci i miei silenzi. Capisci come sto solo guardandomi negli occhi, ascoltando la mia voce, osservando i miei movimenti. Per te sono come un libro aperto. Ed un secondo motivo per cui sto bene con te è che non pressi certe cose che vengono spontanee: sarà che c'è un'intesa fra noi due, sarà che c'è chimica, ma non sei mai stato incisivo - nel modo sbagliato, s'intende - con me. Non hai forzato niente di quello che è successo tra di noi e se oggi festeggiamo il primo nostro anniversario è perché tra di noi le cose sono andate spontaneamente. Nessun programma, nessun orario, nessun limite, nessun pregiudizio: tra me e te è scoppiata la scintilla ed è stata la scintilla a portarci fin qui.
Tu per me sei molto più del Mio Uomo: sei il mio migliore amico, a volte un fratello maggiore, l'amante che ho sempre desiderato, il fidanzato che ho cercato ma che è balzato fuori all'improvviso, quando meno me lo sarei aspettato.
Per quest'occasione avrei potuto regalarti qualunque cosa e spero che ciò che ho scelto per te ti piaccia sul serio. Ma aldilà di qualunque regalo, di qualunque pensiero, di qualunque cosa, ci sono io. Ci sono io che ho scelto te ogni giorno di quest'anno, ci sono io che scelgo te oggi e sceglierò te domani. Io che senza di te sarei pasta senza sale; io che senza di te sarei un cielo senza rondini; io che senza di te sarei chiusa in me stessa, inconsapevole di ciò che posso fare con le mie mani e la mia testa.
E' passato un anno e in questo anno ci siamo conosciuti, ci siamo amati, abbiamo riso e siamo stati sempre insieme. Quest'anno è stato l'anno più bello di sempre: perché ho conosciuto te e tu mi hai fatto conoscere lati di me che non sapevo neppure di avere.
E la cosa più bella di questo anno è che mi sento cresciuta, consapevole, felice.
Non potrei fare a meno di te per nulla al mondo. Sei tu che mi hai fatto rifiorire.
Ti amo amore mio, buon anniversario.

lunedì 27 agosto 2018

2:56

Quanti anni sono passati? Cinque? Sei?
Stasera, come tante altre sere, i miei demoni hanno aspettato che chiudessi la porta. In realtà me li sono sentiti addosso, tutta la sera: sulle mie spalle, nella mia testa.
La differenza tra questa e le altre sere sta qui, sulla mia pelle.
Non li ho combattuti. Perchè mi sono scocciata di combattere, mi sono scocciata al pensiero di non riuscire a starmi dietro.
Mi sono scocciata. Mi sembra di correre in una rotonda. Io sono sempre punto e a capo.
Il mio inizio oramai non lo ricordo neppure. La mia fine l'ho vista tante volte ma credo che siano stati miraggi. Tutto questo non ha fine.
E io, sono esausta. Di correre, proteggermi, affannarmi, difendermi. Di discutere, ragionare, ripensarci. Di caricarmi di dubbi, pressioni, inquietudini e rammarichi.
Voglio la pace.
Ma non la pace di un giorno, una settimana, un mese. Voglio la pace, quella eterna.
E se questo è chiedere troppo, datemi almeno la coscienza di continuare. Per nessuno se non per me.

sabato 21 luglio 2018

Arriverà il piumone e sarà bellissimo

E' forse per questo che odio l'estate.
L'estate è completa stasi: tutto si muove così lentamente che il tempo sembra essere infinito e le giornate tutte uguali e le serate tutte uguali e la tua vita tutta uguale.
Odio l'estate.
Odio questo calore infernale, le zanzare, la noia martellante, il letto troppo caldo, il ventilatore che non dà fresco, le ringhiere dei balconi roventi, su cui potresti sciogliere anche l'oro.
Mi sembra che anche i miei pensieri siano uguali, anche se a volte non mi sembra proprio d'avere pensieri.
Che libro leggere, dove iscriversi ad ottobre, quale mitica dieta fare per dimagrire più in fretta. Questi sono i miei peculiari pensieri: ma non scordiamo tutti gli interrogativi annessi.
Perché mi scoccia leggere questo libro? Devo cambiarlo, finirlo, non leggerlo per un po' e riprovare?
Ma se faccio lettere ed è troppo facile? Ma se faccio storia ed è troppo difficile?
Ma il limone fa dimagrire o aumenta la stitichezza? Perché dimagrisco e poi ingrasso, ingrasso e poi dimagrisco? Devo comprarmi un costume sexy, che però non mi metta il culo fuori, la pancia fuori, i fianchi fuori, la faccia fuori.
La verità è che mi sono rotta il cazzo dell'estate. Era meglio sbattersi con la testa al muro per trovare lo sprono a studiare piuttosto che non fare un cazzo tutti i cazzo di giorni e tutto il cazzo di giorno.
E mia madre: ''Lava casa così non ti scocci!'', '' Vai a lavorare così non ti scocci!''.
Nessuno che mi dica:''Ecco, questi sono 1200 euro, così non ti scocci!''.

giovedì 12 luglio 2018

Imparadisiarsi



La terra scivola sotto i miei piedi
o è il calore a farmi scivolare giù
nella mia fantasia.
Oltre il mio balcone c'è un'enorme distesa di rosso
milioni, miliardi, di papaveri rossi.
Schiocco le dita e diventano margherite
batto le mani e diventano orchidee
soffio sulle dita e diventano primule.
I piedi non calpestano, accarezzano i loro petali e i loro steli
e se chiudi gli occhi e abbandoni l'offensiva
la melodia più bella mai suonata rapisce gli istinti di protezione.
Corro su prati senza mai inciampare o pungermi di spine
sotto il sole che non cuoce la pelle come una volta
con un vento artico a portarmi i capelli in alto
fino alle nuvole, fino a branchi di angeli in volo.
Oltre il mio balcone è dove tutto può succedere
dove caldo e freddo coesistono
sole e luna si guardano faccia a faccia
aspettando che l'una lasci il posto all'altra.
Oltre il mio balcone, oltre i prati, le nuvole e gli angeli
c'è la fine dei miei pensieri scritti ovunque
la fine delle parole d'altri a ricomparire nella mia memoria
la fine dei disegni colorati a pastello sulle mura di diari segreti.
Oltre il mio balcone, oltre i prati
e i papaveri, le margherite, le orchidee e le primule
i colori pastello diventano penne in argento
i diari segreti, se ci passi un dito sopra, sembrano cambiare la loro pelle;
come i serpenti. Diventano agende, numeri, dati, liste, promemoria.
Da qui, vedo tutto questo
e il mio esercito di fantasia mi urla
ritirata, ritirata, ritirata!
E senza che accenni a spostarmi d'un solo passo
i fiori diventano carcasse e il vento mi volta la faccia.
Piove.
Ritirata, ritirata, ritirata!
Mi siedo nel bel mezzo di un temporale tra carcasse di uomini
non aprono neppure bocca eppure li sento perdersi poco a poco
come chi ha la gola strozzata ma tenta di liberarne l'ingorgo.
Riprendo la melodia da dove era finita, chiudo gli occhi e poggio le mani in alto verso sole
e luna e nuvole.
S'irradia la mia luce.
Schiocco le dita e sento margherite crescere sotto i miei piedi
batto le mani e sento orchidee allungarsi sulle mie braccia
soffio sulle mie dita e mi sento come ricoperta di primule e foglioline.
Oltre il mio balcone, oltre i prati, le nuvole e gli angeli
non c'è null'altro se non mille, milioni di prati rossi.

martedì 10 luglio 2018

Impossibilità di certezze assolute

Sono partita da qui e sono arrivata fin qui.
(Questa è l'introduzione al tema della mia tesina che ho presentato in commissione)



Impossibilità di certezze assolute


Un Viandante cammina lungo un sentiero. Con gli occhi volti al cielo ad ammirare stormi di rondini in cammino. Coi piedi a calpestare foglie che l'autunno lascia libere di volare. Le mani congiunte dietro la schiena, il passo d'un Uomo che non saprebbe cos'altro scegliere se non il camminare lentamente ed osservare quel sentiero come se non fosse solo un sentiero.
Il Viandante giunge ad un bivio: non sa dov'è che porti il sentiero alla sua destra, né sa dov'è che porti il sentiero alla sua sinistra.
- ''E adesso dove vado?'' -, il Viandante si chiede. E nella sua mente delle voci sussurrano domande, chiedono risposte; altre le ammoniscono; altre lo interrogano su dove abbia intenzione di andare.
- ''Calma'' -, dice a se stesso.
- ''Osserva''- s'impone.
Il Viandante osserva i due sentieri e gli sembrano uguali. La stessa luce, oscurata da nuvole presagio di una nuova pioggia, illuminano i due percorsi.
S'incammina verso destra. Non c'è orma, non c'è rumore; c'è silenzio.
Il Viandante decide di tornare al bivio e s'incammina verso sinistra. Non c'è orma ma uno strano sussurrio lo invita a procedere.
Il Viandante s'irrigidisce; si chiede di chi sia quella voce, si chiede se ci sia qualcuno al di là del bivio.
- ''E se ci fosse qualcuno con un'ascia pronto ad uccidermi e a derubarmi? E se questo sentiero fosse stregato? E se qualcuno mi maledicesse e questa sarebbe la via della mia perdizione? E se magari qualcuno vorrebbe che passassi di qui? Per farmi del male? O perché è questa la mia strada?'' - il Viandante si siede su un masso a pensare. E quei pensieri lo intimidiscono, lo angosciano, lo esasperano a tal punto da passare giorni seduto a pensare senza mai sapere quale fosse la sua strada.
In un giorno di intensa pioggia, il Viandante tenta di incamminarsi sul sentiero alla sua sinistra, chiedendosi se quella voce non fosse solo un'illusione, un mero scherzo delle voci nella sua testa.
La pioggia lo aveva stancato.
- ''Non ho certezza che questa sia la mia strada. Ma non ho certezza che neppure l'altra sia la strada su cui camminare. Cosa fare, allora? Restare qui a tormentare i miei pensieri? Piuttosto, seguirò il cammino su cui i miei piedi decideranno di camminare''.
Il Viandante prosegue verso sinistra. Cammina tra foglie secche e fanghiglia. I giorni passavano e il Viandante, tanto perso nei suoi pensieri, non s'era neppure accorto del sole che era tornato ad illuminare il suo sentiero.
- ''E' questo il mio sentiero? E' qui che dovrei camminare? E se avessi sbagliato al principio del mio cammino? E se non dovessi trovarmi qui, adesso; e se avessi perso solo tempo? Già, il mio tempo. Magari ho solamente sprecato tempo. Magari se avessi scelto il sentiero sulla destra, non avrei camminato invano''.
Intanto, primule fiorivano sull'erbetta ai piedi degli alberi in fiore; gli animali si svegliavano dal loro letargo. E se il Viandante avesse chiuso per un momento gli occhi e se avesse tacitato quei pensieri che affollavano la sua mente, avrebbe potuto sentire lo scroscio dell'acqua di un fiume poco lontano, il cinguettio dei passeri che zampettavano qua e là.
Beatitudine, se solo avesse ascoltato: sarebbe bastato un minuto di quiete e la natura del sentiero avrebbe acquietato il suo animo in un vorticoso dubitare.
Il sentiero sta per finire: il Viandante s'accorge di stare per arrivare ad un nuovo bivio.
Un uomo gli dà le spalle e il Viandante non sa chi sia, né perché si trovi lì, né perché abbia incontrato proprio quell'uomo.
- ''Perché è qui? E' un viandante in cammino? E se volesse uccidermi proprio adesso che è finito il mio sentiero?'' - il Viandante s'interroga. S'avvicina all'uomo, che si volta e sorride.
L'uomo guarda le sue scarpe logore e gli dice: - ''Beh, lei ha camminato tanto. Ma ne è valsa la pena: questo è uno dei sentieri più belli che io abbia mai traversato.''
Il Viandante non sa di cosa l'uomo parli, poiché, preso dall'ossessiva volontà di avere la certezza di star camminando sul sentiero giusto, non si è accorto della bellezza del suo viaggio.
Il Viandante guarda l'uomo tirando la bocca agli estremi, simulando un sorriso, si siede su un masso e incomincia a pensare verso quale nuovo sentiero deve incamminarsi.

We watched the sunset over the castle on the hill




Sono passate settimane dal ventotto giugno, il giorno in cui ho sostenuto l'esame orale. E in tutto questo tempo, tra un libro e l'altro e tra una sigaretta e l'altra, non ho mai avuto la convinzione di dover scrivere. Mai fino ad ora: mi ci sono preoccupata tanto e adesso, con una certa lucidità, posso dire che l'esame di maturità è stata una bella esperienza.
Sconvolgente della prima prova è stato il brano di narrativa nell'analisi del testo poetico; della seconda prova è stato eccitante dover tradurre Aristotele; della terza prova mi hanno agitato i calcoli di matematica e soprattutto i miei vuoti di memoria. L'esame orale poi ... il commissario di greco latino mi ha vivisezionato al punto che il mio amatissimo professore di storia e filosofia ha esclamato ai miei amici in aula:''A momenti Giovanna la picchierà''.
Il mio esame orale non è stato una passeggiata, la commissaria di scienze mi ha fatto fare degli esercizi di chimica che a dirlo adesso non so neppure cosa siano! Tutto sommato, me la sono cavata. E proprio conversare con la commissaria di scienze non è stato come essere in esame, ma è stato come fare lezione in classe. Io scrivevo gli esercizi e mi ha messo nella condizione di correggere i miei stessi errori.
E' stata una bella esperienza, durata un'ora e mezza, ma pur sempre bella ed istruttiva.
Appena concluso il mio orale son corsa fuori. Ho fumato tre sigarette di fila e credevo di essermi giocata tutto: pensavo agli esercizi di chimica o al fatto che la prof contestasse qualunque cosa riguardo il mio punto di vista e mi dicevo che i miei punti allo scritto sarebbero valsi a poco. Fin quando la mia professoressa di italiano mi ha sussurrato:''Brava, hai fatto un bell'esame. Hai mostrato la tua maturità e la commissione ti ha premiato''.
E che bel premio. 90/100.
Immaginate la mia faccia alla vista di quel voto.
Mi sono sentita appagata, soddisfatta, in pace, orgogliosa di me. Ho studiato tanto, notte e giorno si direbbe, cercando di non trascurare nulla. E' stato un voto inaspettato ed ovviamente sempre desiderato.
E spero che questo sia solo uno dei miei tanti successi, solo il primo step di una strada sempre in salata e sempre piena di vincite.
Mi mancherà tanto il liceo, perché il liceo è stata la mia seconda casa, il mio punto di riferimento. Mi mancheranno tantissimo le lezioni di storia e filosofia e di italiano. Ecco: sono ad un punto della mia vita in cui non so se rivivere il tutto e tornare indietro o se portare tutto con me ed andare avanti.
Avanti a me c'è un'incognita a cui spero di rispondere nel modo giusto. Però cazzo ... mi mancherà il liceo. Il mio liceo, la mia scuola, la mia classe, i miei compagni, i miei professori, la mezzaluna dove prima di entrare c'è la sigaretta fissa delle 8:00, l'angolo del progetto bookcrossing, i convegni in auditorium ... il preside e la presidenza. Le scale di emergenza. Le pizze della pizzeria a cinque passi da scuola. La sala professori, i bagni con le porte rotte, la professoressa C. le cui urla si sentirebbero a chilometri, la professoressa S. sempre alla caccia di chi fuma negli angoli della scuola, gli spalti in palestra.
Tutto questo mi mancherà e resterà sempre con me. Lo porterò nella mia memoria, nel mio vissuto, negli angoli più belli della mia anima. Ho amato gli anni del liceo. Io e il liceo abbiamo un legame speciale che non si spezzerà mai.
Io sarò per sempre Esposito Giovanna al primo banco terza fila sulla sinistra della cattedra. Un giorno, sarà tutto uguale ma mai così diverso: io dietro la cattedra del liceo di cui sono stata studente.



mercoledì 30 maggio 2018

a house is not a home

io non sono più a casa.
la mia casa è volata via pezzo a pezzo
credevo non sarei arrivata a dire questo
a dire che non mi sento a casa a casa mia.
eppure solo questo voglio dire
io non sono più a casa
non c'è più niente qui
neppure la voglia di tentare
solo la voglia di andare via.