Stiamo studiando un autore con la cui biografia sono molto a mio agio.
Il suo vissuto, le sue potenzialità e purtroppo anche la sua infermità mentale, si rispecchiano in me.
E' un autore dalla personalità fragile, quasi di vetro sottilissimo. A primo impatto, potrebbe anche risultare senza personalità: rende se stesso e la propria arte conformi alle aspettative dell'epoca in cui vive, propone gli stessi modelli che proponevano tutti gli altri, è propenso ad accettare le idee che accettano tutti gli altri - solo per timore della critica che potrebbe essergli fatta per la sua diversità di pensiero -. Si sente attaccato, puntato, perseguitato dalle critiche.
Pretende il massimo da sé stesso e per ogni suo tentativo vorrebbe essere gratificato, vorrebbe essere celebrato. Desiderava delle attenzioni che, poiché nessuno gliene concedeva, lo portarono ad essere una macchina scrivente di un'epoca in cui tutto deve essere conforme, tutto deve essere necessariamente approvato per esser reputato bello. Desiderava ottenere il massimo e si autoflagellava sminuendo la sua arte, dando per scontato il suo talento e sprecandolo a scrivere non ciò che l'ingegno dettava ma ciò che l'epoca richiedeva.
Pensate, riscrisse la sua opera più famosa quattro volte, perché gli ''editori'' reputavano inadeguati alcuni temi sostanziali.
Si sentiva addosso, perennemente, degli occhi che non esistevano. E si faceva paranoie su storie mai accadute.
Aveva un modo strano di vedere le cose e studiare questa stranezza dal punto di vista di uno studente mi ha sorpreso non poco. Credeva che dei folletti gli rubassero i fogli su cui scriveva e che i suoi insuccessi non fossero altro che una maledizione di un qualunque mago a cui stava evidentemente sul cazzo.
E' una personalità stramba, curiosa, dannata. Il suo dissidio interiore, il suo dissidio tra l'essere se stesso e l'essere ciò che è giusto, lo ha portato all'eterna dannazione e all'eterna sofferenza.
Mi ci ritrovo tanto e mi ci ritrovo poco. Resto ad occhi sbarrati e mi sembra un autore reale, vivo, adatto a descrivere anche il vissuto di chi non ha vissuto le sue esperienze.
Vi invito a riscoprire la personalità di Torquato Tasso, potrebbe sorprendervi.
''Odio gli indifferenti. Vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti.''
venerdì 25 novembre 2016
Richieste del mercato
Ho spesso pensato che fosse quel numero
a stordire gli occhi di chi non ci conosceva.
Ho pensato che fosse quel numero rovesciato accanto al 3
a far spalancare bocche, corrugare fronti, istigare menti.
Ho pensato che quel numero fosse lo spartiacque
di me e di te, insieme. E adesso
penso che quel numero assieme a tutti i suoi predecessori
siano suppliche, bandierine bianche levate dal basso fronte.
a stordire gli occhi di chi non ci conosceva.
Ho pensato che fosse quel numero rovesciato accanto al 3
a far spalancare bocche, corrugare fronti, istigare menti.
Ho pensato che quel numero fosse lo spartiacque
di me e di te, insieme. E adesso
penso che quel numero assieme a tutti i suoi predecessori
siano suppliche, bandierine bianche levate dal basso fronte.
mercoledì 23 novembre 2016
Io, la luna, l'apogeo. Non sono in pace neanche quando creo
Attorno a me ciondolano dai soffitti, dai balconi, dai rami degli alberi per metà spogli, idee e spunti e parole che mi accendono l'anima e rendono i miei macigni sullo stomaco ancor più pesanti.
Pendolano persone alla fermata degli autobus, sono personaggi visionari quelli che - appoggiati ai muri della palestra - ripetono storia mentre io cerco risposte nelle domande che mi pongono i libri di letteratura nello zaino, che stamattina non è poi così pesante.
Attorno a me, brulicano parole. Parole che non sono mie.
Potrebbero esserlo, ma la mia mano le fa essere solo e semplicemente copie. Copie delle copie delle copie.
Sento le mie parole vuote, come le O che colore nelle ore estenuanti di greco e sì, mi sento disinteressata.
Nessun colpo di genio, nessun improvviso tuono di ispirazione, nulla che desti la mia attenzione.
E' come quando da piccoli pensavamo di poter prendere le formiche e farle camminare sulle nostre dita. Le formiche sono così piccole ed era così difficile riuscire a prenderle. Ecco, è così con le idee. Tanto piccole quanto insignificanti, non riusciamo a farle correre sulla nostra pelle, non riusciamo a coglierle nel momento giusto. E' perché sono piccole? E' perché sono inutili? No, siamo noi a non esserne in grado.
Più si vorrebbe scrivere, meno si scrive. Più ci si impone di trovare via d'uscita in quello che è il blocco dello ''scrittore'' e meno si riesce.
E mentre sbuffo e getto l'ennesima carta nel cestino, l'ennesimo file sul computer, l'ennesima sensazione che mi attorciglia la mente e fa soqquadro nel mio stomaco, mi fermo, prendo fiato, mi rilasso.
Ho finalmente scritto, pensando di non avere nulla da dire e pensando di non sapere come dirlo.
lunedì 21 novembre 2016
Riflessione embrionale
Non vorrei rifiutarmi di amare, sì
solo per paura di soffrirci.
Sarebbe dire
''rifiuto di vivere qui,
per paura di morirci.''
Ho osato pensare che la nostra vita sia un aeroporto e che chi va e chi viene, chi viene spesso e chi va sempre, siano solo passeggeri.
Sì, è comodo pensarla così. E' comodo avere la scusa a portata di mano.
Io, nella vita degli altri, mi rifiuto di essere solo una passeggera. Ho viaggiato, ho vissuto, ho creduto, ho sperato ed ho pianto, mi sono liberata, mi sono incatenata e no, non ritengo di essere una passeggera.
Al diavolo chi parla di esperienze, chi minimizza i sentimenti propri o degli altri e chi sintetizza il tutto con poche frasi di circostanza.
Il viaggio sarà anche stato poco piacevole, il check-out sarà anche stato necessario perché no, non si può e non se ne può più, eppure rimane un viaggio. Un viaggio che matura con noi e che maturerà ancora, un percorso che permette di conoscere e soprattutto, di conoscere se stessi.
Ho visto, ho compreso, mi son chiesta perché.
Le persone nella mia vita non sono passeggere perché ad ogni segno c'è un ricordo, ad ogni ricordo c'è una persona e sì, noi esseri umani siamo a nostro modo importanti, pur se piccoli, minuscoli, simili a microbi rispetto al gigantesco ego della nostra psiche umana.
Non siamo passeggeri di niente. Siamo persone che crescono, che evolvono o progrediscono nei sentimenti, persone che sono persone, che riflettono e si pentono, che riflettono e si convincono.
No, non sapevo cosa volevo ma sì, adesso so cosa voglio. Sì, sapevo benissimo quali sono i miei punti deboli ma no, non sapevo come mascherarli. Ho imparato a nascondere la mia sensibilità? Sì, ho sempre saputo come. Ho imparato a dimostrarmi fragile con chi merita di sapermi fragile? No, ci devo ancora lavorare. Devo imparare ad aprirmi in modo diverso con le persone, devo imparare ad essere trasparente alcune volte. Dovrei imparare anche a non sbagliare volo, dovrei imparare anche a sedermi al posto giusto, dovrei imparare come veramente si può condurre un volo tranquillo, senza troppe deviazioni e dovrei imparare anche a smetterla di pensare stronzate e ammettere di essere passeggera nella vita di chi non mi ha voluto, perché è sempre così: si è sempre passeggeri di qualcuno e si è sempre aeroporto di qualcun altro. Il resto è superfluo, il resto non vale niente, i sentimenti non valgono niente, vale solo il costo del biglietto e la durata del viaggio.
Ho osato pensare che la nostra vita sia un aeroporto e che chi va e chi viene, chi viene spesso e chi va sempre, siano solo passeggeri.
Sì, è comodo pensarla così. E' comodo avere la scusa a portata di mano.
Io, nella vita degli altri, mi rifiuto di essere solo una passeggera. Ho viaggiato, ho vissuto, ho creduto, ho sperato ed ho pianto, mi sono liberata, mi sono incatenata e no, non ritengo di essere una passeggera.
Al diavolo chi parla di esperienze, chi minimizza i sentimenti propri o degli altri e chi sintetizza il tutto con poche frasi di circostanza.
Il viaggio sarà anche stato poco piacevole, il check-out sarà anche stato necessario perché no, non si può e non se ne può più, eppure rimane un viaggio. Un viaggio che matura con noi e che maturerà ancora, un percorso che permette di conoscere e soprattutto, di conoscere se stessi.
Ho visto, ho compreso, mi son chiesta perché.
Le persone nella mia vita non sono passeggere perché ad ogni segno c'è un ricordo, ad ogni ricordo c'è una persona e sì, noi esseri umani siamo a nostro modo importanti, pur se piccoli, minuscoli, simili a microbi rispetto al gigantesco ego della nostra psiche umana.
Non siamo passeggeri di niente. Siamo persone che crescono, che evolvono o progrediscono nei sentimenti, persone che sono persone, che riflettono e si pentono, che riflettono e si convincono.
No, non sapevo cosa volevo ma sì, adesso so cosa voglio. Sì, sapevo benissimo quali sono i miei punti deboli ma no, non sapevo come mascherarli. Ho imparato a nascondere la mia sensibilità? Sì, ho sempre saputo come. Ho imparato a dimostrarmi fragile con chi merita di sapermi fragile? No, ci devo ancora lavorare. Devo imparare ad aprirmi in modo diverso con le persone, devo imparare ad essere trasparente alcune volte. Dovrei imparare anche a non sbagliare volo, dovrei imparare anche a sedermi al posto giusto, dovrei imparare come veramente si può condurre un volo tranquillo, senza troppe deviazioni e dovrei imparare anche a smetterla di pensare stronzate e ammettere di essere passeggera nella vita di chi non mi ha voluto, perché è sempre così: si è sempre passeggeri di qualcuno e si è sempre aeroporto di qualcun altro. Il resto è superfluo, il resto non vale niente, i sentimenti non valgono niente, vale solo il costo del biglietto e la durata del viaggio.
venerdì 18 novembre 2016
Dov'è questo potere dell'amore se poi è l'amore per il potere che consuma le persone?
Crescere è regredire.
Crescere è la tomba del sentimentalismo, della spontaneità, della creatività e soprattutto della concezione di famiglia.
I grandi pensano solo ai soldi, al lavoro, alla macchina pulita. Sono incapaci di dimostrare affetto e tutto è proiettato al difendere i propri interessi.
Crescere li porta ad essere calcolatori, dissimulatori e l'unica cosa a cui vogliono bene è la realizzazione. L'unica cosa a soddisfare quest'obiettivo di vita che punta in alto è il successo nel mondo del lavoro. E' l'unica cosa che li fa sembrare vivi, l'unica cosa che li rende umani.
I loro rapporti sociali sono finti: ognuno pensa a sé e se vogliamo essere generosi diciamo che ognuno pensa a sé e la propria famiglia.
Quelli che sono i genitori, i fratelli e le sorelle diventano coloro che non danno o non dividono il patrimonio o le proprietà immobiliari e tutto ciò che un tempo era vita diventa uno stremante desiderio di volere di più, di meritare di più e si è convinti sempre più che è questo quello che conta nella vita.
Nella vita contano i soldi, il lavoro e il sopravvivere da sé.
Crescere è la tomba del sentimentalismo, della spontaneità, della creatività e soprattutto della concezione di famiglia.
I grandi pensano solo ai soldi, al lavoro, alla macchina pulita. Sono incapaci di dimostrare affetto e tutto è proiettato al difendere i propri interessi.
Crescere li porta ad essere calcolatori, dissimulatori e l'unica cosa a cui vogliono bene è la realizzazione. L'unica cosa a soddisfare quest'obiettivo di vita che punta in alto è il successo nel mondo del lavoro. E' l'unica cosa che li fa sembrare vivi, l'unica cosa che li rende umani.
I loro rapporti sociali sono finti: ognuno pensa a sé e se vogliamo essere generosi diciamo che ognuno pensa a sé e la propria famiglia.
Quelli che sono i genitori, i fratelli e le sorelle diventano coloro che non danno o non dividono il patrimonio o le proprietà immobiliari e tutto ciò che un tempo era vita diventa uno stremante desiderio di volere di più, di meritare di più e si è convinti sempre più che è questo quello che conta nella vita.
Nella vita contano i soldi, il lavoro e il sopravvivere da sé.
mercoledì 16 novembre 2016
Amori miei
Sono molto lunghi. Sono molto belli.
Ma anche crespi, secchi, bruciati, rovinati dalle mie continue tinte e dai miei continui cambi di prodotto.
Posso dire di voler bene ai miei capelli. Il che è stupido, lo so.
I capelli lunghi mi accompagnano dalla seconda media e dopo vari tagli e sforbiciate alle doppie punte, arrivano sotto il seno (all'altezza del mio ombelico e a circa cinque centimetri dal sedere).
In questi giorni lavare i capelli è diventato uno strazio: ci metto in media due ore e venti minuti a snodare quella matassa senza senso di capelli. Forse è giunto il momento di tagliarli.
Passo ore ed ore allo specchio a piegarli e a fissarli con delle mollettine, in modo da poter vedere come starei senza i miei amatissimi capelli. E più penso ai miei capelli sul pavimento del salone di una parrucchiera, più li annuso e li accarezzo come se fossero i capelli magici di Rapunzel.
Ci sono così affezionata.
Adoro quando tira vento e mi frustano il viso e adoro quando piove e si arricciano talmente tanto da farmeli adorare ancor di più.
Tagliarli sarebbe una cosa abominevole. Una cosa che vorrei non dover fare.
Una cosa che non farò per nulla al mondo.
Carissima parrucchiera di fiducia, accontentati di al massimo tre dita. Accontentati di tre dita dei capelli più bruciati che tu abbia mai visto.
I capelli corti non li porterò mai.
Ma anche crespi, secchi, bruciati, rovinati dalle mie continue tinte e dai miei continui cambi di prodotto.
Posso dire di voler bene ai miei capelli. Il che è stupido, lo so.
I capelli lunghi mi accompagnano dalla seconda media e dopo vari tagli e sforbiciate alle doppie punte, arrivano sotto il seno (all'altezza del mio ombelico e a circa cinque centimetri dal sedere).
In questi giorni lavare i capelli è diventato uno strazio: ci metto in media due ore e venti minuti a snodare quella matassa senza senso di capelli. Forse è giunto il momento di tagliarli.
Passo ore ed ore allo specchio a piegarli e a fissarli con delle mollettine, in modo da poter vedere come starei senza i miei amatissimi capelli. E più penso ai miei capelli sul pavimento del salone di una parrucchiera, più li annuso e li accarezzo come se fossero i capelli magici di Rapunzel.
Ci sono così affezionata.
Adoro quando tira vento e mi frustano il viso e adoro quando piove e si arricciano talmente tanto da farmeli adorare ancor di più.
Tagliarli sarebbe una cosa abominevole. Una cosa che vorrei non dover fare.
Una cosa che non farò per nulla al mondo.
Carissima parrucchiera di fiducia, accontentati di al massimo tre dita. Accontentati di tre dita dei capelli più bruciati che tu abbia mai visto.
I capelli corti non li porterò mai.
sabato 12 novembre 2016
Metà del tempo a farsela e metà a farsela scendere, il tempo non lo puoi comprare, lo puoi solo vendere
C'è una crepa nei miei occhi e con le parole hai saputo spezzarli. In due metà, perfettamente uguali. Cocci di un verde spento a cui non è dato né di piangere e né di mettere a fuoco.
A volte pensiamo di tagliarcene fuori, pensiamo che sia meglio far delle crepe sui legami e creare distanze, pensiamo di poter sdoppiare la realtà. Pensiamo che fare un passo indietro ci aiuti a stare più con noi stessi, ci aiuti ad essere più riflessivi ma più impetuosi nel nostro piccolo mondo fatto di idee, nel nostro piccolo mondo illusorio in cui tutto si muove e tutto prende vita ad opera nostra, con uno schiocco di dita.
Pensiamo di tirarci indietro e non è così, perché in certe cose veniamo buttati fuori, con un leggero calcio nel sedere, per lo stesso motivo che ci porta a desiderare di esserne privi, di poter farne a meno, di esserne scaraventati fuori, come dall'ultimo strato di magma terrestre fino all'ultimo strato di nuvole bianche.
giovedì 10 novembre 2016
Damnatio memoriae
Cammini nelle catacombe del mio modo d'essere.
Macabro, lugubre. Io so di morte.
Deturpato, putrefatto. Distruggi ogni mia nicchia.
Disonorami, repelli e depenna il mio nome.
Che si ricorra alla damnatio memoriae.
Il disfacimento è in atto.
E, come Nerone con la sua Roma, guardami bruciare
e gioisci.
Macabro, lugubre. Io so di morte.
Deturpato, putrefatto. Distruggi ogni mia nicchia.
Disonorami, repelli e depenna il mio nome.
Che si ricorra alla damnatio memoriae.
Il disfacimento è in atto.
E, come Nerone con la sua Roma, guardami bruciare
e gioisci.
mercoledì 9 novembre 2016
Sometimes it feels like the world's on my shoulders
L'insoddisfazione è una bestia che t'azzanna e ti possiede. Ti possiede senza il tuo consenso, senza alcuna provocazione. Non ci si accorge nemmeno del suo inganno.
È psicosi, la definirei un tic nevrotico che decapita le mie speranze e le mie aspettative e mi rende incoerente, pragmatica e dinamica nei comportamenti. Sostanzialmente puntigliosa e ipocrita nel mio modo d'essere e perennemente scocciata per parlare, spiegare, autocommiserarmi.
Insoddisfazione. Che brutta parola. Che tormento. Che rabbia. E che cazzo.
È psicosi, la definirei un tic nevrotico che decapita le mie speranze e le mie aspettative e mi rende incoerente, pragmatica e dinamica nei comportamenti. Sostanzialmente puntigliosa e ipocrita nel mio modo d'essere e perennemente scocciata per parlare, spiegare, autocommiserarmi.
Insoddisfazione. Che brutta parola. Che tormento. Che rabbia. E che cazzo.
lunedì 7 novembre 2016
La persona che mi ha fatto immensamente soffrire
Comprendo.
Adesso capisco. Adesso so, perché l'ho sentito sulla mia pelle. Adesso so come ci si sente, adesso so cosa si prova, adesso so quanto è difficile.
Capisco che significa dover dire no ad una persona con la quale non si ha coraggio.
Adesso capisco quale sia stata la ragione che ha portato il mio passato a lasciarmi andare: a certe persone, a certe situazioni, a certi sentimenti semplicemente non siamo cari. Non sono veramente affezionati a noi,non darebbero la vita, non c'è alcun affetto.
Capisco anche con quale difficoltà mi abbia lasciata andare chi oramai fa parte del mio passato e rivedo nelle cose che faccio oggi, le cose che facevano a me mesi e mesi e mesi fa.
No, non mi fa più male. Mi fa male pensare che la persona che mi ha fatto immensamente soffrire sono io, adesso, per lui. Mi fa male pensare di essere ciò che ho odiato quando dall'altro lato della medaglia c'ero io.
Mi dispiace, è finita, ho tremila scuse, tremila balle da dire per convincerti che c'è una motivazione per cui è finita e invece no. Invece non è proprio così.
E' finita perché non mi sono mai davvero affezionata, è finita perché quando sto male tendo ad allontanarmi e mi sento sola, sola, troppo sola. E' finita perché per me non è mai iniziato niente. Perché nel mio mondo esisto solo io, io coi miei malesseri, io coi miei pensieri, io coi miei sfoghi. Nel mio mondo non c'è posto per nessun altro se non per me.E' finita perché ti ho tagliato categoricamente fuori dalla mia intimità fin dal primo giorno, fin dal primo istante.
E' questo quello che devi sapere, il resto di ciò che dico e il resto di ciò che potrei scrivere è solo una scusa.
Adesso capisco. Adesso so, perché l'ho sentito sulla mia pelle. Adesso so come ci si sente, adesso so cosa si prova, adesso so quanto è difficile.
Capisco che significa dover dire no ad una persona con la quale non si ha coraggio.
Adesso capisco quale sia stata la ragione che ha portato il mio passato a lasciarmi andare: a certe persone, a certe situazioni, a certi sentimenti semplicemente non siamo cari. Non sono veramente affezionati a noi,non darebbero la vita, non c'è alcun affetto.
Capisco anche con quale difficoltà mi abbia lasciata andare chi oramai fa parte del mio passato e rivedo nelle cose che faccio oggi, le cose che facevano a me mesi e mesi e mesi fa.
No, non mi fa più male. Mi fa male pensare che la persona che mi ha fatto immensamente soffrire sono io, adesso, per lui. Mi fa male pensare di essere ciò che ho odiato quando dall'altro lato della medaglia c'ero io.
Mi dispiace, è finita, ho tremila scuse, tremila balle da dire per convincerti che c'è una motivazione per cui è finita e invece no. Invece non è proprio così.
E' finita perché non mi sono mai davvero affezionata, è finita perché quando sto male tendo ad allontanarmi e mi sento sola, sola, troppo sola. E' finita perché per me non è mai iniziato niente. Perché nel mio mondo esisto solo io, io coi miei malesseri, io coi miei pensieri, io coi miei sfoghi. Nel mio mondo non c'è posto per nessun altro se non per me.E' finita perché ti ho tagliato categoricamente fuori dalla mia intimità fin dal primo giorno, fin dal primo istante.
E' questo quello che devi sapere, il resto di ciò che dico e il resto di ciò che potrei scrivere è solo una scusa.
venerdì 4 novembre 2016
La via del vuoto
A un passo da te.
A un passo da un buco di emozioni che risucchierebbe la mia paura di volermi bene, a un passo dall'abbandonarmi ed incarnare una versione distorta, confusa del mio silenzio.
A un passo dal serrare la mia paura nel bianco pallido del mio viso, a un passo dal poggiare i piedi al suolo e smetterla di farli tremare.
A un passo dall'oasi, a un passo dalla tana del lupo - la mia tana -.
Ogni viaggio inizia sempre con un passo.
Percorri la via.
Conta solo su te stesso.
Cammina sul sentiero d'acciaio.
Perché il destino ora esige il suo tributo.
Sei sulla via del vuoto.
mercoledì 2 novembre 2016
Quando la pioggia non viene da sopra cade sotto il tuo stesso ombrello
Sembra sempre che io sappia cosa fare.
E il trucco è proprio questo: dare l'impressione di sapere cosa fare. Di saper prendere una scelta indifferentemente, che poi qualunque cosa sia fa lo stesso.
E' un'immagine di me che ha condizionato me medesima sotto ogni aspetto.
Parto prevenuta: ciò che inizio so che non lo porterò a termine, ciò che mi fa male all'inizio so che mi farà male uguale alla fine del percorso e soprattutto, so di essere indifferente all'inizio così come alla fine.
Sembra facile così, sembra naturale. Eppure non è né facile e né naturale, probabilmente non lo è per nessuno.
Vorrei poter dire di aver faticato, di aver fatto forza sulle mie gambe. Mi è indifferente anche insinuare questo. Mi è indifferente qualsiasi cosa.
Dare spiegazioni, cercare spiegazioni, ascoltare spiegazioni, cercare in me stessa, offendermi o indignarmi, volermi bene o volermi morta.
Indifferente.
E' stata una constatazione scontata. Quante persone me l'hanno detto? Quante volte l'ho pensato?
Nella mia mente c'è un essere che sbatte la sua essenza sulle pareti del mio corpo, della mia mente, della mia prigionia.
E' stata un'insinuazione cattiva, che mi fa pensare:''Benvenuta sulla terra, c'era bisogno che te lo dicesse lei?''.
Sì. C'era bisogno che me lo dicesse lei. Vaneggiavo nelle mie fantasie, nei miei desideri, nelle cose mie.
Mi si sono asciugate le labbra, mi si è chiuso lo stomaco ed è così ogni volta.
Ma tu fai finta di niente, ridi, parli, ignori. Indifferente. Interiorizzi le situazioni e scrivi solo ciò che ti fa comodo.
Mi è indifferente anche scrivere, adesso.
E il trucco è proprio questo: dare l'impressione di sapere cosa fare. Di saper prendere una scelta indifferentemente, che poi qualunque cosa sia fa lo stesso.
E' un'immagine di me che ha condizionato me medesima sotto ogni aspetto.
Parto prevenuta: ciò che inizio so che non lo porterò a termine, ciò che mi fa male all'inizio so che mi farà male uguale alla fine del percorso e soprattutto, so di essere indifferente all'inizio così come alla fine.
Sembra facile così, sembra naturale. Eppure non è né facile e né naturale, probabilmente non lo è per nessuno.
Vorrei poter dire di aver faticato, di aver fatto forza sulle mie gambe. Mi è indifferente anche insinuare questo. Mi è indifferente qualsiasi cosa.
Dare spiegazioni, cercare spiegazioni, ascoltare spiegazioni, cercare in me stessa, offendermi o indignarmi, volermi bene o volermi morta.
Indifferente.
E' stata una constatazione scontata. Quante persone me l'hanno detto? Quante volte l'ho pensato?
Nella mia mente c'è un essere che sbatte la sua essenza sulle pareti del mio corpo, della mia mente, della mia prigionia.
E' stata un'insinuazione cattiva, che mi fa pensare:''Benvenuta sulla terra, c'era bisogno che te lo dicesse lei?''.
Sì. C'era bisogno che me lo dicesse lei. Vaneggiavo nelle mie fantasie, nei miei desideri, nelle cose mie.
Mi si sono asciugate le labbra, mi si è chiuso lo stomaco ed è così ogni volta.
Ma tu fai finta di niente, ridi, parli, ignori. Indifferente. Interiorizzi le situazioni e scrivi solo ciò che ti fa comodo.
Mi è indifferente anche scrivere, adesso.
L'Occasione
La sentì parlare e si avvicinò a lei, forse per ascoltare meglio.
- Sai, forse il mio problema è che non voglio ammettere di sentirmi sola.
Dichiarò guardandolo accanto a sé, mentre aggrottava le sopracciglia come se non capisse a cosa si riferiva.
- E' un isolarsi che voglio io, sono io che decido di allontanare le persone.
Stettero in silenzio per un po', nessuno dei due sapeva come spezzare quell'opprimente silenzio.
Camminavano per conto loro, pur se vicini. Lei con le mani nella felpa in cui sentiva freddo, lui dritto nella sua compostezza, a passi leggeri e felpati.
Quando la superava di troppo, scaricava il peso in avanti e aspettava che lo raggiungesse.
- Che freddo che fa oggi. Ma quale persona normale si veste così l'ultimo di ottobre? Eppure avevo immaginato che facesse così freddo.
Continuò.
- Che fai stasera?
La guardò ancora una volta interrogativo. La sua espressione la metteva in imbarazzo, l'agitava. E lei odiava sentirsi agitata. Perché la agitava? Perché non le parlava?
- Non guardarmi così. Ti sei mai sentito come se sbagliassi in ogni cosa? Come se fossi ... come se avessi ...? Ecco, io mi sento così. Come se non capissi niente, come se nessuno volesse capirmi e devo capirmi da sola. Ti sei mai sentito come se nessuno ti capisse?
Lui restò in silenzio, sbigottito - forse -. Non avrebbe saputo né cosa dire né come dirlo, dopotutto.
- Mi fai sentire morta. Mi fai sentire un fantasma, tutti mi fanno sentire così.
Sbuffò, lo guardò per poi abbassare lo sguardo ed imboccarono insieme una strada senza lampioni che lei non avrebbe mai imboccato se fosse stata sola.
Era una sorta di scorciatoia per arrivare prima in centro.
Seguirono attimi di rassegnato silenzio e alla vista dei negozi e dell'Uomo del kebab il Cane Senza Collare abbaiò. Si voltò verso di lei che era rimasta di qualche metro più indietro ed immaginò che sussurrasse a se stesso: ''Adesso sei tu che non capirai me''.
Si gettò nella folla, si lasciò alle spalle la strana signora dai capelli strani e continuò per la sua strada.
Non la salutò perché i cani non salutano, non la confortò perché i cani non confortano.
- Avresti potuto farmi compagnia almeno fino al prossimo incrocio.
- Sai, forse il mio problema è che non voglio ammettere di sentirmi sola.
Dichiarò guardandolo accanto a sé, mentre aggrottava le sopracciglia come se non capisse a cosa si riferiva.
- E' un isolarsi che voglio io, sono io che decido di allontanare le persone.
Stettero in silenzio per un po', nessuno dei due sapeva come spezzare quell'opprimente silenzio.
Camminavano per conto loro, pur se vicini. Lei con le mani nella felpa in cui sentiva freddo, lui dritto nella sua compostezza, a passi leggeri e felpati.
Quando la superava di troppo, scaricava il peso in avanti e aspettava che lo raggiungesse.
- Che freddo che fa oggi. Ma quale persona normale si veste così l'ultimo di ottobre? Eppure avevo immaginato che facesse così freddo.
Continuò.
- Che fai stasera?
La guardò ancora una volta interrogativo. La sua espressione la metteva in imbarazzo, l'agitava. E lei odiava sentirsi agitata. Perché la agitava? Perché non le parlava?
- Non guardarmi così. Ti sei mai sentito come se sbagliassi in ogni cosa? Come se fossi ... come se avessi ...? Ecco, io mi sento così. Come se non capissi niente, come se nessuno volesse capirmi e devo capirmi da sola. Ti sei mai sentito come se nessuno ti capisse?
Lui restò in silenzio, sbigottito - forse -. Non avrebbe saputo né cosa dire né come dirlo, dopotutto.
- Mi fai sentire morta. Mi fai sentire un fantasma, tutti mi fanno sentire così.
Sbuffò, lo guardò per poi abbassare lo sguardo ed imboccarono insieme una strada senza lampioni che lei non avrebbe mai imboccato se fosse stata sola.
Era una sorta di scorciatoia per arrivare prima in centro.
Seguirono attimi di rassegnato silenzio e alla vista dei negozi e dell'Uomo del kebab il Cane Senza Collare abbaiò. Si voltò verso di lei che era rimasta di qualche metro più indietro ed immaginò che sussurrasse a se stesso: ''Adesso sei tu che non capirai me''.
Si gettò nella folla, si lasciò alle spalle la strana signora dai capelli strani e continuò per la sua strada.
Non la salutò perché i cani non salutano, non la confortò perché i cani non confortano.
- Avresti potuto farmi compagnia almeno fino al prossimo incrocio.
domenica 30 ottobre 2016
Il Piton che ci piace
A proposito di Harry Potter ...
Fare il professore, sotto molti aspetti, è uno dei mestieri più belli al mondo.
Lo guardo negli occhi di Piton, lo chiamiamo tutti così, anche se assomiglia davvero poco a Piton. Porta i capelli non proprio corti, ma a differenza di quelli dell'antipatico Piton i suoi sembrano lavati e abbastanza curati. Non si veste nero, anzi, tutt'altro: felpa blu da pescatore e pantaloni marron cacca con sfumature verso il beige sono il must del mese di ottobre. Scarpe alla cazzo, tipica valigetta da professore e si va ad assomigliare ad Alberto Angela, più che altro.
Non ha figli, è sposato da poco e a detta sua ha finito il liceo ben 20 anni fa ed è uno che nella vita ha fatto di tutto e soprattutto, ha studiato di tutto.
Ce lo fa notare lui stesso, le sue lezioni sono come delle lezioni universitarie e penso che nessuno nella nostra classe riesce a non essere coinvolto dalle sue spiegazioni. La storia e la filosofia non sono mai state così interessanti come lo sono adesso e soprattutto nella storia non c'è mai stato tutto il ragionamento che c'è con lui.
Gli piace insegnare, glielo si legge negli occhi: può entrare in classe con l'aria di quello a cui girano le palle, può chiamarci col cognome a mo' di rimprovero (e quando ci chiama col cognome è panico), ma poi si quieta nel momento in cui dice:''Datemi un manuale di storia, vecchia e nuova edizione''.
Quell'uomo è in terapia quando lavora.
Quell'uomo, qualunque sia il suo stato d'animo, è in estasi quando si tratta di insegnare.
Sembra che ci voglia bene perché vuole bene al suo ''mestiere'', vuole bene alle materie che insegna, vuole bene alla nostra ignoranza e si preoccupa di far capire tutto a tutti, si preoccupa di sentirci parlare quando alziamo la mano ed è un dibattito.
Una specie di congresso. ''Io penso ... '', ''Secondo me invece ...'', ''Sono parzialmente d'accordo con ...''.
Insomma, è uno di quei professori capaci di insegnare a 360 gradi.
Non è storia, non è filosofia. E' storia, filosofia, economia, attualità, giurisprudenza e letteratura.
E' un contestualizzare a 360 gradi, imprimere tramite immediati collegamenti qualunque cosa - sia passata che futura, sia causa che effetto -.
Gli appunti di storia e filosofia sono enciclopedie, giuro.
Eppure, c'è un solo difetto da chiarire. Purtroppo sono solo 3 ore di filosofia e 3 ore di storia, purtroppo.
Lo guardo negli occhi di Piton, lo chiamiamo tutti così, anche se assomiglia davvero poco a Piton. Porta i capelli non proprio corti, ma a differenza di quelli dell'antipatico Piton i suoi sembrano lavati e abbastanza curati. Non si veste nero, anzi, tutt'altro: felpa blu da pescatore e pantaloni marron cacca con sfumature verso il beige sono il must del mese di ottobre. Scarpe alla cazzo, tipica valigetta da professore e si va ad assomigliare ad Alberto Angela, più che altro.
Non ha figli, è sposato da poco e a detta sua ha finito il liceo ben 20 anni fa ed è uno che nella vita ha fatto di tutto e soprattutto, ha studiato di tutto.
Ce lo fa notare lui stesso, le sue lezioni sono come delle lezioni universitarie e penso che nessuno nella nostra classe riesce a non essere coinvolto dalle sue spiegazioni. La storia e la filosofia non sono mai state così interessanti come lo sono adesso e soprattutto nella storia non c'è mai stato tutto il ragionamento che c'è con lui.
Gli piace insegnare, glielo si legge negli occhi: può entrare in classe con l'aria di quello a cui girano le palle, può chiamarci col cognome a mo' di rimprovero (e quando ci chiama col cognome è panico), ma poi si quieta nel momento in cui dice:''Datemi un manuale di storia, vecchia e nuova edizione''.
Quell'uomo è in terapia quando lavora.
Quell'uomo, qualunque sia il suo stato d'animo, è in estasi quando si tratta di insegnare.
Sembra che ci voglia bene perché vuole bene al suo ''mestiere'', vuole bene alle materie che insegna, vuole bene alla nostra ignoranza e si preoccupa di far capire tutto a tutti, si preoccupa di sentirci parlare quando alziamo la mano ed è un dibattito.
Una specie di congresso. ''Io penso ... '', ''Secondo me invece ...'', ''Sono parzialmente d'accordo con ...''.
Insomma, è uno di quei professori capaci di insegnare a 360 gradi.
Non è storia, non è filosofia. E' storia, filosofia, economia, attualità, giurisprudenza e letteratura.
E' un contestualizzare a 360 gradi, imprimere tramite immediati collegamenti qualunque cosa - sia passata che futura, sia causa che effetto -.
Gli appunti di storia e filosofia sono enciclopedie, giuro.
Eppure, c'è un solo difetto da chiarire. Purtroppo sono solo 3 ore di filosofia e 3 ore di storia, purtroppo.
giovedì 27 ottobre 2016
Cliché
Giorno 1.
Grigio, tutto grigio.
Il Monte Somma non è che grigio.
Volano le gazze intontite dal né luce e né scuro.
Piove o non piove? Non c'è rumore e non c'è pace. Non è colore, non è vento, ma è freddo.
Piove acqua grigia. Di un grigio che sa di terapia intensiva, di un grigio che sa di malinconia.
Alle sette è ancora buio, alle cinque è già notte. Malinconia.
Nostalgia, quanto mi mancano le giornate che non passano mai?
Ogni ora che non passa si aggiunge un condannato agli stormi, non si muovono d'un passo i pini piantati nel cortile di scuola né quelli del cimitero a due passi da qui. E' tutto così tetro, triste, pesante.
Ogni ora che non passa leggiamo un frammento di Eschilo in più, ogni minuto che cala su questo giorno senza luce mi avvicina a domani. Domani, domani e domani.
Passato e presente, presente e futuro. Memoria e consapevolezza, consapevolezza e aspettativa.
Hinc et hunc, qui ed ora. Adesso, proprio adesso.
L'Orestea mi è piaciuta, molto più de I Persiani. Che giornata, che pioggia, che silenzio, che tristezza, che fame.
E' pesante, è triste, è un omicidio ... Quando passa 'sta giornata?
Voglio almeno i lampi, i tuoni, il vento che tira forte e gli ombrelli che si spezzano sotto la pesantezza della pioggia. E' pesante, strano, inquietante.
mercoledì 26 ottobre 2016
Avere a che fare con me
La differenza tra me e le altre persone, o forse più realisticamente l'unica cosa che mi avvicina a loro, è il bisogno di far traboccare invece di traboccare.
Ignorare la propria situazione complicando quella altrui, accusare invece di ascoltare.
E' un qualcosa che ho vissuto ad occhi sbarrati, un qualcosa che i miei occhi non hanno mai realizzato.
E' un qualcosa di irreversibile che non focalizzo mai, mai, mai. Ma basta poco per finire sotto un treno: te la scampi una, due, tre volte, poi bastano tre parole messe in fila a farti rabbrividire e strabuzzare gli occhi:''Ma tu che c'entri?''.
Già, ma io che c'entro?
Ignorare la propria situazione complicando quella altrui, accusare invece di ascoltare.
E' un qualcosa che ho vissuto ad occhi sbarrati, un qualcosa che i miei occhi non hanno mai realizzato.
E' un qualcosa di irreversibile che non focalizzo mai, mai, mai. Ma basta poco per finire sotto un treno: te la scampi una, due, tre volte, poi bastano tre parole messe in fila a farti rabbrividire e strabuzzare gli occhi:''Ma tu che c'entri?''.
Già, ma io che c'entro?
venerdì 21 ottobre 2016
Abbastanza
Adeguarsi.
Ti adegui a dei ritmi, al cibo della dieta, ai voti dei tuoi professori, al poco lavoro che il tuo paese offre, ti adegui ai tuoi sentimenti e a quelli degli altri, ti adegui a ciò che pensano di te, ti adegui a quello che non vuoi pensare su te stesso. Ti adegui alle sigarette di 2,30 perché le marlboro costano troppo, ti adegui alla sveglia delle sei e mezza, ti adegui ai giorni di caldo e ai giorni di freddo, ti adegui a ciò che gli altri vogliono fare della tua vita, ti adegui al coprifuoco che ti dà papà. Ti adegui a ciò che rientra nei parametri di ciò che puoi dire, ti adegui a rientrare nei limiti d’età secondo cui dovresti laurearti. Ti adegui a ciò che il tuo partner vuole che tu faccia, ti adegui a quello che di sabato gli altri vogliono fare. Discoteca? La odi ma ok. Pizza? Va bene comunque, niente? pure meglio.
Adeguarsi.
Ti adegui all’immagine che hai di te, ti adegui a un’idea che ti sei fatto negli anni, ti adegui alle solite canzoni che hai sul cellulare perché ti scocci di scaricarle da internet. Ti adegui ai ritmi estenuanti di una vita che non ti permette di esagerare. O sei proprio tu che vuoi adeguarti? O sei tu che rinneghi l’esagerazione per non esaltarti in alcun modo?
Ti adegui a dei ritmi, al cibo della dieta, ai voti dei tuoi professori, al poco lavoro che il tuo paese offre, ti adegui ai tuoi sentimenti e a quelli degli altri, ti adegui a ciò che pensano di te, ti adegui a quello che non vuoi pensare su te stesso. Ti adegui alle sigarette di 2,30 perché le marlboro costano troppo, ti adegui alla sveglia delle sei e mezza, ti adegui ai giorni di caldo e ai giorni di freddo, ti adegui a ciò che gli altri vogliono fare della tua vita, ti adegui al coprifuoco che ti dà papà. Ti adegui a ciò che rientra nei parametri di ciò che puoi dire, ti adegui a rientrare nei limiti d’età secondo cui dovresti laurearti. Ti adegui a ciò che il tuo partner vuole che tu faccia, ti adegui a quello che di sabato gli altri vogliono fare. Discoteca? La odi ma ok. Pizza? Va bene comunque, niente? pure meglio.
Adeguarsi.
Ti adegui all’immagine che hai di te, ti adegui a un’idea che ti sei fatto negli anni, ti adegui alle solite canzoni che hai sul cellulare perché ti scocci di scaricarle da internet. Ti adegui ai ritmi estenuanti di una vita che non ti permette di esagerare. O sei proprio tu che vuoi adeguarti? O sei tu che rinneghi l’esagerazione per non esaltarti in alcun modo?
événement
Sono sensazioni senza nome.
Le riconosci perché sono le stesse di un solo momento, di un unico istante.
Sono circoscritte ad un unico attimo della giornata e ne parli come se non potessi dire altro che, ad esempio:''Ecco, la sensazione del venerdì mattina alle nove, quando so che ho un intero programma di fisica da recuperare''.
Oppure:''Ecco, la sensazione di quando lui mi accusa e non voglio controbattere, non perché non voglio discutere ma perché sono rassegnata, senza parole da dire, senza nulla che mi interessi''.
Sono sensazioni che non possono essere spiegate.
''Ecco, la sensazione di quando mi dicono che sono fredda e non riesco a non pensare di esserlo con tutti quanti, compresa me stessa.''
Sono sensazioni che non possono essere solo capite, a sesto senso.
Ecco, la sensazione del venerdì pomeriggio e del sabato pomeriggio quando faccio lo shampoo due giorni di seguito e passo ore ed ore sotto al calore dell'acqua, che mi bagna e mi rilassa.
lunedì 17 ottobre 2016
Tutto molto semplice
Frizione, acceleratore. Tutto molto semplice.
Metti la prima, in basso la seconda, piano piano.
Nella rotonda tocca leggermente il pedale.
Smettila di ridere e fai la seria.
Come cazzo si frena, che devo fare, non urlare, concentrati.
Non fare la stupida.
Attenta al palo, rimani dritta, non accelerare porca troia, porca puttana non ridere.
Non ti montare, sto andando benissimo, com'è che si frena, come si mette la freccia.
E così procede la mia prima guida.
Metti la prima, in basso la seconda, piano piano.
Nella rotonda tocca leggermente il pedale.
Smettila di ridere e fai la seria.
Come cazzo si frena, che devo fare, non urlare, concentrati.
Non fare la stupida.
Attenta al palo, rimani dritta, non accelerare porca troia, porca puttana non ridere.
Non ti montare, sto andando benissimo, com'è che si frena, come si mette la freccia.
E così procede la mia prima guida.
giovedì 13 ottobre 2016
Una nostalgia che mi sbrana
Non contano i chilometri
o le città che ti portano lontano
mi basta sapere di non sapere dove sei
o a che ora torni a casa.
La tua barba si è fatta bianca
e il mio corpo non è più quello di una bimba.
Come potresti non saperlo,
parti e sono già cresciuta, torni ed ho diciotto anni.
Vorrei che le candeline le spegnessi insieme a me.
o le città che ti portano lontano
mi basta sapere di non sapere dove sei
o a che ora torni a casa.
La tua barba si è fatta bianca
e il mio corpo non è più quello di una bimba.
Come potresti non saperlo,
parti e sono già cresciuta, torni ed ho diciotto anni.
Vorrei che le candeline le spegnessi insieme a me.
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