sabato 23 aprile 2016

Si dice addio solo a chi non è mai valso un cazzo nella nostra vita

Questa è una di quelle lettere che non leggerai mai perché non c'è motivo per cui tu debba saperlo.
Non c'è motivo per cui io ti scriva, riflettendoci. Non c'è motivo e non c'era né ieri, né un mese fa, né quando la ferita era troppo fresca e dovevo farla asciugare in qualche modo.
E' inutile fingere di parlarti o di dirti qualcosa quando la consapevolezza c'è e mi ha decapitata fin dal primo istante: è come se parlassi da sola o in questo caso, come se parlassi con un foglio bianco.
La parte ironica di me al momento aggiungerebbe un aneddoto che adesso trovo fuori luogo: potrei comunque fingere che la bambolina voodoo che ho davanti agli occhi sia tu, no?
Beh, la parte ironica di me al momento deve solo stare zitta, perché parlando chiaramente non c'è un cazzo per cui essere ironici. Mi hai lasciato la mano e sì, sto parlando da sola. Parlo da sola e non mi scoccio nemmeno di stare a sentire tutte le stronzate che penso.
Mi hai lasciato la mano o forse non me l'hai mai tenuta e per molti mesi ti ho odiato perché non mi hai dato modo di abituarmi alla mia mano sola, alla mia mano nel freddo dell'inverno che poi è inverno anche quando è estate.
La parte irrazionale di me al momento chiarirebbe che non correggerò niente di questa lettera, né i verbi o i congiuntivi, né le virgole, né un cazzo di niente. Perché si consuma il bianchetto e la penna per scarabocchiare solo per ciò che deve sembrare esteticamente scritto bene, esteticamente regolare. E non c'è niente di regolare in quello che ti sto scrivendo o meglio in quello che vorrei scriverti.
E' assurdo, spregevole e crudele. E' lo sfregio più grosso che l'inconscio possa farmi: ricordare il tuo numero di cellulare e salvarti in rubrica come ''R'' e rivedere la tua foto perché a volte mi chiedo se magari sei cambiato o se sei sempre lo stesso di un anno fa. E' un qualcosa che ho fatto ad occhi chiusi, quasi, ed ho realizzato ciò che avevo fatto solo il giorno dopo quando mi ritrovo il tuo contatto tra la rubrica di whatsapp.
Assurdo, un colpo bassissimo. Avrei preferito qualsiasi cosa piuttosto che cadere nella trappola di quello che penso e che non ho il coraggio di dire neppure ad alta voce a me stessa.
E se c'è una sola cosa che odio di questo periodo è che non riesco a comunicare. Nemmeno con la scrittura, perché non c'è una sola metafora o non c'è una qualsiasi figura retorica che possa descrivere come mi sento in questo periodo. A quelli che mi chiedono come sto dico che sto bene e ai miei amici dico che non lo so. Ma non si tratta di un ''non lo so'' con gli occhi tristi, è un non lo so che è proprio non lo so.
Sono immersa in una marea di cose mie che mi sembra di stare sempre fatta, sempre uscita da un coma.
Oggi camminavo per strada ed ho avuto l'impressione di rifare le stesse cose sia all'andata che al ritorno: al semaforo ho calpestato la stessa merda di stamattina e sono caduta per le stesse scale del negozio di stamattina. E' tutto un ripetersi delle stesse cose, quale panta réi, e io non capisco mai niente.
Ci sto ma non seguo e se seguo non capisco e se non capisco ricomincia lo stesso ciclo di tutti i giorni.
A volte è come se il mio cervello non ricevesse più i segnali: tipo come quando il digitale terrestre va una merda e ci sono solo quei pallini neri sullo schermo. Proprio così. Buio totale, silenzio assoluto e poi mi chiedono a che penso e io ho sempre l'impressione di non pensare niente.
Spesso penso che è per le troppe canne che mi faccio e do la colpa al fumo che squaglio se mi sembra di non capire mai niente, ma poi mi dico che se la colpa fosse delle canne non sfornerei discorsi leggermente filosofici, a un tratto introspettivi o del tutto disagiati (che poi fanno cagare a metà del mio pubblico è un dettaglio, il miglior modo per prendersi in giro non è mica farsi delle offese).
Fuori fa quasi paura, ci sono più nuvole che persone, e per fortuna, e spero che piova così almeno mi sale un po' d'ispirazione. Poi alla fine mi sale solo il nervoso perché le cose non piovono dal cielo e per quanto semplice ancora non lo concepisco, a volte.
Mi sento così ridicola. Così lamentosa, pallosa, come se volessi fare la parte della donna vissuta. Come se la mia vita fosse già finita, come se non ci fosse una seconda opportunità, come se si fosse tutto concluso quando mi hai lasciata. Che ridicola.
Sono quasi penosa in questo momento. E sai cos'è che odio di più? Non sopporto il fatto di essere penosa a causa mia.
Sono io che scelgo di essere così, nessuno mi impone di farlo. Devo continuamente cercare il modo più bello per essere ridicola e per questo scrivo. Che merda, che merda, che merda. Mi sento totalmente stupida e mi prenderei a pugni, cazzotti, calci sulle gengive.
Volevo scrivere un qualcosa di poetico ma dubito delle mie capacità. Quale scrittrice, quale aspirante scrittrice, io sono solo una perdente che si lamenta nelle cose che scrive perché nessuno sopporta i suoi inutili lamenti: eccola la verità. L'aspirina è caduta nell'acqua della mia mente e adesso si mischia con la mia unica certezza, che è lo scrivere.
Forse è meglio continuare a scrivere per me, non condividendo nemmeno una lettera con nessuno, così da potermi criticare da sola. 'Fanculo i concorsi, 'fanculo il blog, 'fanculo ogni cosa. Il mio non è un talento, è un qualcosa di completamente inutile che adesso preferirei non aver mai scoperto, così da non potermi dannare su un foglio a quadretti con me stessa sperando invece di dannare la vita a te.
Non chiedermi perché abbia indirizzato tutta questa roba a te, a te che adesso chissà dove stai, che fai o se sei vivo, non chiedermi perché proprio tu. Forse avevo solo bisogno di parlare, forse avevo solo la necessità di sentirmi meno sola in una giornata che fa schifo e in una marea di compiti da fare ma che non farò perché non ne ho voglia.
Mamma dice sempre che sono una cagasotto: ho paura di espormi, ho paura di essere criticata per un qualcosa che non saprò mai se è un talento o una finzione se non mi butto in qualcosa che mi possa spolverare l'identità. A quanti concorsi ho detto di partecipare? Quanti moduli ho strappato? E quante poesie ho riletto e riletto credendo di poter rendere tutto più perfetto non sapendo che sono le cose spontanee ad essere belle? Ce la farò mai a non buttarmi tendenzialmente nel cesso della mia vita?
Posso farcela da sola, posso farcela con quello in cui credo ... e perché continuo sempre e solo a tirare lo sciacquone e a farmi da parte? Perché metto sempre da parte i miei sogni, le mie aspettative per il futuro?
Ma che cazzo ho fatto di male io per essere così?

venerdì 22 aprile 2016

Sarebbe il caso di spegnerlo

Il tempo sembra non passare mai
nulla si muove ed è tutto fermo
come se si mettesse il blocco-schermo al tempo.
Ad ogni messaggio una folata di vento
ed ad ogni chiamata persa una nuvola passeggera
poi tutto si ferma come prima, tutto si ferma come sempre.
Metto il blocco-schermo al tempo
e vorrei poter riavviare la mia mente come quando il computer crasha
e smette di funzionare come dovrebbe.
Il tempo si ferma, le lancette non si muovono mai
e sono l'unica cosa a muoversi e a far rumore in un paesaggio a cui è stato messo il muto.

venerdì 15 aprile 2016

Malsane considerazioni



Non era in tuo interesse sentire il calore del mio corpo sotto il tuo né di sentire il modo in cui fremevo quando mi sfioravi. Non era necessario chiedermi se fossi viva, se il corpo che stavi guardando fosse felice di essere scheggiato dalle tue mani che ho sempre pensato fossero le mani di chi mi avrebbe lasciato i seni bagnati dai troppi baci e non gli occhi bagnati da una pioggia di troppe contraddizioni e di false intenzioni.
Non c'è stata premura perché non c'era amore, non è stato come avrebbe dovuto essere perché si trattava di un'esperienza meccanica, studiata, preparata come si prepara l'interrogazione nella quale si punta al 7.
Non era amore, era un continuo infilarsi le mani nelle mutande sperando di andare oltre.
Spesso si dice che quando si fa sesso e ci si bacia forse non si tratta solo di sesso consumato nel peggior modo possibile ma c'è un qualche tipo di coinvolgimento emotivo. In noi, o meglio in te, non c'era alcun tipo di amore, semplicemente non sapevi cos'altro torturarmi e così mi distruggevi le labbra.
Non c'era nulla per cui appassionarsi, non c'era niente di cui abituarsi ma non so come e non so perché mi ero quasi cullata sul modo in cui mi guardavi o sul modo in cui non mi chiedevi niente perché pensavi che il mio corpo parlasse per me.
Non era il mio corpo a parlare, non era il bisogno emotivo o la necessità di sentirmi amata e voluta ad assecondare le tue mani, a rispondere ad ogni tua provocazione. Era un istinto umano e con umano intendo qualcosa che si avvicina all'istinto animale e niente di più.
Non pensavo di essere capace di essere così: di essere una donna ''animale'' e non una donna che sa metterci i sentimenti anche quando non ci sono, con gli uomini. Pensavo di non esserne capace ed invece sì: si trattava di sesso puro, come quando squagliano l'eroina sui cucchiai.
Pensavo di star giocando col fuoco di un istinto indomabile ed invece giocavo con l'istinto personale di non sentirmi parte di qualcosa per sentirmi effettivamente complice di qualcuno.
Sta di fatto che però sono stata scottata. Non so come e non so perché avrei voluto che ci fossero le tue mani sul mio corpo per molto altro tempo dopo quella volta ed avrei voluto le mie mani sul tuo viso e nei tuoi capelli per tanto altro tempo ancora.
Sì, è stato così. Non era niente per cui appassionarsi ma mi sono appassionata differentemente dalle aspettative.
Avrei solo voluto che nel niente ci fosse qualcosa e speravo che in quel qualcosa ci fosse anche il tuo ''niente''.

domenica 10 aprile 2016

Aquila reale

E me ne andrei più lontano di quanto sono capace
correrei senza scarpe su una lastra di vetro sfregiata, pur di andarmene da qua.
Correrei per ogni campo, ogni prato e ogni strada
e anche se mi facessero male i piedi e anche se mi pregassero di restare o rimanere ancora un po'
io continuerei a correre, più veloce di prima.
Non m'interessa del fiato che manca
correrei a prescindere, come se fosse la maratona decisiva.
La corsa che posso vincere da sola, il premio che riscuoto in onore
o in disprezzo
di ciò che mi ha fatto correre.
Se non arrivassi prima, morirei.
Se non vincessi adesso, non vincerei nient'altro.
Se mi accasciassi adesso, su questa strada cocente
passerei il resto dei miei giorni distesa senza forze su ogni strada ed ogni letto
per ogni mio fallire e per ogni mio rinunciare
per ogni mio morire e per ogni mio finger di essere viva.

E ad ogni fosso e ad ogni ostacolo semplicemente salterei
e non sarebbe più correre e basta.
Sarebbe viaggiare, vivere, godersi il tempo
il sole, l'aria che mi sposta i capelli e sarebbe godersi il brivido dell'avventura.
Ogni sfida è un viaggio. Ogni maratona è un cammino.
E ogni mia consapevolezza, ogni mio coscienzioso limite
è il mio tentare di vincere.

venerdì 8 aprile 2016

Trincea

Un conto è essere accoltellati e morire dissanguati per mano di un assassino qualunque e un conto è essere accoltellati e morire dissanguati per mano di una persona che ha la stessa faccia e le stesse mani di chi ti fidavi, di chi reputavi tuo amico.
Sì, va bene, si muore comunque. Ma quando la mano di chi ti dice di non morire è la stessa che in realtà vuole che tu sia morto non te ne fai una ragione.

mercoledì 6 aprile 2016

ogni lama ti riflette

Che l'amore finisce e che tutto va a puttane sono cose che si sanno. Le ho affrontate con le palle ed è tutto superato, per fortuna. So com'è che va gestito e tutto sommato per l'amore un rimedio c'è e soprattutto, per l'amore ci si arrende semplicemente, convincendosi del fatto che forse non valga la pena soffrire per qualcun'altro.
Ma ultimamente stanno succedendo molte cose che mi stanno mettendo in guardia, che mi hanno fatto aprire gli occhi. E non parlo di ex, pregiudizi tra tradito e traditore o semplici dicerie correlate al tema “amore”.
È un periodo in cui mi sono accorta dei coltelli che mi vengono sferrati ogni volta che mi volto.
“è che a volte mi distraggo e mi chiedo se sei tu l'amico che mi teneva il posto in fondo al pullman”.
Non so più di chi devo fidarmi. E mi pento di essermi fidata così tanto di qualcuno che non solo mi accoltella ma mi strazia in silenzio, dicendolo a tutti e non a me. Mi sento una stupida. 

Non ho mai creduto in niente. Ho iniziato ogni relazione pensando che presto sarebbe finita, ho chiarito con mio padre pensando che sarebbe tutto tornato a capo rigo e sono stata in pace con me stessa pensando che sarebbe durato poco. Non ho mai creduto in niente. In un cazzo. Ho avuto il coraggio di mettere mano su fuoco solo per i miei amici.
Ed essere uccisa non da qualcuno che dice di amarmi o da mio padre che mi accoltella da quando sono nata ma da uno del mio branco, mi fa pensare di non averlo per niente un branco. Mi fa pensare di non essere nemmeno un lupo e finalmente la figura è nitida. Ad alta risoluzione.
Sono stata accoltellata da chi mi ha accarezzato le ferite e avrei preferito che mi facesse così male una persona che ha voglia di giocare coi miei sentimenti piuttosto che un amico. 
Io non ho mai creduto in niente. Avrei dato la mia vita per i miei amici, che sono la mia mano forte, la mia spalla su cui poggiare i malesseri. Avrei dato la vita e loro l'hanno tolta a me e nel modo più crudele possibile. 
È che a volte mi distraggo e mi chiedo se sei tu l'amico che mi teneva il posto in fondo al pullman …

lunedì 4 aprile 2016

Storie di draghi e principesse

Le fiabe non esistono: quando tu sei la principessa ed il drago incomincia a rompere le palle o lo uccidi tu con le tue stesse mani o lasci che sia lui a sbranare te.
Le fiabe non esistono e non possono esistere, perché se esistessero alzarsi le maniche e dimostrare di potersela cavare da soli sarebbe inutile e se dimostrare di sapersela cavare fosse inutile allora respirare per vivere potremmo anche risparmiarcelo.
Se ci fosse un principe per ogni pericolo e una magia per ogni taglio e bruciatura, non avrebbe senso tentare, cadere e farsi male per capire.
Sembra un ragionamento uscito dal culo e forse è così. E probabilmente è più logico bestemmiare ogni volta che il drago è più forte di noi piuttosto che rimanere zitti e seduti nella torre aspettando o che il drago se ne vada o che venga qualcuno per sbaglio o per destino a fare tutto per noi. A servirci la vittoria su un piatto d'argento. (Quella se la prendono gli arrivisti di merda, non io).

martedì 29 marzo 2016

Turn Off



Mi ripeto non cadere, tieni i piedi stretti a terra
guarda in basso, allarga le braccia per tastare le mura del corridoio in cui cammini
non guardarti indietro, non aumentare il passo
non correre, non ascoltarli
non accendere la luce.

Mi ripeto non dire niente, cerca di tapparti le orecchie senza stringerci le mani sopra
non lo devono sapere, non lo dire a nessuno
non sospirare così forte.
E se cercano di toccarti, tu fai finta di non essertene accorta
e se provano a sfiorarti, tu fa sì che sia la sola volta.

Non correre, non rallentare
non restare ferma, non parlare
non reagire, non piangere.
Non lasciarti ingannare, non farti convincere, non lasciare che entrino
e che prendano possesso di te.

Non ti far manipolare, chiudi a chiave la porta
e fa in modo che non entrino, che non bussino, che non urlino.

E poi ripeti a te stesso: puoi accendere la luce.


sabato 26 marzo 2016

Cuore in tre parti

Certi giorni alla domanda ''come stai'' rispondo con pezzi interi di canzoni, che ho l'accuratezza di mettere fra virgolette. E chi ha i miei stessi gusti musicali non sa se piangere per me, se dirmi che quella canzone è un capolavoro, se rispondermi ''eh minchia, io mi aspettavo uno dei tuoi papiri depressi, grazie per avermi salvato in un momento di agonia''.
Ascolto così tanta musica che ci sono fin troppe canzoni che mi fanno il cuore in tre parti. E certe volte le parole sono così poche che ho la morbosa necessità di dire ciò che sento attraverso due auricolari o un audio mandato su whatsapp.
E quindi, come sto oggi?


''
Tu non sai cosa vuol dire nascere pieni di vuoto già vedendo la tua fine con lo sguardo nell'ignoto. Poi morire per rivivere come in un videogioco per sentire la vertigine per quanto duri poco. E scrivere che vuol dire svenire tra le tue braccia mentre scopo con un'altra e penso ancora alla tua faccia.
Ridico le ragioni per le quali mi rintraccia, per i nostri anni migliori e i regali che mi rinfaccia. 
È incredibile, sai che vuol dire cambiare posto per convivere col mostro solo a suon di rime e inchiostro? Poi convincere se stessi che anche oggi è tutto apposto, sopravvivere agli eccessi per pagarne il frutto e il costo?
È un altro compleanno del cazzo e cristo dio quanto rimpiango di non esser nato a marzo, coi fiori che ora sbocciano e s'intonano col quarzo invece del freddo riflesso dentro i miei occhi di ghiaccio.
E al mio fianco, dormire in posti piccoli e abbracciarsi, per convincere i tuoi sogni e i miei incubi a mischiarsi e baciarsi fino quasi a strozzarsi appiccicati nella morte nella quale siamo rinati per catarsi. Ma non ho fiori da darti io ho soltanto resti e scarti e la mia casa invasa e abrasa dai miei mille testi sparsi.
Una saga di vita odiata colmata da teschi marci per l'incontro di una fata che è in data da destinarsi.
Pagine da un calice dalle sorsate amare non fanno piangere quanto le lacrime di un padre che mi saprà ascoltare nonostante ciò che sono, anche se un grande cantante non sempre resta un grande uomo.
Ed è importante, quando crolla la colonna portante, esulta la folla per la colpa di una donna arrogante. Si stupisce del mio sguardo sempre spento vuoto e assente, se capisse che anche quando scopo sento poco e niente.
Quanto aspetto il giorno in cui ritorni, immerso in ogni mio complesso compresso da buchi enormi.
Non ti è chiaro il concetto? Allora lascia che ti informi: odio scrivere sul letto sapendo che adesso dormi.
È uno di quei giorni in cui ricamo teli neri, levitiamo trai pensieri ed evitiamo i più sinceri. 
Forse ci meritiamo di sembrare più leggeri ma quando ho detto "Ti amo" tu dov'eri? Eh?
Ho scritto un pezzo dentro una tua foto sopra al tuo sorriso spento e fuori fuoco. Sai che tengo tutto dentro e non mi sfogo e pure al centro io mi sento fuori luogo. 

Ma ho scritto un pezzo dentro una tua foto con il tuo sorriso spento e fuori fuoco, sai che tengo tutto dentro e non mi sfogo e pure se ci provo non so dare uno scopo a noi.''

venerdì 25 marzo 2016

Siamo piccole persone chiuse in piccole finestre



Alcune volte mi capita di credere di stare perennemente chiusa in una piccola finestra di un piccolo palazzo.
Tutto ciò che vivo lo scrivo semplicemente sui vetri appannati dal mio alitarci sopra, come se fossi una specie di burattinaio che giostra la sua vita. Disegno, scrivo, appunto e manipolo ogni cosa.
Il mio dettare si percuote su un corpo senza vita, un corpo che non ha il tempo di riflettere, analizzare, decifrare ciò che scrivo. Lo fa e basta. Meccanicamente. Istantaneamente. Come un robot.
Scritto in un rosso sangue, così macabro ma così colorato, la mia mente legge come leggono i bambini delle elementari: senza capire un bel niente.
Come le macchine delle poste sotto cui passano le lettere da spedire: capaci di riconoscere il codice del francobollo, ma non di verificare quanto il francobollo sia economico per una lettera che va negli Stati Uniti.
Come il dipendente al comune che timbra di tutto e di più senza nemmeno leggere di che si tratta.
Come chi ti sente, ma non ti ascolta.Come chi capisce, ma poi alla fine non capisce nemmeno il cazzo.
Come il barista che ti dà le caramelle a caffè, quando avevi chiesto le caramelle balsamiche.
Il messaggio c'è, ma non è recepito bene. L'e-mail arriva ma viene letto solo l'oggetto di ciò che si vorrebbe dire.
Accade nella mia mente, ma non sono sicura di percepirlo solo io.

Riflettere

Inadeguata in ogni luogo
in ogni tempo e in ogni modo
inadeguata sempre
fuori luogo ovunque
opportuna mai
opportunista a volte.
Fuori posto spesso
o esattamente sempre.

domenica 20 marzo 2016

Abitudini

E non cambio pantofole anche se adesso mi stanno un pochino strette
e i calzini sono gli stessi con cui ho dormito ieri sera
e la canzone che ascolto adesso è la stessa di ieri notte e ieri mattina.
Il rossetto che metto oggi è lo stesso di due giorni fa
anche se questo rosso cremisi un po' inizia a  scocciarmi.

Persino ciò che scrivo è la stessa cosa di ieri
e metterei gli stessi vestiti di ieri sera se non fossero in lavatrice.
Chi davvero credeva in me esattamente due anni fa crede in me anche oggi e anche domani
e il corpo che voglio oggi è lo stesso di un mese fa.
E il corpo che desideravo dieci anni fa è lo stesso che non ho adesso.

E ciò che avrei voluto urlare tre anni fa
vorrei urlarlo anche adesso, solo che non ho il megafono, non ho la voce, non ho nessuno che si tappi le orecchie.

sabato 19 marzo 2016

Whisky, Soda e Rock 'n' Sticazzi

Intorno a me accadono tante e tante cose e non faccio altro che tenermele dentro, ancora.
E' come se avessi l'impressione che nessuno può capirmi, che nessuno mi vuole davvero ascoltare e passo metà del tempo a pensare sempre alle stesse inutili cose (quando l'unica cosa a cui dovrei davvero pensare è filosofia, che mi ha chiamata già due volte e non sapevo neppure quale fosse l'argomento del giorno).
Tutto mi annoia, tutto mi scoccia e mi sento spontaneamente sola.
Non ho nessuno con cui parlare e nessuna cosa, fatta eccezione per le serate in cui si fuma, mi attrae poi così tanto.
O meglio, sì, qualcosa c'è ma non c'è niente che faccia per me. Niente che sia alla mia portata.
In questi giorni ho visto troppo spesso Ezio (sì, lo stronzo ha un nome più stronzo di lui): in cortile, per strada, in macchina, in corridoio e addirittura ieri per il mio primo esame della patente europea ho dovuto starci per più di due minuti nella stessa stanza.
Quando ho raccontato di questi miei ''incontri casuali'' con la mia mamma e i miei amici ho finto. In modo assurdo. Considerando ciò che ho detto loro io sarei stata gelida, non mi sarei neppure girata e non l'avrei minimamente calcolato <<perché non se lo merita>>. In realtà la cosa è andata diversamente: in cortile mi sono semplicemente voltata dall'altro lato sperando di sparire, per strada mi sono necessariamente infilata in un vicolo aspettando che se ne andasse, quando il semaforo era rosso e la sua macchina si è fermata io ho casualmente cambiato rotta e ieri all'esame mi sono solo chiusa in un cesso sperando che tutto finisse al più presto possibile.
Non ce la faccio, è più forte di me. Non credo sia possibile reggere quello sguardo strano e cupo e parlando chiaramente mi fa ansia anche solo sapere che nei dintorni c'è una persona che mi ha fatto davvero male.
Queste cose odio dirle perché poi mi si chiede: ma che può mica farti se ti ha detto che non ti vuole? Ho la costante impressione che qualcuno voglia uccidermi. La costante paura che faccia come i terroristi: arriva, mi da la bomba in mano spacciandola per il regalo del mio compleanno mancato e boom! Ovviamente esplodo sola, come ogni volta, come ha già fatto e come sicuramente rifarà o lui o qualcun altro.
Sento la necessità di stargli lontana come i topi dal veleno in ''caramelle'' blu.
E fotte un cazzo se scappo. E fotte un cazzo se devo inventarmi tutte palle per dimostrare agli altri (e anche un po' a me stessa) che minchia, è tutto passato, che faccia il cazzo che gli pare.
Sento la necessità di resettare il mio cervello eppure no, non posso. E non perché è impossibile (non ci metterei niente a tirare due strisce di coca e mandare tutto a 'fanculo) è proprio che sotto sotto so che non è la cosa giusta dimenticarsene.
Così come Petrarca ha campato per quanti anni ha campato in bilico tra Gloria, Fama, Sesso e Laura e Dio, Teologia e Sant'Agostino così io sono in bilico tra l'appisolarmi e il resettare ogni parte del mio cervello e del mio cuore con quante più scelte d'autodistruzione e tra il rimanere lucida e intatta, perché questa deve essere l'ultima volta, perché devo essere una macchina perfetta, senza segni di vita o peggio ancora di sentimenti.

mercoledì 9 marzo 2016

Digerirmi



E mi danno fastidio le mani di chi vuole consolarmi e mi danno fastidio le parole di chi mi guarda e vorrebbe dire qualcosa anche se non voglio sentirmi dire niente. Apro continuamente la finestra e mangerei il terreno invece di restare a guardare e mi lascerei cadere cento volte invece di restare in bilico mille e mille volte. Non tocco niente che non sia me e voglio che nessuno mi tocchi, che nessuno mi guardi, che non mi diano da parlare. Muoio d'egoismo e morirò ancora e ancora di egocentrismo perché al centro dell'inverno nello tsunami delle mie emozioni non vinco, non perdo e combatto sola senza armi, senza armatura, senza voglia di combattere e senza l'ambizione di vincere il gelo. Mi chiedono di chiudere la finestra e io mi chiudo in me mettendo da qualche parte le chiavi così da potermi accampare al centro dell'inverno nello tsunami delle mie emozioni e non chiedo a me stessa di spiegare le ali o di spiccare il volo. Mi chiudo e mi nascondo nelle mie ali come fa una colomba al coperto di un portico, atterrita dal forte rumore della pioggia che batte sui vetri, sull'asfalto, sui suoi piedi.

domenica 6 marzo 2016

Male e Bene, Gemitaiz

Le unghie rosso fragola, il rossetto rosso cremisi, le guance rosse per il freddo, il filtro sporco sulle labbra, le gambe accavallate, le braccia stese su una panchina quasi bagnata e fisso chi mi sta attorno tenendomi tra le mani i giorni miei, i sogni miei, le mie ambizioni e le mie attitudini.
E non m'importa di chi c'era, di chi non c'è più e di chi ha deciso di esserci solo prima del precipizio. Abbraccio chi c'è.
Chi mi tiene la mano anche se è fredda, anche se per la frenesia di cambiare direzione a volte mi comporto da vera stronza e lascio vincere l'arpia che è in me.
Oggi non lascio che nessuno irrompa nella mia tranquillità. Al diavolo il pessimismo, è proprio adesso che devo mostrare gli incisivi.
E non m'importa di chi mi ha tradito e di chi mi ha illuso e non m'importa proprio di niente.
Piangersi addosso non significa crescere, l'ho sempre saputo ma pare che spesso io me lo dimentichi.
I problemi si risolvono restando positivi.

venerdì 4 marzo 2016

it's okay not to be okay

sbiadisco e m'incupisco
piango senz'occhi da strofinare.
chiudo gli occhi per non sparlare
o forse per chiuderli e basta.
e mi viene da dormire
e mi viene da morire.

domenica 28 febbraio 2016

Cima, Mi sveglierò domani

''E tutti quanti corrono per arrivare prima in cima
ma in un mondo di arrivisti io sono quello che cammina. 
Dalle vostre frasi fatte io mi sento escluso.
Se il mondo si apre a noi io l'ho trovato chiuso. ''



Ma come si decolla senza l'aereo?
Come ci esci se non c'è la porta di emergenza?
E come cammini se la strada è piena di fossi?
Ma come scrivi senza la penna?
E che parli a fare se nessuno lo capisce?
Come l'accendi se non c'hai l'accendino?
E come faccio a guardare lontano se non c'ho gli occhiali?




giovedì 25 febbraio 2016

Ti spintono così che tu cada ed esca dalla mia mente

Arrivederci è nascondere la faccia
senza coprirsi gli occhi
e cercarsi anche se si è detto ciao.
Ed io non ti trovo
e tu non mi cerchi
e se ti spintono con lo sguardo non mi saluti e non apri neppure bocca
ma mi hai detto arrivederci, e mica addio
e ho l'impressione che tu gli occhi non è che li copri
è che non li apri proprio.

lunedì 22 febbraio 2016

Avete mai pensato di essere una macchina del sesso?
Vi siete mai sentiti come se il vostro buco fosse l'unica ragione per cui gli uomini vi si avvicinano?
La domanda che pongo lascia intendere la cosa che più odio: il piangersi addosso.
Sì, mi sto piangendo addosso. E mi piango addosso perché ho l'umore sotto i piedi e mi sento proprio così: una macchina del sesso.
Nessuno vuole stare con me, se non sui sedili posteriori di una macchina qualunque. Come se fossi solo una macchina del sesso.

domenica 21 febbraio 2016

May day



Chi non è priorità di se stesso
mette a bruciare il proprio sesto senso
e quando nella testa ha solo fumo
crede che sia nebbia
e quando non crede che sia nebbia
capisce che era fumo.